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Faranno il Deserto e lo chiameranno Pace

Saremo ancora in grado di volare e rendere libere le nostre anime? L'anima libera è rara, ma quando la vedi la riconosci, soprattutto perché provi un senso di benessere quando le sei vicino.

Mese

gennaio 2017

LA POLIZIA ISRAELIANA SPARA SU TEENAGER PALESTINESE, POI L’ARRESTO DOPO LA DENUNCIA DEL PADRE

#Palestina #israele #occupazione #bambini #DetenzioneAmministrativa –

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Prefazione di Invictapalestina:

“Occhi: quando apriremo i nostri, forse, quelli dei bambini palestinesi non verranno più accecati.

Facciamo conoscere questa storia a CENTOMILA persone? Dipende dalle nostre condivisioni. Il video dei bambini palestinesi incarcerati grazie a voi tutti ha raggiunto oltre DUECENTOVENTIMILA visitatori.

Questo il video sui bambini nelle carceri israeliane.”

 

by Gideon Levy, Jan 05, 2017 5:45 PM

Ahmad Mahmoud stava andando a comprare un paio di scarpe con sua madre, quando un poliziotto gli spara un proiettile di gomma agli occhi.

E‘ stato ricoverato per una settimana e ha perso la vista ad un occhio. Suo padre ha sporto denuncia agli affari interni. Una settimana dopo arrivano i poliziotti per arrestare il ragazzo.

Un adolescente, con la mamma e la zia camminano insieme felici e spensierati per acquistare un regalo – un paio di scarpe nuove – come premio per la sua eccellente pagella. Appena si addentrano in un vicolo, un gruppo di bambini sfreccia verso di loro. Prima di capire cosa stia succedendo, sentono un colpo e il ragazzo cade a terra davanti allo sguardo inorridito della madre, urlando di dolore e sanguinante da un occhio.
Ahmed Mahmoud, 15 anni, studente delle superiori, studente modello ben curato con i capelli alla moda, è sul punto di svenire. Pensava di aver perso la vista, ora settimane più tardi, ricorda di aver vomitato sangue. La madre, Esrar, era in preda al panico.

E’successo un mese fa, il 5 dicembre intorno alle 3.30 del pomeriggio, sulla strada vicino a casa loro nel villaggio di lssawiya nei dintorni di Gerusalemme.

La zia di Ahmed si precipitò in una casa vicina per chiamare un parente che portò l’adolescente al Makassed Hospital, nella parte orientale della città. Secondo il racconto di suo padre Mohammed, avevano paura di portarlo in un ospedale israeliano, perché avrebbero potuto arrestarlo – com’era successo ad altri bambini del posto. Ma dopo aver constatato che nel Makassed Hospital non era possibile l’intervento, i suoi genitori lo dovettero portare all’Hadassah University Hospital, nel quartiere Ein Karem di Gerusalemme.

 

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Università ebraica di Gerusalemme

I Mahmouds sono una famiglia moderna, affabile. I due genitori hanno 42 anni. La figlia più grande studia come educatrice all’Università Ebraica di Gerusalemme.

E‘ stato lo zio del ragazzo, Jamal Aladin, un architetto che si è laureato presso la Bezalel Academy of Arts and Design e che al momento stava lavorando su un progetto nella città di Modi’in, che ci ha informati del caso di suo nipote.
“Ho deciso di scrivere a voi dopo che il medico dell’ospedale Hadassah ha informato mio nipote che aveva perso la vista da un occhio … [e] un altro ragazzo ha perso un occhio nel villaggio di Isawiyah dopo essere stato colpito da un proiettile di gomma sparato dalla polizia di frontiera,” ha scritto.
I medici dell’Hadassah University Hospital hanno verificato che la retina dell’occhio destro di Ahmed aveva subito vistosi danni irreparabili; quello di sinistra non è stato ferito.

Quando Ahmed è stato ricoverato in ospedale, dove è rimasto per sei giorni, ai suoi genitori è stato chiesto com’era successo e loro hanno raccontato che il loro figlio era stato colpito da un proiettile di gomma sparato da un poliziotto di frontiera. Circa un’ora dopo, due investigatori della polizia sono arrivati al pronto soccorso, a quanto pare a seguito della segnalazione del suo arrivo fatta dall’ospedale, come è richiesto in questi casi.

Il padre ha chiesto ai due ufficiali se fossero della juvenile unit – una domanda che i palestinesi di solito non osano fare. I poliziotti hanno detto di non essere di tale unità e di essere lì per la denuncia del padre, riferendo di non avere informazioni su un incidente in Isawiyah.

