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Faranno il Deserto e lo chiameranno Pace

Saremo ancora in grado di volare e rendere libere le nostre anime? L'anima libera è rara, ma quando la vedi la riconosci, soprattutto perché provi un senso di benessere quando le sei vicino.

Mese

aprile 2017

L’EREDITA’ DI BALFOUR: LA DISTRUZIONE DELLA PALESTINA

#Palestina #Gaza #WestBank #israele #DichiarazioneDiBalfour #Nakba

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Lo storico Salman Abu Sitta il 28 marzo si è rivolto alla Camera dei Lords del Regno Unito per esaminare la dichiarazione Balfour e le sue conseguenze sui palestinesi. Quest’anno ricorre un secolo da quando il documento fu firmato e fu segnato il futuro dello Stato di Palestina.

Copertina – Una donna palestinese stringe la chiave e chiede il diritto al ritorno alla sua casa dal 1948, durante il 68° anniversario della “Nakba” a Ramallah, Palestina

15 aprile 2017, dr. Salman Abu Sitta

Di seguito è riportato il testo del discorso di Abu Sitta:

 

Ladies and Gentlemen:

Stiamo assistendo oggi alla più lunga guerra contro un popolo:

Cento anni di lotta del popolo palestinese per la libertà e l’indipendenza nel proprio paese.

Cento anni di morte e distruzione nella regione.

I cento anni testimoniano la distruzione della Palestina e la dispersione del suo popolo.

Tale atto è stato reso possibile dalla più grande, più lunga, completa, premeditata e continua opera di pulizia etnica nella storia moderna.

Cento anni di violazione di ogni articolo dei diritti umani e del diritto internazionale, senza rimedio o ricorso.

Cento anni che culminano nell’unico progetto coloniale esistente oggi.

L’ironia è che la Palestina non era destinata a essere una colonia.

Alla Gran Bretagna era stata affidata la creazione di istituzioni governative in Palestina e in Iraq (entrambi come Mandato di classe A). Si doveva fondare un paese indipendente democratico che servisse al popolo palestinese.

Era la realizzazione della “Sacred Trust of Civilisation” secondo la Carta della Lega delle Nazioni.

Invece fu convertito in un progetto coloniale a beneficio di coloni europei ebrei che non erano abitanti del paese.

Fu ancora peggio di un progetto coloniale.

A differenza di qualsiasi altro progetto coloniale, alla fine è finita con l’espulsione di massa della maggioranza della popolazione, la confisca della sua terra e delle proprietà, la distruzione del suo paesaggio e la cancellazione della sua geografia e della sua storia. E’ stato l’evento più tragico in 5.000 anni anni di storia della Palestina.

balfourSegreto dell’Europa

Nel 1916, mentre gli aerei degli Alleati lanciavano volantini sugli arabi nella prima guerra mondiale, esortandoli a combattere i turchi e ottenere l’indipendenza e la libertà, Mark Sykes in Gran Bretagna e Georges Picot in Francia se ne stavano chiusi in una stanza con una mappa del Medio Oriente a pianificare come spartirselo.

Un anno dopo, Arthur James Balfour, ministro degli esteri britannico, concluse un accordo segreto con ricchi ebrei europei per facilitare l’istituzione di una “casa ebraica nazionale”, non uno stato, non nella, non della Palestina. Conservò questo accordo sotto chiave. Nel frattempo, nella primavera del 1917, le forze britanniche entrarono in Palestina e bombardarono Gaza con munizioni di gas tossici (sì) e distrussero la maggior parte dei suoi antichi palazzi, ma furono sconfitte due volte alle porte di Gaza.

La sera del 31 ottobre 1917, le forze di Allenby conquistarono Beer Sheba in un attacco a sorpresa da est. Le porte della Palestina si spalancarono. Allenby inviò un cablo a Londra il 1° novembre: “Abbiamo conquistato Beer Sheba. Gerusalemme sarà il tuo regalo di Natale”. Balfour aprì il suo cassetto e il 2 novembre 1917 rese pubblico il suo accordo segreto.

Balfour non si vergognava del suo atto. Dichiarò chiaramente la propria posizione:

“Per la Palestina non proponiamo nemmeno di passare attraverso modalità di consultazione dei desideri [non diritti] della popolazione attuale del paese.”

Se queste erano precise dichiarazioni politiche, le successive azioni britanniche in Palestina attuarono queste parole.

Il primo atto fu quello di scegliere un ministro britannico sionista, Herbert Samuel, come primo Alto Commissario della Palestina, il cui compito ufficiale era di portare all’indipendenza della Palestina e ad un governo operativo.

Samuel fece il contrario. Creò le radici per l’ascesa di Israele. Nel suo mandato (1920-1925), legalmente solo dal 1922, mise le fondamenta del futuro stato d’Israele; promulgò decine di leggi che facilitavano l’acquisizione ebraica della terra palestinese; riconobbe l’ebraico come lingua ufficiale; fondò istituzioni ebraiche separate: sistema bancario, sistema educativo, sindacato (Histadrut), opere pubbliche (Soleh Boneh), società di produzione di energia (Rosenberg). Ma le leggi più pericolose per l’eliminazione della Palestina furono la creazione di un consiglio legislativo ebraico separato e delle forze armate separate ebraiche (Haganah), che alla fine conquistarono la Palestina.

Nella lingua legale di oggi, Samuel pose le basi dell’ Apartheid israeliano.

 

La nascita dell’apartheid

Samuel emanò molte di queste leggi senza averne avuta l’autorità né da parte della Lega delle Nazioni che approvò il Mandato solo il 24 luglio 1922, né dell’autorità del Colonial Office di Londra che respinse spesso l’impostazione di Samuel.

La marea di coloni ebrei europei in Palestina raggiunse il suo picco verso la metà degli anni ’30. Alla fine del 1936, la popolazione di immigrati ebrei totale salì a 384.000 il  28% dell’intera popolazione (dal 9% all’inizio del Mandato). Questo infiammò la rivolta araba palestinese (1936-1939).

La rivolta fu respinta dai britannici con la massima brutalità. La RAF bombardò indiscriminatamente villaggi. L’aumento di vittime civili fece infuriare la popolazione e aumentare il numero di coloro che si unirono alle file dei ribelli (chiamati “banditi” dagli inglesi). Le forze britanniche attaccarono i villaggi, distrussero le loro provvigioni e tennero gli uomini in gabbie per due giorni senza cibo né acqua. La punizione collettiva fu ampiamente applicata. I partiti politici furono sciolti. I leader imprigionati o deportati.

Le forze britanniche all’epoca (25-50.000 soldati) furono assistite occasionalmente da forze armate ebraiche, in particolare 20.000 poliziotti ebrei, guardie coloniali aggiunte che fornivano anche informazioni di intelligence.

Una stima minima delle vittime palestinesi fu: 5.000 uccisi, 15.000 feriti e altrettanti prigionieri. Più di 100 uomini furono giustiziati, compresi leader come l’ottantenne Sheikh Farhan Al-Sa’di, che fu impiccato durante il digiuno del Ramadan il 22 novembre 1937. Quindi, circa il 50% di tutti gli adulti maschi nella regione montuosa della Palestina, corrispondente grossomodo alla Cisgiordania di oggi dove la rivolta fu particolarmente attiva, fu ferito o imprigionato dai britannici.

Nel 1939 la società palestinese era smembrata, indifesa e senza un leader. L’anno 1939 può essere identificato come la Nakba inflitta dai britannici.

Circa dieci anni dopo, Ben Gurion fu l’artefice della Nakba inflitta dai sionisti nel 1948.

