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Aleppo, 7 gennaio 2017. La via più indicata per raggiungere Aleppo, oggi, non è la più breve o la più comoda, ma la più sicura. Così da Damasco, in auto, ci vogliono quasi sette ore mettendo insieme tratti di autostrada, strade secondarie e anche pezzi di piste un tempo battute soprattutto da chi faceva piccolo contrabbando.

Zigzagando e divagando rispetto alla direttrice naturale. E valicando, nel frattempo, alcune migliaia di buche e decine di check point militari e controlli di polizia. Alla fine, niente di straordinario, considerati i sei anni di guerra.
Un bel pezzo di questo puzzle chiamato strada, però, punta dritto in direzione di Raqqa, la cosiddetta “capitale del Califfato”. Di fatto, per più di un’ora, l’auto viaggia avendo alla destra le aree ancora infestate dall’Isis e compagnia e a sinistra quelle ormai dominate dall’esercito di Bashar al-Assad. E quando svolti ad angolo retto verso Ovest, cioè a sinistra, cioè in direzione di Aleppo, Raqqa non è più lontanissima: qualcosa più di 40 chilometri.

Intonazione da Touring Club a parte, quella diversione mi è servita a confermare un’idea che ho fin dal primo irrompere dell’Isis e dal suo allargarsi a macchia d’olio tra Siria e Iraq. Mentre conosco fin dal 2002 quella parte di Iraq, l’area di Mosul e la Piana di Niniveh fino a Kirkuk, questa parte di Siria mi mancava. Ed è un deserto piatto, sassoso e rossastro che si estende a perdita d’occhio.

Non era difficile scoprirlo navigando in Rete ma visto con i propri occhi ti dice, anzi ti grida una cosa: è impossibile che le colonne dei miliziani con la bandiera nera potessero e possano tuttora (vedi recente riconquista di Palmira) attraversare decine di chilometri di un terreno come questo senza essere scoperte. Dai satelliti, dagli aerei di ricognizione e persino dai piccioni viaggiatori. Quindi è chiaro che chi svolazzava su quei deserti, per esempio i velivoli della famosa coalizione di 67-Paesi-67 messa insieme da Barack Obama e da re Salman dell’Arabia Saudita, ha preferito chiudere un occhio.

Sono lì che penso a queste cose e mi sento toccare su una spalla. “Mister, mister!”. E’ Ahmed, come scopro di lì a poco, un caporale dell’esercito regolare siriano. Sono in una specie di bar, buio e pieno di gente o strana o armata, lungo la strada che somiglia a quello di Guerre Stellari. Ero assorto e non mi sono accorto che era arrivato un pullman di linea quasi interamente occupato da ragazzi che tornano a casa in licenza. Hanno le facce stravolte di chi da un bel po’ non dorme abbastanza, le divise luride, i kalashnikov in spalla. Sono scesi tutti per sgranchirsi le gambe e bere un tè o una simil-Coca. Ma la prima cosa che fanno, tutti, è telefonare alla mamma per dire: sto arrivando.

Ahmed è un bel tipo. Sulle spalle ha una sacca con la faccia di Che Guevara. “Good fighter!”, dice. Come sempre capita nelle guerre, lui è uno che c’è finito dentro con tutti e due i piedi perché non andava all’università (quindi niente rinvii, anche se ora son diventati più difficili), non aveva genitori importanti (quindi niente raccomandazioni) e neanche un lavoro vero, perché era il tuttofare in un piccolo ristorante col sogno di aprire un negozio tutto suo.

Coi sogni e basta si fa poca strada. La sua l’ha portato nell’esercito. Era tra quelli che hanno dovuto ritirarsi da Palmira, qualche settimana fa, e che dai siriani non simpatizzanti Daesh si stanno sentendo dire di tutto: traditori (l’insulto preferito), vigliacchi, idioti… Lui la spiega così: “Ci hanno fregati perché sono arrivati vestiti con le divise dei soldati russi, le sentinelle li hanno fatti passare e dopo era troppo tardi”. Chissà. Chi mi aiuta a tradurre fa una faccia… E in effetti confondere un medio militante Daesh con un caporale siberiano con gli occhi azzurri sembra un po’ difficile. Però non ho il coraggio di contestare la tesi di Ahmed. Aggrappato alla sacca di Che Guevara vedo solo un ragazzo che ha ancora 50 chilometri di pullman per arrivare a una piccola città persa nel nulla, passare una settimana con la mamma (che ha altri due figli più piccoli che magari finiranno sotto le armi anche loro) e poi tornare chissà dove, a sparare e farsi sparare. Che volete che se ne faccia delle nostre strategie?

 

Fulvio Scaglione, da Aleppo

 

7 gennaio 2017 – occhidellaguerra

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