Mohammed ha raccontato quello che era successo a suo figlio. Gli ufficiali hanno chiesto alla madre e alla zia di andare il giorno dopo a depositare la loro testimonianza alla stazione di polizia israeliana di Shalem a Gerusalemme Est, e loro lo hanno fatto.
Oltre al sanguinamento della retina, il personale medico ha verificato una frattura nella cavità oculare. La madre di Ahmed reputa che il figlio sia stato colpito da una distanza di circa 20 metri. La gente del villaggio ha detto loro che il poliziotto di frontiera che ha sparato contro Ahmed era nascosto dietro un muro ed era probabilmente un cecchino. Ci sono stati molti recenti casi di sassaiole verso poliziotti, che per qualche motivo spesso vengono a Isawiyah alla fine dell’orario scolastico. Negli ultimi mesi, circa otto bambini e ragazzi del posto sono stati colpiti agli occhi con proiettili di gomma, questo nel villaggio crea il sospetto che i cecchini mirino agli occhi.

Una valutazione completa dei danni permanenti alla vista di Ahmed non è ancora nota; allo stato attuale, può a malapena vedere con l’occhio sinistro.
Il 18 dicembre, una settimana le dimissioni dall’ospedale, il padre di Ahmed ha presentato una denuncia all’unità del Ministero della Giustizia perché si facesse un’indagine sugli agenti di polizia. E’ stato informato che non avevano personale disponibile e che lo avrebbero aggiornato (cosa che devono ancora fare).
In seguito, il 26 dicembre, alle 04:30 (della notte), gli agenti di polizia bussano alla porta della casa di famiglia. Ahmed, ancora convalescente, quella notte dormiva a casa dei suoi nonni. Prima di andare a letto insieme a suo nonno aveva guardato su un canale sportivo della pay-TV una vecchia partita con il Barcellona, la sua squadra di calcio preferita.
Quando il padre di Ahmed apre la porta, si trova davanti quattro poliziotti in abiti civili protetti da sei o sette poliziotti di frontiera mascherati e con le armi in mano. Gli ufficiali chiedono di vedere un suo documento per passare poi all’interrogatorio del figlio. Lui spiega che Ahmed non è in casa. La polizia mostra un mandato e incomincia a cercare negli armadi sequestrando due paia di pantaloni. Un paio di Ahmed; l’altro del fratello di 22 anni. Mohammed cerca spiegazioni, ma la polizia porta via entrambi i pantaloni.

I pantaloni sono apparentemente necessari per l’identificazione, sulla base di fotografie in possesso della polizia. Hanno riferito che Ahmed era ricercato per casi precedenti di sassaiole. Gli agenti sono pronti per andare a casa del nonno per arrestare l’adolescente, ma il padre riesce a persuaderli di lasciarlo stare, dal momento che si stava riprendendo dalle ferite e aveva bisogno di dormire. A Mohammed è allora stato detto di portare il figlio alla stazione di Shalem alle 09:00 del mattino.

Mohammed va a svegliare suo figlio, e per non spaventarlo gli dice che è necessario andare in ospedale per una radiografia. Ma Ahmed sente dal padre, mentre lo spiega al nonno, di essere ricercato per essere interrogato dalla polizia.
Arrivati alla stazione di polizia, Mohammed è subito informato che suo figlio è in arresto. Cerca di protestare: in precedenza avevano dichiarato che il ragazzo era necessario per essere interrogato e non avevano ancora iniziato. Cerca anche di spiegare, inutilmente, che il figlio aveva un appuntamento in ospedale.

“Io non ho fatto niente. Perché dovrei aver paura?” Ha risposto Ahmed, quando gli è stato chiesto se aveva avuto paura durante la sua detenzione. Il giorno dopo, il procuratore della polizia dopo aver cercato di rinviare, avrebbe riferito che giudice della Corte lo accusava di aver tirato pietre contro le forze di sicurezza nel mese di novembre fino all’inizio di dicembre.
Ahmed riferisce di essere stato picchiato durante l’interrogatorio: è stato fatto a giacere sul pavimento e preso a calci per circa 10 minuti per costringerlo ad ammettere di aver lanciato pietre. Dice anche che i poliziotti hanno maledetto sua madre e hanno minacciato di arrestarla se non avesse confessato. Hanno anche minacciato di portarlo davanti al preside della sua scuola se non avesse confessato. Poi gli hanno dato un modulo in lingua ebraica da firmare, ma lui ha rifiutato, così dice.
I poliziotti gli hanno detto di avere una sua fotografia mentre lanciava pietre; ha chiesto di vederla, ma non hanno mostrato nulla.
Il padre Mohammed è convinto che l’arresto sia avvenuto solo perché aveva presentato una denuncia all’unità che indaga sul comportamento degli agenti di polizia.