 

I sionisti attaccano la Gran Bretagna

Alla fine della Seconda Guerra Mondiale i sionisti premiarono la Gran Bretagna con il cui appoggio si erano aperte le porte della Palestina ad una marea di immigrati ebrei. I sionisti avviarono una campagna terroristica contro i loro precedenti benefattori. Bombardarono il quartier generale britannico, impiccarono soldati britannici e rapirono giudici britannici.

Nel 1945, la Gran Bretagna dovette spedire in Palestina la sesta divisione Airborne per combattere il terrorismo sionista. Lo scopo non era quello di salvare la Palestina, ma di salvare i propri soldati.

I sionisti assassinarono anche il conte Folke Bernadotte, il mediatore delle Nazioni Unite incaricato di portare la pace in Palestina.

Le azioni ebraiche furono descritte come “terrorismo” dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite nella risoluzione 57 del 1948.

Nelle restanti sei settimane del mandato, i sionisti attaccarono e spopolarono 220 villaggi palestinesi e commissero massacri, il più infame fu Deir Yassin. Il compito degli inglesi era quello di proteggere i palestinesi. Cosa hanno fatto?

 

Non intervennero.

Non intervennero quando più di una dozzina di massacri furono commessi nei confronti dei villaggi palestinesi. Deir Yassin è il più noto. Il Comando britannico di polizia a Gerusalemme si trovava a pochi chilometri di distanza, ma non fece nulla. L’espulsione dei palestinesi da Tiberiade fu aiutata dagli inglesi che fornirono il trasporto per la popolazione espulsa. Nella massiccia evacuazione della popolazione palestinese di Haifa le forze britanniche non difesero la popolazione, ma aiutarono la sua partenza.

La caduta di Haifa la dice lunga sul fallimento del generale Stockwell nello svolgere le sue funzioni e proteggere la popolazione. Le accuse contro di lui e la sua “cooperazione” con i sionisti invasori rimangono ancora oggi una macchia sul suo curriculum.

manoscritto

Il manoscritto delle comunicazioni tra le pattuglie inglesi lungo l’asse Jaffa-Gerusalemme e il loro quartier generale nel periodo critico dell’aprile-maggio 1948 è una registrazione che denuncia la collusione britannica e il mancato rispetto dei propri obblighi.

Nella registrazione radio (n°129) delle truppe in servizio (aprile e maggio 1948), ci sono frequenti indicazioni che mostrano il rifiuto dell’esercito britannico di salvare gli abitanti palestinesi quando attaccati dagli ebrei. All’esercito fu ordinato di guardare, segnalare e non interferire. Quando gli ebrei chiesero aiuto, alle truppe fu ordinato di andare in loro soccorso.

Secondo la registrazione, il villaggio di Deir Muheisen bruciava sotto i colpi di mortaio dell’Haganah ebraica e i suoi abitanti urlavano chiedendo aiuto mentre le forze britanniche rimanevano a guardare senza fare nulla. Nelle loro relazioni deridono i palestinesi chiamandoli wogs (neri).

La sbrigativa partenza dei Britannici lasciò il paese nel caos e nella disperazione. Fu la più disgustosa partenza britannica da qualsiasi posto nell’Impero britannico.

La Gran Bretagna non consegnò un governo operativo ai palestinesi come le dettava il suo dovere. I Britannici lasciarono la Palestina nelle mani di coloni ebrei europei che erano stati introdotti nel paese dalla Gran Bretagna, addestrati dalla Gran Bretagna e armati dalla Gran Bretagna. Il primo compito dei coloni fu quello di terrorizzare gli stessi britannici e cacciarli dalla Palestina.

L’ultimo Alto Commissario della Palestina, Sir Alan Cunningham, lasciò la Palestina senza una parola di addio, né per gli arabi sconfitti né per gli ebrei vincitori.

È davvero sorprendente e una riflessione spiacevole sulla politica britannica che, invece di rispettare i suoi obblighi di proteggere i palestinesi e di consegnare una Palestina libera e democratica, la Gran Bretagna, un anno dopo la Nakba, insieme agli Stati Uniti e alla Francia, rilasciò la Dichiarazione Tripartita del 1950 contro ogni tentativo di cambiare lo status quo, cioè la distruzione della Palestina e l’espulsione del suo popolo.

La storia che è seguita, dall’Aggressione Tripartita del 1956, conosciuta anche come la Campagna di Suez, alla soppressione della libertà di parola sulle atrocità israeliane di Theresa May, mostra solo che l’eredità di Balfour è ancora viva e vegeta al n°10 di Downing Street.

Sono sicuro che la maggioranza dei cittadini britannici non è d’accordo con questa eredità vergognosa.

esodo

Dopo 100 anni di sofferenza palestinese,

oggi abbiamo il diritto di fare appello a:

TUTTE LE PERSONE DI BUONA COSCIENZA in Gran Bretagna, e sono tante, e in tutto il mondo, a unirsi in questa richiesta:

Invitiamo il governo britannico:

  • a scusarsi con il popolo palestinese per le sue sofferenze di un secolo di morte e distruzione, che ancora non vede la fine, per non avere volontariamente o in modo negligente assolto i propri doveri e obblighi,
  • a pagare una piena indennità per tutte le perdite e danni diretti e conseguenti al popolo palestinese, Ibrahim Hewitt: Tutto ciò che fa Israele fa parte di un piano, non è una “risposta” forzata al “terrorismo
  • a rispettare le norme e le direttive esposte nel Parere Consultivo della Corte internazionale di giustizia per quanto riguarda il Muro del 9 luglio 2004,
  • ad apportare modifiche per aiutare, come richiesto allo scopo, la creazione di una Palestina libera democratica, per mezzo di:
  1. correzione delle proprie politiche all’interno del Regno Unito e nell’arena internazionale in modo che i diritti inalienabili dei palestinesi siano pienamente realizzati,
  2. aiuto, come attore primario, alla ricostruzione della Palestina e al rimpatrio del suo popolo,
  3. adozione della storia contemporanea palestinese e della sofferenza del suo popolo nei programmi scolastici e nei media, e di tutti gli altri mezzi necessari per raggiungere l’obiettivo di una Palestina libera e indipendente.

 

Su quanto sopra, invitiamo tutte le persone di coscienza in Gran Bretagna e nel mondo a impegnarsi con queste richieste per ricostruire la Palestina e portare giustizia, libertà e pace al suo popolo.

 

Traduzione Simonetta Lambertini – invictapalestina.org

fonte: https://www.middleeastmonitor.com/20170415-balfours-legacy-the-destruction-of-palestine/

 

Pubblicato da invictapalestina.org il 17 Aprile 2017

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SIRIA: DOVE SONO FINITI QUESTI BAMBINI?

#Syria #Turchia #EU #USA

BIMBI

In questo breve video si vedono i bambini feriti a Rashdeen, attentato causato dai nostri “ribelli Siriani” e come da prassi ignorato dai grandi media. Ricordo che i terroristi hanno lanciato per terra delle patatine, e i bambini sono accorsi in massa. E’ stata una strage, ma come se non bastasse i nostri ribelli hanno impedito alle ambulanze di prestare soccorso… il motivo? 200 persone (la cui maggioranza sono bambini) spariti nel nulla. Si pensa che i piccoli (feriti e non) siano finiti in Turchia. Nel video alcuni dei bambini feriti caricati su uno dei pickup dei terroristi. I media tacciono, i nostri governi anche…. Ormai non è più possibile addossare la colpa ad Assad!

VITTORIO “VIK” ARRIGONI

#VittorioArrigoni #RestiamoUmani #Gaza #israele #Palestina #DirittiUmani

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Per rendere onore alla memoria di Vittorio Arrigoni è importante sottolineare che si tratta principalmente della storia di un uomo. Sarebbe abbastanza inutile elencare le sue esperienze di cooperazione umanitaria, le  vicende che lo hanno posto al centro della cronaca giornalistica dei primi anni duemila si trovano ovunque, quello che è più complesso da analizzare è il ruolo forte che riuscì a costruirsi nel panorama della verità raccontata con crudo realismo sulle vicende della striscia di Gaza e quanto queste abbiano tormentato la sua esistenza di reporter, di scrittore e di uomo già prima del rapimento e dell’omicidio di cui fu vittima. Le fonti saranno fondamentali per una comprensione piena e vera di quanto “Vik” come si firmava e come voleva essere chiamato, abbia seminato e raccolto prima di tutto umanamente e poi anche storicamente con il semplice utilizzo del suo coraggio e della forza della verità. Sul suo blog http://guerrillaradio.iobloggo.com/ si legge nell’intestazione: “Guerriglia alla prigionia dell’Informazione. Contro la corruzione dell’industria mediatica, il bigottismo dei ceti medi, l’imperdonabile assopimento della coscienza civile. La brama di Verità prima di ogni anelito, l’abrasiva denuncia, verso la dissoluzione di ogni soluzione precostituita, L’infanticidio di ogni certezza indotta. La polvere nera della coercizione entro le narici di una crisi di rigetto. L’abbuffata di un pasto nudo, crudo amaro quanto basta per non poter esser digerito.” Un nitido anticonformismo volto a scardinare la prassi comunicativa dei mezzi di comunicazione tradizionali, afferenti al pensiero unico e vittime della logica per cui l’equilibrio delle parti la fa sempre da padrone rispetto la volontà di sapere la verità. Se si dovesse scegliere un personaggio della storia delle letteratura per accostarlo ad Arrigoni, questi potrebbe essere Don Chisciotte. Con la stessa lucida follia la sua vita è stata un eterno scagliarsi addosso ai mulini a vento del conformismo, dell’asservimento e del pensiero totalizzante di chi raccontava una storia non vera, facendolo dal fronte,sul posto, accostandosi quotidianamente alla tragedia e alla morte, così vicino da essere risucchiato egli stesso. Come Don Chisciotte, Arrigoni operò il tentativo folle di rendere la realtà quanto più possibile simile ai suoi sogni più profondi, al suo desiderio di giustizia e alla sua conclamata umanità. Scrive Ramzy Baroud (www.ramzybaroud.net) giornalista internazionale e direttore di PalestineChronicle.com: “Scrivendo sul Guardian UK da Roma, il 15 aprile, John Hooper asseriva: “La vita di Arrigoni era tutt’altro che sicura. Nel settembre 2008 fu ferito (dalle truppe israeliane) mentre accompagnava pescatori palestinesi in mare. Due anni fa ricevette minacce di morte tramite un sito web di estrema destra americano, che forniva agli aspiranti assassini una sua foto e alcuni dettagli fisici, come un tatuaggio sulla spalla”. (Il sito è http://stoptheism.com/). E ancora: “Oltre al dolore, l’omicidio ha portato la disperazione a Gaza”, si legge in un editoriale del giornale inglese The Independent del 16 aprile. “Non solo Arrigoni era molto conosciuto e amato, ma non è sfuggito a nessuno che il suo sequestro è stato il primo dopo quello del giornalista della BBC Alan Johnson nel 2007.” Una vita spesa per la difesa e la promozione dei diritti umani ma una vita donata, nel vero senso della parola, alla causa della Palestina. Una persona evidentemente convinta che le opere avessero un valore maggiore rispetto ad altri atti caritatevoli ma meno incisivi sul piano della realtà. Documenti, filmati, articoli, blog, qualunque strumento potesse essere utile alla promozione dei suoi ideali, Arrigoni lo utilizzava e non sono in pochi, tra tutti Amos Oz, ad aver avvertito “Vik” della possibilità concreta che la sua attività stesse risultando scomoda a molti. La polemica con Saviano, poi, balzò alle cronache anche per la verve con la quale Arrigoni criticò un personaggio apparentemente intoccabile, un dibattito lungo sull’operazione “piombo fuso” che permise ad Arrigoni di farci conoscere molto meglio tanti lati di una storia che sino ad allora appariva torbida, raccontata in modo interessato o più semplicemente mal raccontata. Scrive Arrigoni: “Ci sono terribili catastrofi naturali inevitabili a questo mondo, come i terremoti e gli uragani. A Gaza è in corso una catastrofe umanitaria innaturale perpetrata da Israele ai danni di un popolo che vorrebbe ridotto alla più completa miseria e sottomissione. Una popolazione disperata che non trova più il latte e il pane per nutrire i suoi figli. Che non piange neanche più i suoi lutti perchè anche agli occhi è stata imposta una dieta ferrea. Il mondo intero non può ignorare questa tragedia e, se lo fa, non includeteci in questo mondo”. La sua capacità narrativa è cruda, tragicamente diretta ad infondere nel lettore tutte le sensazioni che possono essere provate ad aver scelto di essere partecipi di una enorme sofferenza umana: “Avete presente Gaza? Ogni casa è arroccata sull’altra, ciascun edificio è posato sull’altro. Gaza è il posto al mondo a più alta densità abitativa, per cui se bombardi a diecimila metri di altezza è inevitabile che tu faccia una strage di civili. Ne sei cosciente e colpevole, non si tratta di errore, di danni collaterali. Così bombardando la caserma di polizia di Al Abbas, in pieno centro, è rimasta coinvolta nelle esplosioni anche la scuola elementare lì a fianco. Era la fine delle lezioni e i bambini erano già in strada, decine di grembiulini azzurri svolazzanti si sono macchiati di sangue. Durante l’attacco alla scuola di polizia Dair Al Balah, si sono registrati morti e feriti nel suq vicino, il mercato centrale di Gaza. Abbiamo visto corpi di animali e di uomini mescolare il loro sangue in rivoli che scorrevano lungo l’asfalto. Una Guernica fuoriuscita dalla tela per trasfigurarsi nella realtà.” L’attualità della questione dei diritti umani a Gaza è stata violentemente rimessa al centro del dibattito internazionale in questi mesi ed è soprattutto per questo che le figure come quella di Vittorio Arrigoni non devono essere buttate nel dimenticatoio ma raccontate con costanza in modo da porre l’accento su quanti come lui possano servire da esempio ai tanti che si occupano attivamente o passivamente della difesa delle popolazioni inerme di Gaza. “Vik”, per essere chiari, si è schierato apertamente, durante la propria permanenza in Palestina, sia contro la politica di Hamas sia contro la politica  di al-Fath in Cisgiordania, dimostrando la assoluta veridicità del suo impegno a favore dei diritti umani e smentendo quanti sostennero che si trattasse più semplicemente di un antisionista militante. Un uomo che ha vacillato come è naturale che sia, dinanzi allo sgomento che può provarsi quando gli attori internazionali che dovrebbero recitare delle parti, ne recitano altre, come egli stesso scriveva, facendo trasparire anche un velo di tristezza: “Vi confesso che il mio «restiamo umani» ha vacillato spesso in questi ultimi giorni, ma resiste. Resiste come l’orgoglio, l’attaccamento alla terra natia intesa come identità e diritto all’autodeterminazione della popolazione di Gaza, dai professori di Gaza alla gente incontrata per strada, medici e infermieri, reporter, pescatori, agricoltori, uomini, donne adolescenti, quelli che hanno perso tutto e quelli che non avevano più nulla da perdere, fino all’ultimo fiato in gola mi esprimono l’inshallah di una vittoria vicina, il sincero convincimento che le loro radici raggiungono profondità tali da non poter essere recise da alcun bulldozer nemico.” Il premio Nobel per la Pace è stato consegnato a tanti, tantissimi protagonisti della nostra storia contemporanea di cui si potrebbe discutere per giorni. Due su tutti, Barack Obama e l’Europa. Senza scendere troppo nei dettagli che sposterebbero troppo il focus della questione, verrebbe da suggerire come siano i personaggi come Arrigoni che nella realtà dei fatti abbiano cercato, fino alla morte, di raccontare le condizioni umane delle popolazioni inerme e spingere con tutte le forze gli enti sovranazionali a far sì che le condizioni per una reale pace duratura venissero messi in essere. Verrebbe da chiedersi, inoltre, se non è anche questo un caso in cui “le piccole mani muovono le ruote del mondo”, smascherando la nudità e la complicità delle mani dei giganti. Vittorio Arrigoni è morto, ucciso da un gruppo terrorista dichiaratosi vicino all’area jihadista salafita. In molti hanno fatto dell’ironia sul fatto che egli sia stato ucciso dalle popolazioni che stava cercando di difendere, altri dubitano persino che la mano dell’assassino di Arrigoni sia quella che si è dichiarata tale. Ma queste sono paradossalmente piccolezze rispetto all’opera di sensibilizzazione che il nostro ha fatto, soprattutto in Italia, rendendoci tutti un po’ più consapevoli e responsabili, testimoniando con l’esempio che è veramente possibile sconvolgere l’opinione pubblica con il semplice utilizzo di una videocamera, di una fotocamera e di un mezzo per scrivere. Restare umani in un panorama mondiale che va in tutta altra direzione è un appello più forte di quanto debolmente potrebbe apparire, significa anzitutto mettersi in gioco per l’umanità, sentendo nel profondo la domanda di riconoscimento dei drammi altrui, significa cancellare se stesso e mettersi a disposizione della storia, donandosi completamente ad una causa. Significa a volte perdere la vita. Restare umani non è come sembrerebbe una espressione esasperatamente buonista, significa fare un bagno nella tragedia e cercare di restare in piedi. Non è facile essere umani, Vittorio Arrigoni ci è riuscito.