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Russian Compound di Gerusalemme

Ahmed nella notte è stato arrestato, è stato portato con mani e piedi ammanettati all’ospedale Hadassah per ottenere un’autorizzazione medica riguardo al suo stato. Ahmed racconta che è stato per ore senza cibo. La sua famiglia ha cercato di inviare medicine e pomate per il suo occhio, ma la stazione di polizia centrale del Russian Compound di Gerusalemme ha richiesto una prescrizione per avere medicine in prigione. Tuttavia Ahmed dice che, durante i suoi quattro giorni di detenzione, non gli è stato somministrato alcun farmaco. Il padre fa notare lo stato del suo occhio al momento del rilascio: rosso e gonfio.
Dopo essere stato detenuto per due giorni, la polizia ha chiesto di trattenere Ahmed per altri quattro giorni; il giudice ha concesso altri due giorni.
Ahmed è stato rilasciato su cauzione di 1.000 shekel ($ 250) e messo agli arresti domiciliari per una settimana. E’ molto dubbio che sarà portato in giudizio.

Il portavoce del distretto di polizia di Gerusalemme ha dichiarato, in risposta ad una domanda del quotidiano Haaretz: “Il sospetto è stato arrestato e interrogato dalla divisione Kedem [delle forze di Gerusalemme] a causa dei suoi coinvolgimenti in incidenti in cui si metteva a rischio la pace. In questo contesto ha partecipato con altri, ed è stato documentato, a lanci di pietre e bottiglie molotov contro le forze di polizia a Isawiyah. Durante il suo interrogatorio, il giudice ha esteso la sua detenzione ed è rimasto in custodia presso il Russian Compound, sotto la tutela del Prison Service Israele. Al termine delle indagini il suo caso è stato trasferito alla Procura della Repubblica per l’esame e la sentenza. Inoltre, è necessario che ciò che dice il sospettato venga discusso con le autorità competenti“.

Anche se gli arresti domiciliari si sono conclusi alle 08:00 di mercoledì della scorsa settimana, Ahmed non può andare a scuola, per paura di affaticare il suo occhio. La madre lo guarda con preoccupazione e gli aggiusta la maglia che indossa. Ahmed di notte dorme nel letto dei suoi genitori, al posto di suo padre, dice Esrar la mamma, mentre va via.
Questa settimana, sono finalmente arrivate le scarpe che lei stava per acquistare un mese fa, con la zia. Ahmed le calza ora – sono stivali australiani alla moda. Suo zio Jamal cerca di rassicurare i suoi timori di non essere più in grado di vedere con l’occhio destro.

“Guardate Moshe Dayan,” dice al ragazzo, “guarda quello che ha fatto con un occhio.”

 

http://www.haaretz.com/israel-news/.premium-1.763269

traduzione: Invictapalestina.org

 

8 gennaio 2017 – invictapalestina

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LA STRADA PER ALEPPO (Fulvio Scaglione)

#Syria #Aleppo #AleppoLibera #jihadisti –

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Aleppo, 7 gennaio 2017. La via più indicata per raggiungere Aleppo, oggi, non è la più breve o la più comoda, ma la più sicura. Così da Damasco, in auto, ci vogliono quasi sette ore mettendo insieme tratti di autostrada, strade secondarie e anche pezzi di piste un tempo battute soprattutto da chi faceva piccolo contrabbando.

Zigzagando e divagando rispetto alla direttrice naturale. E valicando, nel frattempo, alcune migliaia di buche e decine di check point militari e controlli di polizia. Alla fine, niente di straordinario, considerati i sei anni di guerra.
Un bel pezzo di questo puzzle chiamato strada, però, punta dritto in direzione di Raqqa, la cosiddetta “capitale del Califfato”. Di fatto, per più di un’ora, l’auto viaggia avendo alla destra le aree ancora infestate dall’Isis e compagnia e a sinistra quelle ormai dominate dall’esercito di Bashar al-Assad. E quando svolti ad angolo retto verso Ovest, cioè a sinistra, cioè in direzione di Aleppo, Raqqa non è più lontanissima: qualcosa più di 40 chilometri.