 

1 Settembre 2014 – intellettualedissidente.it

YEMEN: AEREI USA CARICHI DI ARMI SBARCANO AD ADEN

#Yemen #Aden #AlHouthi #AlHudayda #Ansarullah #USA #SaudiArabia

Fonti della sicurezza in Yemen hanno rivelato giorni fa che quattro aerei cargo americani carichi di armi per le milizie filo-saudite sono atterrati ad Aden.

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“Quattro aerei da trasporto C-130 con a bordo una grande quantità di armi e munizioni sono atterrati all’aeroporto di Aden nel sud dello Yemen”, hanno riferito fonti della sicurezza.

Gli aerei americani sono atterrati tra strette misure di sicurezza con i caccia e gli elicotteri dell’Arabia Saudita che sorvolavano l’aeroporto di Aden per garantire l’atterraggio sicuro degli aerei cargo americani. Le armi saranno probabilmente utilizzate per l’occupazione dello strategico porto yemenita di al-Hudayda, sul Mar Rosso.

Il capo del Consiglio supremo dello Yemen, Saleh al-Sammad ha sottolineato che Washington e Londra stanno sostenendo il regime di Riyadh nei suoi crimini contro i civili yemeniti. Il funzionario ha sottolineato che il popolo yemenita è pienamente preparato a sacrificare la propria vita per preservare la libertà, la dignità e l’indipendenza.

La presenza di Riyadh in Yemen è al servizio degli interessi di Tel Aviv”, ha dichiarato giorni fa il leader Ansarullah, Sayyed Abdul-Malik al-Houthi.

A spingere per un maggior impegno Usa in Yemen, dinanzi all’incapacità mostrata da Riyadh e dai suoi alleati di prendere il controllo di quel Paese, c’è il fatto che dagli Stretti di Bab al-Mandeb transitano giornalmente circa 4,5 ml di barili di petrolio proprio dinanzi al porto controllato dalla Resistenza. Se a questo si aggiunge il fatto che lo Stretto di Hormuz, all’imbocco del Golfo Persico, è controllato dall’Iran, si spiega la molla che può portare a un maggior impegno Usa in Yemen.

dalla Redazione di “Il Faro Sul Mondo”

18 Aprile 2017 – ilfarosulmondo.it

L’ATTACCO CHIMICO IN SIRIA (A IDLIB) E’ UNA FALSE FLAG

#Syria #sarin #Idlib #FalseFlag #USA #Trump

 

 

15 Aprile 2017

ASSOCIAZIONE DI MEDICI SVEDESI: “ATTACCO CHIMICO IN SIRIA E’ UNA FAKE NEWS”

#Syria #sarin #Idlib #USA #Trump #WhiteHelmets #ArmiChimiche

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Il presidente Trump sta ora minacciando di trascinare gli USA in una guerra contro la Siria, l’Iran e persino la Russia. Guerra che dice essere giustificata da “prove innegabili” ricevute dai Caschi Bianchi. Mostreremo senza ombra di dubbio che i Caschi Bianchi sono un gruppo istituito dallo “Stato Deviato”, una mescolanza di CIA, Al-Qaeda e servizi segreti inglesi. Abbiamo ora la prova inconfutabile che Trump e quella fucina di notizie false che è MSN sono stati sempre obbedienti ai poteri forti, ingannandoci.

Mentre stava preparando l’ignobile lavoro propagandistico che gli ha fatto vincere l’Oscar, l’attore George Clooney sapeva benissimo che l’organizzazione “Medici svedesi per i Diritti Umani” (SWEDHR) aveva indicato nei Caschi Bianchi degli infanticidi. SWEDHR è un’organizzazione attendibilissima, i suoi lavori sono autorevoli, per cui il fatto che questa organizzazione avesse indicato nei Caschi Bianchi degli assassini di bambini per la preparazione di falsi video di propaganda avrebbe dovuto essere preso in considerazione da Clooney e da Netflix. Nonostante questo, i signori hanno deciso di proseguire con il loro documentario. Perché?

Anche Google ha le sue responsabilità, poiché è colpevole di oscurare nei suoi motori di ricerca le conclusioni dello SWEDHR e di organizzazioni affini.
Riporto quindi ora fatti che gli statunitensi leggeranno per la prima volta.
Ricordate che le prove che intaccano il buon nome dei Caschi Bianchi, che riteniamo essere parte delle operazioni propagandistiche di Al Qaeda, non sono mai state prese in considerazione né dalla Casa Bianca né dai mezzi di informazione occidentali. Né si è mai parlato dei numerosissimi e comprovatissimi attacchi chimici sferrati da FSA, ISIS e Al Nusra e subito dimenticati come per magia.

I Caschi Bianchi, ufficialmente una NGO autonoma, hanno ricevuto sino a 100 milioni di dollari dai “fondi occulti” della CIA e del Dipartimento degli Affari Esteri inglese. Uccidere i bambini è il loro cavallo di battaglia, come mostreremo. Condividendo il proprio quartier generale con i servizi segreti turchi a Gaziantep, questa organizzazione è composta in realtà da squadroni della morte, non certo da gruppi di difesa civile.


BAMBINI ASSASSINATI PER VIDEO DI PROPAGANDA

I Dottori Svedesi per i Diritti Umani (swedhr.org) hanno analizzato un video dove viene filmata un’operazione per salvare un bambino dopo il supposto attacco chimico delle forze governative siriane. I dottori hanno constatato che nel video sono chiaramente presenti delle falsificazioni, dal momento che in sottofondo si sentono delle autentiche indicazioni “di regia” in arabo, e che la cosiddetta “operazione” è in realtà un omicidio. Un’analisi superficiale del video sembrerebbe infatti suggerire che i medici stessero cercando di rianimare un bambino che era ormai clinicamente morto

In realtà, dopo un più attento esame, il gruppo di swedhr ha accertato che il bambino aveva perso coscienza a causa di un’overdose di oppiacei. Nel video si vede il bambino che riceve un’iniezione al petto, nel settore cardiaco, iniezione che alla fine lo hanno ucciso, mentre gli veniva data una falsa dose di adrenalina.
Si è trattato di un omicidio.
I medici svedesi hanno concluso nella loro analisi:

  • il video sembrerebbe filmare delle misure di rianimazione dopo un attacco chimico al gas clorino (ora si sostiene sia stato Sarin, ma è impossibile). Le misure includevano anche un’iniezione di adrenalina tramite un lungo ago, introdotto direttamente nel petto del bambino. La procedura seguita è assolutamente scorretta per eliminare le conseguenze di agenti chimici
  • Il trattamento e le cure impartiti al bambino sono stati incauti, pericolosi e con tutta probabilità hanno arrecato alla salute del piccolo gravi danni.
  • Assolutamente rivelatrici della natura criminale del video sono le molteplici somministrazioni di dosi di adrenalina, sembrerebbe direttamente al cuore. Il personale medico (ma io credo lo si possa chiamare in tutta tranquillità un gruppo di attori) non è in grado di spingere lo stantuffo in maniera adeguata per cui, come si può vedere dal video stesso, il contenuto della siringa non è mai stato iniettato.
  • La diagnosi fatta da un gruppo di reali medici, basata su quanto è possibile vedere dal video, indica in tutta evidenza che il bambino aveva chiari sintomi di un’overdose da oppiacei e che ne stava morendo. Non c’è alcuna evidenza di intossicazione da agenti chimici.
  • Nessuno dei bambini comparsi nei video dei Caschi Bianchi mostra di essere stato vittima di attacchi chimici. Da un video precedente diffuso dai Caschi Bianchi:
      E’ evidente che nel video in questione è stata la falsa iniezione con l’ago conficcato attraverso i punti di sutura direttamente nel cuore ad aver ucciso il bambino. Si è trattato di un infanticidio mascherato da trattamento medico.

 

    Dietro una traduzione falsata si sentono, in arabo, delle autentiche indicazioni da regia su come sistemare il bambino, non si sentono certo delle indicazioni di carattere medico.

  • I video sono stati postati nel canale gestito dai Caschi Bianchi “Syrian civil Defense in Idlib Province”. I video sono stati prodotti dai Caschi Bianchi in collaborazione con l’organizzazione “Coordinating Sarmin”, il cui stemma è una bandiera nera jihadista (Al-Qaeda). Nel video si vedono anche dei caschi bianchi.

 

Il professore Marcello Ferrada De Noli, presidente del Swedhr, ha pubblicato all’inizio di marzo di quest’anno un primo articolo con un’analisi del caso. Il titolo dell’articolo è: “I Medici svedesi per i Diritti Umani: il video dei Caschi Bianchi, una macabra manipolazione di bambini morti ed una falsificazione di attacchi chimici per giustificare una ‘No-fly Zone’ in Siria”.
Questa analisi è stata poi, in un altro articolo, seguita da scoperte ancora più agghiaccianti fatte in video inizialmente non esaminati. L’articolo in questione è: “Il film sui Caschi Bianchi: osservazioni aggiornate dei medici svedesi confermano che ai bambini viene data una falsa assistenza medica dagli esiti letali”.

Le scoperte congiunte dei medici svedesi in relazione alla propaganda e alle falsità diffuse da Al-Qaeda in Siria confermano le conclusioni degli scienziati tedeschi e di altre nazioni riguardo ai crimini commessi da Al-Nusra in Siria.

 

De Noli è il fondatore e il presidente dello Swedhr, un’organizzazione non governativa composta da un gruppo di professori e medici attivi nel settore sanitario, il cui scopo è analizzare e riferire all’opinione pubblica le atrocità commesse ai danni dei civili, i casi di tortura dei prigionieri di guerra e di infrazioni dei diritti umani.

L’organizzazione svolge la sua attività principalmente nei seguenti casi: crimini di guerra ai danni della popolazione civile documentati sul territorio, infrazioni governamentali dei diritti umani, casi individuali di dottori soggetti a violazioni dei diritti umani ed analisi degli effetti della tortura sui prigionieri di guerra.

La prima commissione eletta dello SWEDHR era composta da Leif Elinder, Marcello Ferrada De Noli (presidente), Martin Gelin, Alberto Gutierrez, OveB. Johansson, Lena Oske, Armando Popa, Anders Romelsjo (vice-presidente), Marita Troye-Blomberg e Luz Varela. Nel 2015 Ferrada ha fondato, insieme ad un gruppo di accademici ed editori europei, la rivista on-line (The Indicter), dopo essere stato eletto editore-capo.

 

(Fonte: Veteranstoday – traduzione di Claudio Napoli)

Pubblicato il 10 Aprile 2017 da oltrelalinea

 

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Addendum delle Admin … for remember!

CHI SONO (DAVVERO) GLI ELMETTI BIANCHI?: http://www.occhidellaguerra.it/chi-sono-davvero-gli-elmetti-bianchi/

ELMETTI BIANCHI: AL QAEDA COL LIFTING AMERICANO:

 

10 Aprile 2017 – Faranno il Deserto e lo chiameranno Pace

L’ANELLO MANCANTE (Siria, gli USA attaccano nella notte con decine di missili. Colpita la presunta base del raid chimico)

#Syria #sarin #Idlib #USA #Russia #missili

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NdA: Non lo diciamo noi, ma una “penna eccellente” … Pepe Escobar!

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DI PEPE ESCOBAR – Da facebook.com

 

Gli  S-400 russi posizionati in Siria avrebbero potuto facilmente disabilitare quei goffi Tomahawks.

Ma l’ ordine è venuto dal cielo – e quindi non hanno fatto nulla.

Il Pentagono aveva mandato, per tempo,  la dritta a Mosca perché sapeva che  cosa c’era in gioco.

Così Mosca ha deciso di far marcia indietro – in cambio di QUALCOSA tutti gli attori possono accettare – qualche volta – di fare la mamma.

Lo Show dei Tomahawk è il modo con cui il Pentagono è riuscito a  demolire la credibilità del Ministero della Difesa russo –  quello che aveva spiegato che l’ “attacco chimico” è stato in realtà il risultato del bombardamento di un magazzino segreto di Jabhat al-Nusra dove si produceva  gas nervino.

Così adesso il Ministero della Difesa russo è NUDO.

Ci sarà una risposta.

Non ora.

Bisognerà ancora aspettare un  paio di mosse, dopo questa partita.