Intonazione da Touring Club a parte, quella diversione mi è servita a confermare un’idea che ho fin dal primo irrompere dell’Isis e dal suo allargarsi a macchia d’olio tra Siria e Iraq. Mentre conosco fin dal 2002 quella parte di Iraq, l’area di Mosul e la Piana di Niniveh fino a Kirkuk, questa parte di Siria mi mancava. Ed è un deserto piatto, sassoso e rossastro che si estende a perdita d’occhio.

Non era difficile scoprirlo navigando in Rete ma visto con i propri occhi ti dice, anzi ti grida una cosa: è impossibile che le colonne dei miliziani con la bandiera nera potessero e possano tuttora (vedi recente riconquista di Palmira) attraversare decine di chilometri di un terreno come questo senza essere scoperte. Dai satelliti, dagli aerei di ricognizione e persino dai piccioni viaggiatori. Quindi è chiaro che chi svolazzava su quei deserti, per esempio i velivoli della famosa coalizione di 67-Paesi-67 messa insieme da Barack Obama e da re Salman dell’Arabia Saudita, ha preferito chiudere un occhio.

Sono lì che penso a queste cose e mi sento toccare su una spalla. “Mister, mister!”. E’ Ahmed, come scopro di lì a poco, un caporale dell’esercito regolare siriano. Sono in una specie di bar, buio e pieno di gente o strana o armata, lungo la strada che somiglia a quello di Guerre Stellari. Ero assorto e non mi sono accorto che era arrivato un pullman di linea quasi interamente occupato da ragazzi che tornano a casa in licenza. Hanno le facce stravolte di chi da un bel po’ non dorme abbastanza, le divise luride, i kalashnikov in spalla. Sono scesi tutti per sgranchirsi le gambe e bere un tè o una simil-Coca. Ma la prima cosa che fanno, tutti, è telefonare alla mamma per dire: sto arrivando.

Ahmed è un bel tipo. Sulle spalle ha una sacca con la faccia di Che Guevara. “Good fighter!”, dice. Come sempre capita nelle guerre, lui è uno che c’è finito dentro con tutti e due i piedi perché non andava all’università (quindi niente rinvii, anche se ora son diventati più difficili), non aveva genitori importanti (quindi niente raccomandazioni) e neanche un lavoro vero, perché era il tuttofare in un piccolo ristorante col sogno di aprire un negozio tutto suo.

Coi sogni e basta si fa poca strada. La sua l’ha portato nell’esercito. Era tra quelli che hanno dovuto ritirarsi da Palmira, qualche settimana fa, e che dai siriani non simpatizzanti Daesh si stanno sentendo dire di tutto: traditori (l’insulto preferito), vigliacchi, idioti… Lui la spiega così: “Ci hanno fregati perché sono arrivati vestiti con le divise dei soldati russi, le sentinelle li hanno fatti passare e dopo era troppo tardi”. Chissà. Chi mi aiuta a tradurre fa una faccia… E in effetti confondere un medio militante Daesh con un caporale siberiano con gli occhi azzurri sembra un po’ difficile. Però non ho il coraggio di contestare la tesi di Ahmed. Aggrappato alla sacca di Che Guevara vedo solo un ragazzo che ha ancora 50 chilometri di pullman per arrivare a una piccola città persa nel nulla, passare una settimana con la mamma (che ha altri due figli più piccoli che magari finiranno sotto le armi anche loro) e poi tornare chissà dove, a sparare e farsi sparare. Che volete che se ne faccia delle nostre strategie?

 

Fulvio Scaglione, da Aleppo

 

7 gennaio 2017 – occhidellaguerra

VI RACCONTO COME SI VIVEVA AD ALEPPO EST SOTTO I JIHADISTI (Fulvio Scaglione)

#Syria #Aleppo #AleppoLibera #jihadisti –

COSI’ SI VIVEVA AD ALEPPO EST

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– Aleppo, 8 gennaio. Lui accetta di farsi filmare, a scanso di equivoci. Però Mahmud Fahrad non è il suo vero nome e la foto non è la sua. Ha paura di vendette, in questa Aleppo coperta di macerie e dove pochi credono che tutti i jihadisti se ne siano davvero andati a Idlib sui pullman forniti da Assad. Perché questo muratore che ha perso il suo lavoro anni fa e si è dovuto arrangiare com moglie e quattro figli, vuol raccontare come si viveva ad Aleppo Est quando c’era la repubblica dei ribelli e dei jihadisti.