 

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di  Bosque Primario

7 Aprile 2017 – comedonchisciotte.org

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Qui, un’altra “penna eccellente”: Thierry Meyssan

http://www.egaliteetreconciliation.fr/Donald-Trump-affirme-son-autorite-sur-ses-allies-45051.html

 

Qui, lo stesso articolo tradotto in italiano da megachip.globalist

http://megachip.globalist.it/Detail_News_Display?ID=127629&typeb=0&donald-trump-afferma-la-sua-autorita-sui-suoi-alleati

 

Qui, invece, Fulvio Scaglione, ex vice-direttore di Famiglia Cristiana. Collabora sempre con Famiglia Cristiana e poi con Avvenire, Eco di Bergamo, Limes, EastWest, e online con Occhi della guerra, L’Inkiesta, Micromega, Eastonline e Terrasanta.Net.

http://m.famigliacristiana.it/articolo/siamo-sull-orlo-della-terza-guerra-mondiale.htm

 

9 Aprile 2017

 

PERCHE’ LA SIRIA? “IL CERCHIO M.E.N.A.”

#Syria #USA #Trump #MENA #petrolio #gas #Imperialismo #Bush #SaudiArabia

MENA

Testo in italiano del capitolo “Il cerchio Mena” del libro di G. Lo Brutto e A. Spataro
“SIGLO XXI- LA ECONOMIA DEL TERROR”, uscito in Messico, nel giugno 2016.
1Dopo l’interventismo di George W. Bush, arrivò il “revisionismo” di Barak Obama il quale, con il memorabile discorso del Cairo, tentò di correggere l’approccio Usa verso il mondo arabo e di recuperarne la fiducia.
Il neo presidente democratico, il primo di pelle nera e di padre islamico, legittimò e rilanciò, in chiave più politica e culturale, la prospettiva “americana” ossia la regione Mena caldeggiata dai principali organismi finanziari internazionali (Banca mondiale e FMI) e dalle stesse agenzie delle Nazioni Unite. E naturalmente, da molti paesi petroliferi della penisola araba.
Come detto, si passò dal vecchio “arco dell’instabilità e della crisi”, che andava dal nord-Africa all’Iran, passando dalla Palestina occupata, al Mena che taluni specialisti, anche di tendenza moderata, ufficialista,  spiegano così.
“L’obiettivo americano è, comunque, quello di ridisegnare gli equilibri in un’area che va dal Nord Africa all’Iran, dove la presa della potenza Usa si è costantemente indebolita negli ultimi anni, a seguito del fallimento della politica di Bush. A questo scopo, gli Usa stanno cercando di inserirsi nei sommovimenti in atto. Anzi, c’è il dubbio che abbiano messo lo zampino anche nella fase delle rivolte, come dimostrerebbe l’esistenza di un progetto, riportato da Wikileaks, di liberarsi di Mubarak, ormai non più affidabile, o il ruolo di un’istituzione americana come American Freedom nel training di blogger anti Ben Alì”. (Negri, 2011)
La regione “Mena” si presenta come una sorta di “cerchio” ellittico ideale che delimita una nuova entità geo-economica e si estende dall’Atlantico al Golfo Persico, al Mar Caspio, inglobando i paesi rivieraschi delle coste Sud ed Est del Mediterraneo, del sub – Caucaso, l’Iran e l’intera penisola araba[1].
Nell’area vivono oltre 350 milioni di persone, quasi tutte accomunate dalla stessa lingua (l’arabo) e dalla stessa religione (l’Islam).
Una realtà in formazione, attraversata da tante contraddizioni e perfino da conflitti, che contiene enormi riserve energetiche (petrolio e gas), grandi risorse finanziarie e importanti mercati (dalle armi ai prodotti di lusso), abbondanza di manodopera a basso costo, ecc.
Tuttavia, la regione “Mena” si caratterizza per il fattore petrolifero e gasiero poiché vi si concentra il 30% circa della produzione, il 40% delle esportazioni e il 65% delle riserve petrolifere mondiali accertate.
Per avere un’idea più dettagliata della realtà di tali settori basta osservare gli andamenti realizzatisi fra il 2000 e il 2013.
Petrolio:
dal 2000 al 2013, le riserve accertate di petrolio di Mena sono cresciute da 725,4 a 869,6 miliardi di barili, corrispondenti al 52% delle riserve mondiali, al 72% delle riserve Opec, al 77% di quelle dei paesi OCSE ossia l’insieme dei paesi occidentali più industrializzati del Pianeta;
nello stesso periodo si è registrato un forte incremento delle produzioni Mena, precisamente da 27.2 a 31.4 mln b/g, corrispondente al 36% del totale mondiale e al 87% di Opec e al 67%  dei paesi OCSE.
Gas:
Nel periodo considerato (2000-2013), anche le riserve di gas naturale di Mena hanno fatto registrare un notevole incremento da 66.494 a 88.570 (mld m/3). Il dato relativo al 2013 corrisponde al 43% delle riserve mondiali e al 92% di Opec ed è 4,4 volte maggiore delle riserve OCSE;
Mentre la produzione gasiera è cresciuta da 308,2 a 699,2 miliardi di m3, superando nettamente quella di Opec (642,5) e attestandosi al 36% della produzione mondiale contro il 24% dell’intera produzione OCSE.
Ben 4 paesi Mena (Qatar, Iran, Arabia Saudita, Algeria) figurano fra i primi 10 paesi produttori di gas. Considerando il rapporto fra riserve e produzione (dati 2013) Mena potrà produrre per 127 anni, contro i 59 anni del Mondo, i 16 anni dei paese Ocse, i 13 anni del Nord America (Usa e Canada), gli 11 anni dell’Unione Europea, i 76 anni della Russia e i 144 anni del Medio Oriente.
Numeri forti che denotano l’importanza attuale e futura della regione con la quale dovranno confrontarsi la gran parte dei paesi industrializzati.
1
Il “cerchio Mena” contiene quasi tutti i cosiddetti “Stati-canaglia”, inseriti nella lista nera degli Usa, e le principali aree di crisi che, in certi casi, coinvolgono i territori di alcuni paesi centro asiatici di tradizione islamica dell’ex Urss.
Un’area, dunque, ad alta densità di conflitti, instabile politicamente sulla quale si sono appuntati gli interessi di alcune fra le più grandi potenze mondiali ognuna delle quali è portatrice di un proprio disegno politico ed economico.
In particolare Stati Uniti d’America e Cina, ma anche la Russia di Putin che cerca di rientrare nel gioco mediterraneo e mediorientale per ri-occupare il ruolo importante svolto in passato dall’ex Urss.
L’obiettivo del progetto Mena, che ha messo nell’ombra l’iniziativa dell’Unione Europea sul partenariato euro-mediterraneo, sembra essere quello di controllare quest’area per assicurarsi le risorse (energetiche e finanziarie) e per farla “pesare” nel confronto globale polarizzato intorno a due aggregazioni principali: da un lato gli Usa e i loro alleati occidentali, dall’altro lato i paesi Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa) ossia le nuove potenze economiche emergenti (o già emerse!) del terzo mondo.
Per controllare questa regione sono stati provocati, con una cadenza impressionante, micidiali conflitti religiosi e civili, guerre locali e “rivoluzioni” improvvisate quanto sanguinose.
Anche le “ primavere arabe” sembrano inquadrarsi in tale logica, per altri versi inspiegabile. Infatti, nessuno comprende l’appoggio dato dall’Occidente alle “primavere arabe” risoltosi in un madornale errore visto che i paesi investiti  (Tunisia, Egitto e Libia nell’Africa del nord ) sono stati consegnati nelle mani dei fondamentalisti dei “Fratelli musulmani” e di gruppi di qaedisti e dell’Islamic State (Is).
Errori così pacchiani, ripetuti che autorizzano un dubbio atroce: gli Usa (e i loro supporter europei) sbagliano o hanno scelto, consapevolmente, di sbagliare?