“Siamo rimasti intrappolati lì, dice Mahmud, “dal marzo 2012, quando è cominciato tutto. E sono stati quattro anni di orrore. Per esempio, ci facevano fare la fame. In questi anni non ho mai mangiato carne né frutta, quasi solo lenticchie e burghul (grano spezzato). Anche il pane scarseggiava. E intanto loro godevano di ogni ben di Dio e mangiavano tutto ciò che volevano. Avevano depositi pieni e si facevano beffe di noi: quando c’era qualche festività, macellavano pecore e vacche e poi rivendevano i pezzi di scarto, come gli stinchi o le interiora, a 10 mila lire siriane al chilo, il prezzo della carne migliore. I pezzi buoni, invece, costavano 30 mila lire, cioè dieci volte il prezzo normale. Una volta c’è stata una specie di manifestazione per protestare contro questi prezzi: hanno sparato sulla gente e ucciso quattro persone”.

E gli ospedali? Si dice che l’esercito abbia ucciso parecchie persone, bombardandoli…

“Ospedali bombardati? Forse. Quello che so, però, è che noi aleppini normali non potevamo certo andarci. Erano riservati a loro e alle loro famiglie. Quando qualcuno di noi si faceva male o aveva un problema di salute, lo lasciavano a morire fuori della porta. Non ho mai visto nessuno, in quattro anni, essere ricoverato in un ospedale”.

Ma questi “loro” di cui parla chi erano?

“C’erano tantissimi stranieri, quasi di ogni parte del mondo. Soprattutto dopo che l’esercito ha cominciato ad avvicinarsi. Li riconoscevamo perché, girando per strada o nei mercati, avevano bisogno di qualcuno che li aiutasse con la lingua. E così sentivamo dire questo è francese, questo è americano, questo è turco… C’erano anche tanti sauditi, egiziani, dei giapponesi. Ma alla fin fine si somigliavano tutti”.

E cioè?

“Guardi che questi non pregano Allah. Pregano il dio dollaro. I diversi gruppi si erano spartiti quella parte di città e per prima cosa cercavano di cavarne la maggior quantità di denaro possibile, sulla pelle della gente indifesa. Ogni tanto si ammazzavano tra loro per questioni di denaro. Un capo si allargava troppo, usciva dalla sua zona? Una bomba sotto la macchina e via. La politica… Forse. Ma questi avevano soprattutto tre passioni. La prima, appunto, i soldi…”.

La seconda?

“Il sesso. Erano come impazziti, anche perché si sentivano onnipotenti. Uno qualunque di questi barbuti poteva farti fuori impunemente, nessuno gli avrebbe detto una parola. Cercavano di procurarsi donne in due modi. Cercavano di comprarle, sfruttando la miseria della gente. Ci sono famiglie che hanno dato via una figlia per cento dollari o addirittura per qualche sacco di riso e di lenticchie. Oppure le portavano via con le minacce, con la violenza. Per esempio minacciando di ammazzare i genitori. Adesso Aleppo Est è piena di “vedove”, per dir così. Donne che hanno dovuto sposarsi a forza con un miliziano che poi è morto o è scappato, donne che adesso nessuno vuole, neppure le famiglie d’origine”.

C’era anche una terza passione…

“Sparare, ammazzare. Prima di partire per un’incursione prendevano delle pasticche che, si sentiva dire, venivano dalla Turchia. Non so che roba fosse, ma dopo averle ingoiate gli si spalancavano gli occhi e diventavano frenetici. Tra loro c’era anche un gran commercio di hashish e altre droghe”.

E la preghiera? L’Islam?

“Ci obbligavano ad andare in moschea ma quella roba lì con la nostra religione c’entrava poco. C’erano predicatori pakistani ed egiziani e l’unica cosa di cui parlavano nei sermoni era la guerra, il jihad, il dovere di combattere gli apostati. Alla fin fine parlavano sempre e solo di ammazzare gente”.

 

Fulvio Scaglione, da Aleppo

 

8 gennaio 2017 – occhidellaguerra

REALE E IRREALE. LA VERA LOTTA POLITICA DEL MOMENTO.

#Media #mainstream #reale #irreale #informazione #disinformazione #FermareIlDelirio #CosaAspettateAdAbbandonareQuestoDisgustosoSpettacolo –

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Tre articoli, altrettanti video di Roberto Quaglia sul tema cruciale dell’anno, nel momento in cui il Re nudo dei media rovescia il tavolo e dice che i nudi siete voi. 