Difficile sciogliere tale dubbio anche se sappiamo, e vediamo, che le multinazionali occidentali pur di controllare il petrolio e il gas arabi non si fanno scrupoli di allearsi anche con i più fanatici nemici degli Usa e dell’Occidente ossia con la “tendenza integralista”, variamente connotata, probabilmente ritenuta l’unica in grado di esercitare una seria influenza sul potere politico e sulle risorse degli Stati islamici.
Nel suo saggio, Sebastiano Caputo da questa interpretazione:
“Al momento né Washington né Tel Aviv hanno suonato il campanello d’allarme, difficile capire il perché. La prima ipotesi presuppone che gli Usa sappiano che questi nuovi governi islamo- neocon-servatori agiranno principalmente nel campo del sociale attraverso leggi che limiteranno la libertà, mentre difficilmente metteranno le mani alla macroeconomia, vale a dire il libero mercato e il sistema monetario attuale, di conseguenza risulterebbe inutile scatenare pressioni o sanzioni… Tuttavia l’eclatante trionfo dei valori islamici su quelli laici racchiude in sé una situazione para-dossale. Se si analizza l’evoluzione della politica estera nord-americana dopo i cosiddetti attentati dell’11 settembre e l’atteggiamento scettico nei confronti dell’Islam, la domanda che viene in mente è per quale motivo gli Stati Uniti d’America, “garanti della democrazia nel mondo” permettono un tale evento storico – politico? Perché Israele consente a gruppi islamici, antisionisti e pro-palestinesi di governare Paesi limitrofi (Egitto) o periferici (gli altri Paesi del Maghreb)?” (Caputo, 2013)
La “guerra infinita” continua a destabilizzare i regimi, a massacrare, a distruggere i Paesi del mondo arabo non perfettamente allineati alle direttive d’Oltreoceano. Prima l’Afghanistan, poi l’Iraq di Saddam Hussein, la Libia di Gheddafi. Oggi è la volta della Siria di Bachar Assad. Domani, probabilmente, dell’Iran degli ayatollah. Cambiano i presidenti in Usa e i governi nei Paesi alleati, ma la  “guerra” continua. Come se fosse una sorta di “undicesimo comandamento”!
Un’ inquietante continuità che conferma il timore, piuttosto diffuso, secondo il quale nelle “grandi democrazie” occidentali non comandano gli organi costituzionali, eletti più o meno democratica-mente, ma i “poteri forti” che agiscono nell’anonimato o nascosti “dietro il trono”.
D’altra parte, tolti gli idrocarburi e i petrodollari derivati (appannaggio di pochi clan tribali patrimoniali e politici), la regione Mena non è il migliore dei mondi possibili. Tutt’altro! Le società di quei paesi soffrono, in termini più duri che altrove, le conseguenze della crisi mondiale e quelle derivate dalle ataviche condizioni di sottosviluppo.
Come si legge in uno studio (del 2012) della Camera dei Deputati italiana, nell’attuale fase di ripresa dalla crisi alcune aree della regione si trovano a fronteggiare inediti sviluppi del proprio quadro politico, con implicazioni potenzialmente di vasta portata; il quadro politico, caratterizzato dalla richiesta di riforme della rappresentanza, dell’accountability e della governance, risulta aggravato dall’elevato tasso di disoccupazione giovanile e dall’aumento dei prezzi dei generi alimentari.
Secondo l’outlook della Banca Mondiale, (febbraio 2011) l’impatto economico della crisi politica sull’area Mena si potrebbe manifestare attraverso alcuni fenomeni di segno negativo:
–     esitante ripresa della crescita, già lenta soprattutto per i paesi importatori di petrolio, a causa della caduta delle entrate derivanti dal turismo e le perturbazioni che hanno colpito le attività finanziarie;
–    impatto potenzialmente significativo degli effetti della crisi sulle fasce più povere della popolazione, specialmente in un quadro di crescita inflazionistica;
–    diminuzione degli investimenti determinata dal perdurare del quadro di incertezza e possibili complicazioni di lungo periodo per gli operatori del settore finanziario;
–    aggravamento del deficit fiscale a seguito del rallentamento delle entrate e all’aumento della spesa corrente. Tale quadro critico si sta inverando nei paesi i cui governi aumentano gli stipendi della pubblica amministrazione e annunciano assunzioni nel settore pubblico, sussidi e aumento del salario minimo;
–    crescita generalizzata dei costi economici in particolare nei casi di persistente instabilità o di mancanza di chiarezza nella transizione politica in atto[2].
E la “vecchia” Europa, dominata dall’euro-burocrazia di Bruxelles e dalle banche, assiste, impotente, divisa e debilitata, a tali manovre che si svolgono nella propria area di “pertinenza” se non altro per la prossimità geografica.
A soppiantarla anche nel Mediterraneo (ossia nel cortile di casa) sono gli Usa che tirano le fila di un nuovo disegno politico- strategico qual è il Mena.
La novità è stata recepita. Non a caso, la gran parte degli attori politici tradizionali, degli stessi sommovimenti arabi non guardano all’Europa ma agli Usa come principale riferimento “esterno”.
L’Europa segue a ruota sul terreno della strategia politica e su quello della politica finanziaria anche per quanto riguarda il Mena in favore della quale l’U.E. ha creato uno speciale “Fondo Mena” che- secondo il bollettino della Commissione U.E. – ha “lo scopo di investire nel settore infrastrutturale ed energia in Medio Oriente e Nord Africa…” facendo leva sulla partecipazione volontaria dei Paesi membri, della Bers e del fondo fiduciario Neighbourhood Investiment Facility (NIF).”
Così anche sul terreno dell’impegno militare, nel quale si distinguono in particolare alcuni paesi a più spiccata vocazione servile (quali, oggi, Francia, Gran Bretagna e, in seconda fila Italia e Spagna) che sembrano avere rinunciato a svolgere un ruolo autonomo di pace, per lasciarsi coinvolgere in avventure rischiose e molto costose per i grami bilanci dei rispettivi Stati.
La non partecipazione della Germania, Paese guida dell’U.E., all’avventura libica e in genere alle tante missioni “umanitarie” nel Mediterraneo e in giro per il mondo (tranne in Afghanistan), do-vrebbe far riflettere i tanti “soloni” che pontificano sulla democrazia degli altri che vorrebbero salvare o instaurare con i droni e con i cannoni.
Anche se, come scriviamo in altra parte, i grandi industriali tedeschi, timorosi di restare esclusi, hanno cominciato a premere sul governo per un impegno diretto delle forze armate tedesche nelle future “missioni di pace” ossia per partecipare ai dividenti del bottino di guerra: le materie prime.
In questo crogiuolo di contraddizioni, l’U. E. rischia il blocco, la dissoluzione del progetto d’unione politica ed economica. La stessa Europa rischia di smarrire la propria identità storico- culturale e geo-politica, rafforzando il punto di vista di chi sostiene che non sia un continente, ma solo una propaggine dell’Asia verso l’Atlantico e il Mediterraneo.
Fisicamente, così è. Tuttavia, da tremila anni, l’Europa è fonte e sede di una delle più grandi civiltà umane. Purtroppo, oggi, è in declino e molti, amici e concorrenti, cercano, di anticiparne la caduta; d’invaderla silenziosamente, amichevolmente, per spolparsi le sue enormi ricchezze materiali e immateriali.
Più che una speranza ben riposta, il futuro dell’Europa è un problema mal posto, poiché resta incerto e succube di forze e interessi ostili e contrapposti. L’Europa ha smarrito il senso della sua dignità storica, della sua autonomia culturale e politica.
La soluzione? La risposta non è facile. La crisi è tale che l’U.E. potrebbe, perfino, disgregarsi. Per evitare tale pericolo, bisogna cambiare registro politico e strategico e puntare a un’ Europa dei popoli e non più delle consorterie multinazionali.
Sulla base di tale correzione di rotta, dovrà proseguire l’allargamento fin dove è possibile nell’ambito dei popoli di cultura europea, abbandonando la politica di provocazione e delle tensioni svolta per conto terzi in ambito Nato.
In tale prospettiva, diventa auspicabile, possibile il progetto di unire Europa e Russia o, se si preferisce, di associare la Russia all’Unione europea. Sì, avete letto bene, la sterminata Russia che ci è stata sempre presentata come l’eterno nemico.
Ieri da Napoleone e da Adolf Hitler, i quali tentarono, rovinosamente, di conquistarla militarmente, oggi da certa oligarchia politica e finanziaria occidentale che non si rassegna al fallimento del suo tentativo d’incorporare la Russia fra le sue “dipendences” orientali.
Un’idea simile potrà apparire paradossale, fuori da ogni ragionevole previsione, tuttavia un senso lo ha, una logica pure, specie se realizzata gradatamente e alla luce delle nuove ri-aggregazioni (spartizioni?) mondiali che stanno avvenendo su basi continentali.
Non si desidera un’unione contro qualcuno (Usa, Cina o altre realtà del mondo), ma un fattore di stabilità, di pace, di cooperazione; per dare un senso pieno all’autonomia dell’Europa che, allo stato, appare fiaccata, barcollante al suo interno, simile a un “continente” alla deriva.
Da sola, l’Europa difficilmente potrà uscire da tale precaria condizione. Se l’obiettivo generale del nuovo ordine è di creare un mondo davvero multipolare, allora l’Europa dovrà proseguire nel programma di adesione e aggregare nuovi soggetti per creare uno dei nuovi poli dello sviluppo mondiale.
Quali nuovi soggetti? Gli Usa sono lontani e non sempre i loro interessi combaciano con quelli europei; l’ipotesi euro-mediterranea è stata resa sterile per volere degli Usa e per subalternità francese.
La Cina e le altre realtà asiatiche sono ancor più lontane e presentano caratteristiche socio-culturali, al momento, non assimilabili. Così si può dire, anche per ragioni di carattere logistico e funzionale, per altre regioni e/o continenti quali l’Africa, il mondo arabo-islamico, l’America latina.
Non resta che la Russia ossia un Paese- continente, di prevalente cultura europea, che si estende in continuità con l’Europa verso il cuore dell’Asia, l’Oceano Pacifico.
Un territorio sterminato e ricco di enormi riserve energetiche e metallifere, di boschi, di acque, di terre vergini, di mari pescosi, ecc.
Evitiamo ogni riferimento agli apparati e potenziali militari e nucleari che si spera possano essere liquidati in tutto il mondo. Che, però, esistono!
Risorse importanti, strategiche che, unite al grande patrimonio europeo (tecnologie, saperi, scienze, professioni, culture e tradizioni democratiche, ecc), potrebbero costituire il punto di partenza per dare vita a “Euro-Russia”, a una nuova “regione” geo-economica mondiale, dall’Atlantico al Pacifico, al Mediterraneo.
Una prospettiva di medio / lungo termine (anche se non lunghissimo!) che non può essere inficiata o addirittura rifiutata a causa di stizzosi riferimenti a situazioni di crisi locali, agli attuali leader.
Per fortuna, gli uomini passano (anche i peggiori), le idee, se sono buone, restano e potranno camminare con i piedi e con le teste degli uomini e delle donne che verranno.
Anche da parte della Russia, nonostante i minacciosi venti di guerra che da sud e da ovest soffiano contro di essa (Ucraina, Cecenia, Georgia, ecc), si pensa a grandi progetti e a grandi investimenti per collegare il Pacifico e l’Atlantico, attraverso la Siberia e l’Europa. Nel marzo del 2014, a Mosca, è stato presentato dal presidente delle ferrovie russe, Vladimir Yakunin, un grandioso mega progetto denominato “Corridoio euro-asiatico Razvitie” , che- come notano M. Lettieri e P. Raimondi “negli anni potrebbe richiedere investimenti per parecchie centinaia di miliardi di euro, per collegare con moderne infrastrutture la costa russa del Pacifico con i Paesi europei fino all’Atlantico. Nel corridoio, oltre ai trasporti ferroviari e autostradali, sono previsti anche collegamenti continentali con pipeline per il gas, il petrolio, l’acqua, l’elettricità e le comunicazioni. Si prevedono anche collegamenti diretti con la Cina, che del resto sta già attivamente portando avanti simili politiche di sviluppo euro-asiatico attraverso la realizzazione di moderne Vie della Seta, e con il Nord America, con la realizzazione di collegamenti ferroviari che, passando attraverso lo Stretto di Bering, potranno collegare via terra la Russia e l’Asia con l’Alaska. Evidentemente la visione strategica del progetto va ben oltre la realizzazione dei corridoi di transito. Infatti, si ipotizza anche lo sviluppo in profondità di una fascia di 200-300 km lungo l’intera linea per nuovi insediamenti urbani e nuovi centri produttivi. Secondo Yakunin un tale progetto potrebbe creare almeno 10-15 nuovi tipi d’ industrie basate su tecnologie completamente nuove.” (Lettieri y Raimondi, 2014)
Ovviamente, questo è solo uno spunto, una “bella utopia”. I giochi di guerra, gli intrighi per il nuovo ordine mondiale sono in corso da qualche tempo. E sono ancora aperti. Il problema è come vi si partecipa: se da protagonisti o da comprimari.
All’orizzonte si profila una nuova bipartizione del mondo, con Cina e Usa come capifila. Taluno prevede un’improbabile tripartizione, inserendo la Russia nel terzetto. Nessuno pronostica un ruolo primario dell’U.E., condannata a restare sottoposta agli Usa.
Non sappiamo quali saranno la collocazione, il ruolo della Russia e dell’Europa fra 30/50 anni. Una cosa sembra sicura: divise, potranno solo sperare che uno dei due capifila le inviti ad accodarsi.
_________________________________________________
[1] Con l’acronimo MENA (Middle East and North Africa) viene indicata la regione che si estende dal Marocco, ad ovest, attraversa la fascia nord-occidentale dell’Africa e prosegue verso l’Iran nel sud ovest asiatico. I paesi che ne fanno parte, come enumerati dalla Banca Mondiale, presente nell’area con propri progetti, sono Algeria, Bahrain, Djibouti, Egitto, Iran, Iraq, Israele, Giordania, Kuwait, Libano, Libia, Malta, Marocco, Oman, Qatar, Arabia Saudita, Siria, Tunisia, Emirati Arabi Uniti, West Bank and Gaza, Yemen.
[2] “Documenti –Camera dei Deputati, repubblica Italiana- Roma, 2012”.
Di Giuseppe Lo Brutto – Agostino Spataro
Articolo pubblicato il 9 Aprile 2017 da contropiano.org

LA VERITA’ SULLA GUERRA IN SIRIA

#Syria #sarin #Idlib #Trump #guerra

La verità sulla guerra in Siria detta in diretta alla RAI. Ascoltiamo le parole di Franco Romano.

9 Aprile 2017

 

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