La Politica 2.0 ovvero la lotta di classe fra il Reale e l’Irreale. 

1) I pifferai magici dell’Irreale; 
2) Maccartismo 2.0, ma McCarthy è Mister Bean; 
3) Fermare il delirio: un movimento verso il Reale.

QUI IL SAGGIO COMPLETO in formato PDF.

di Roberto Quaglia.

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  1. I pifferai magici dell’irreale

La prima domanda di oggi è: quanto credete voi di ciò che vedete in televisione?

Probabilmente, non esattamente tutto.

E la seconda domanda di oggi è: quanto credono di ciò che vedono in televisione le persone che voi conoscete? Forse più di voi, ma anche loro probabilmente non tutto. Se avete dei dubbi ponete loro questa stessa domanda: quanto credete di ciò che vedete in televisione? Credo sia ormai difficile trovare una persona che dichiari in buona fede di credere a tutto ciò che vede in televisione. L’idea che alla televisione ci raccontino un sacco di balle è ormai un concetto diffuso. E per inciso, anche per la stampa non è che vada meglio.

Eppure, ci sono diversi gradi di scetticismo rispetto alla visione del mondo che ci propongono i media mainstream. Si va dallo scettico omeopatico, che ha sì qualche piccolo dubbio, ma poi alla fine finisce per credere a tutte le balle essenziali, anzi, i suoi piccoli dubbi rinforzano paradossalmente le sue false credenze, sennò che scettico omeopatico sarebbe – fino al complottista più sfegatato, quello che confonde il non credere a nulla che venga dal maistream con il credere a tutto – purché non venga dal mainstream – un semplice capovolgimento di bias, un’attitudine che porta anch’essa a prendere grandi cantonate.

I cittadini dell’Occidente ormai si dividono principalmente in due: quelli che ormai in merito ai temi che contano non credono più all’informazione maistream e quelli che dicono di nutrire sì qualche dubbio e di non credere proprio a tutto, ma che nell’insieme invece credono ancora al mainstream, anche se devono fare sempre più spesso eccezioni quando si accorgono, ogni volta con un certo stupore, che ciò che viene loro comunicato non è proprio tutto da prendersi come oro colato. Ricordate lo stupore collettivo con cui l’Occidente prese atto che sulle famose armi di distruzione di massa di Saddam tutti i media avevano riportato notizie false? La cosa si ripete e continua a ripetersi ed ogni volta tutti si scoprono eternamente stupiti. Per dovere di cronaca dobbiamo poi anche menzionare una porzione di popolazione che annaspa al di là del credere o non credere – mi riferisco ai famosi “analfabeti funzionali”, quelli che, pur capendo la propria lingua, se però leggono o ascoltano qualcosa, non ne afferrano propriamente il significato. Ragione per cui in genere si limitano a ripetere quello che sentono dire più spesso, senza porsi troppi pensieri o perché. Di loro però adesso baderemo bene di non parlare.

Il dato di fatto importante è che fra la popolazione pensante occidentale, la credibilità dei grandi mezzi di informazione è in caduta libera. E, se posso aggiungere la mia opinione, ciò avviene con buona, anzi, buonissima ragione. Il mondo che i grandi media occidentali raccontano è infatti ormai un mondo del tutto immaginario e quando non è immaginario è irrilevante. La verità viene deformata per piegarla alle ragioni dell’invisibile ideologia occidentale, ed i nodi vengono al pettine quando, come nel caso recente delle elezioni americane oppure del Brexit, i media annaspano così distanti dal mondo del reale da rendersi completamente ridicoli nel momento in cui inevitabilmente finiscono per sbagliarle tutte. Ceffano ogni previsione e poi si rendono ridicoli con le false spiegazioni. Allontanarsi dal reale comporta infatti controindicazioni del genere.

IRAQI INFORMATION MINISTER MOHAMMAD SAID AL-SAHHAF SPEAKS DURING NEWS
CONFERENCE IN BAGHDAD.  I non più giovanissimi fra voi ricorderanno quando, nel 1991, alla fine della Prima Guerra del Golfo, il mitico ministro dell’informazione iracheno del regime di Saddam Hussein, Muhammad Saeed al-Sahhaf, che per tutta la guerra si era esibito in conferenze stampa trionfali, al momento della sconfitta continuava impassibilmente a mentire davanti alle telecamere sul fatto che la situazione fosse perfettamente sotto controllo, mentre in sottofondo si udivano gli spari della battaglia già dentro Bagdad e già si vedevano scene di combattimento in città. Poveretto, era al di là del ridicolo, faceva quasi pena, in seguito il Web lo prese in giro per mesi e mesi con caricature su caricature.

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Oggi però lo stesso fenomeno coinvolge l’intero mainstream informativo occidentale. Non è soltanto il fatto di mentire che fa crollare ogni fiducia e rispetto nei confronti di televisioni, giornali e giornalisti. E’ il fatto di mentire in modo del tutto incoerente, in costante e ripetuta contraddizione con se stessi, affermando tutto ed il contrario di tutto a seconda delle occasioni, negando sistematicamente l’evidenza ed in totale disprezzo di ogni logica, un comportamento da veri e propri disturbati mentali. Il mistero non è come mai metà del pubblico abbia abbandonato con disgusto lo spettacolo, il mistero è cosa stia aspettando l’altra metà del pubblico a fare lo stesso.

L’ultima farsa, in ordine di tempo, è la risoluzione votata dal parlamento europeo, nella quale ci si propone di prendere “provvedimenti” contro la cosiddetta e terribile “guerra russa dell’informazione”, che poi andando bene a guardare si tratta di un singolo canale televisivo che la gente per lo più si guarda su Internet, RT, nota anche come Russia Today, ed una singola agenzia di stampa, Sputnik, anche questa accessibile in Europa solo su Internet. Nessuno si chiede come facciano queste due piccole realtà marginali, peraltro disponibili solo in un paio di lingue, a minacciare il colossale impero di centinaia fra reti televisive e testate giornalistiche occidentali che parlano, anzi, strillano allineati in coro ai cittadini europei, a ciascuno nella sua lingua, da tutti i canali televisivi e da tutte le edicole, col monopolio del 99% degli spazi. Una potenza di fuoco centinaia e centinaia di volte più potente di quella dei russi, ma chissà perché per capire cosa succeda nel mondo oggi sempre più cittadini europei preferiscono informarsi presso le più modeste fonti russe. Chissà perché. I politici e giornalisti occidentali non ce lo spiegano. Chiamano il giornalismo dei russi “propaganda”, ma non sanno spiegare perché esattamente sarebbe propaganda. Cosa intendono poi con “propaganda”? Si riferiscono forse a “informazioni false”? Non ce lo dicono. Anche perché poi magari dovrebbero farci qualche esempio di queste presunte informazioni false. Evidentemente però non sono in grado. Non sostengo che tutto ciò che venga da fonti russe debba essere necessariamente vero – ci mancherebbe altro. Ma se c’è qualcosa di falso, perché non isolare la menzogna ed esporla con tutte le prove e spiegazioni del caso?

Per contro, io invece potrei parlarvi per ore e ore di tutte le singole menzogne vomitate dalla stampa occidentale, dalla nostra stampa, mostrandovele singolarmente una dopo l’altra. E’ così che si espone la propaganda, dissezionandola, analizzandola punto per punto, elencando le bugie, spiegando, dimostrando. E invece che cosa si fa in Occidente? Si lanciano anatemi, si urla istericamente, si minacciano orribili rappresaglie, ma non si spiega mai in cosa in effetti consisterebbe questa presunta propaganda, non si fa mai neppure un esempio di una bugia o di un fatto distorto, niente di niente. Piuttosto, si arriva invece addirittura a paragonare il giornalismo di matrice russa nientedimeno che ai tagliagole dell’ISIS, ai video splatter-propagandistici in cui questa feccia decapita la gente. E questo avviene in una sede istituzionale come il Parlamento Europeo. Vi rendete conto di cosa stanno facendo i vostri rappresentati a Bruxelles? Li avete eletti voi, ragazzi, e adesso questi qua mettono sullo stesso piano giornalisti e terroristi tagliagole. A nome vostro. Complimenti.

Prendete atto del fatto che oltre a starnazzare come oche impazzite “russian propaganda, russian propaganda“, ed accostare rispettabili giornalisti ai tagliatori di teste, questa gentaglia non ha evidentemente altri argomenti.

La realtà è quindi un’altra, e cioè che da un lato le notizie riportate in Europa dalle fonti russe sono solitamente accurate, altrimenti sarebbe facile smontarle, proprio come è facile smontare le notizie false del mainstream occidentale. Ed in secondo luogo che c’è un Occidente che è ormai terrorizzato da qualsiasi opinione che diverga dalla propria monolitica rappresentazione del mondo, proprio come lo era l’Unione Sovietica ai suoi tempi – e tutti abbiamo visto che fine abbia poi fatto l’Unione Sovietica. L’Occidente non è più in grado di sopportare opinioni che si discostino dai propri assiomi.

La delibera del parlamento europeo è soltanto l’ultimo atto censorio, in ordine di tempo, contro il giornalismo non allineato. Pochi mesi fa erano stati chiusi i conti bancari di RT in Inghilterra, senza alcuna spiegazione. Qualche anno fa era stata oscurata la rete iraniana Press TV dai satelliti europei. Si invocano censure ulteriori.

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Quando qualche mese fa feci un’incursione nel parlamento europeo in ottima compagnia trovai dentro al parlamento stesso un manifesto pubblicitario che metteva in guardia nei confronti della propaganda russa.

1 Ecco l’apoteosi del delirio, i lavatori di cervelli colti nel fragrante atto di lavare i loro stessi cervelli in un atto di mistificazione surreale che ha un qualcosa fra lo psicotico ed il masturbatorio.

Un giorno si scriveranno libri su questo nuovo periodo oscuro della politica occidentale ed i nostri posteri guarderanno increduli alle scemenze che oggi compiamo. Questo, beninteso, se sopravvivremo all’infausta destinazione dove questi pifferai magici dell’irreale ci stanno conducendo e se gli ancora troppi lemming che sono tra noi continueranno a seguirli.

Benvenuti quindi nel magico mondo del Maccartismo 2.0. Su cosa fosse il Maccartismo 1.0 ed in cosa differisca il Maccartismo 2.0 ne parleremo alla prossima occasione.

Link primo capitolo: http://roberto.info/it/2016/12/29/pifferai-magici-irreale/#more-1376.

 

  1. Maccartismo 2.0, ma McCarthy è Mister Bean

È ormai un concetto comune che la storia si ripete sempre due volte, la prima come tragedia, la seconda come farsa. E’ diventato un concetto comune proprio perché il fenomeno continua a verificarsi. Ma ogni volta, chissà perché, la farsa è sempre più farsesca.

Forse non tutti sanno che nei primi anni 50 del ventesimo secolo, poco dopo la fine della seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti furono sommersi da una ondata di paranoia anticomunista senza precedenti. Questo fenomeno è oggi noto come “maccartismo”.

Il termine “maccartismo” deriva dal nome del senatore Repubblicano del Wisconsin Joseph McCarthy, il quale conduceva le audizioni dei personaggi sospettati di simpatie comuniste ed antiamericane, interrogatori particolarmente umilianti che ad un certo punto furono pure trasmessi in tivù.

L’ambiente di Hollywood ne fu particolarmente colpito. Più di 330 fra attori, autori e registi finirono sulla lista nera, perdendo così la possibilità di lavorare. Charlie Chaplin fu una delle persone accusate di attività antiamericane, gli revocarono addirittura il visto d’ingresso negli Stati Uniti dopo una visita in Europa. E pure Walt Disney fu chiamato a testimoniare e fu sospettato di comunismo. Ma ve lo immaginate un Walt Disney colpevole di “attività antiamericane”? “Walt Disney l’antiamericano” è l’ossimoro del secolo! Furono indagati anche Orson Welles, il musicista Leonard Bernstein, il fisico dei quanti David Bohm, il padre del progetto Manhattan Oppenheimer, addirittura Albert Einstein, tutti potenziali comunisti ed antiamericani. Ci mancava che indagassero lo stesso presidente degli Stati Uniti. L’isteria durò parecchi anni, prima che si spegnesse. Eleanor Roosevelt, moglie del presidente americano ebbe a dire a proposito: «È stata una vera e propria ondata di fascismo, la più violenta e dannosa che questo Paese abbia mai avuto.»

Oggi il termine “maccartismo” ha una connotazione di accusa falsa e isterica, e d’attacco governativo alle minoranze politiche. Nessuno riesce oggi ad immaginarsi che un fenomeno tanto assurdo e delirante possa ripetersi. Nessuno riesce ad immaginarselo proprio mentre contemporaneamente il fenomeno si è ripresentato, con la russofobia isterica che in Occidente monta ogni giorno di più.

Julian Assange recentemente lo ha chiamato neo-maccartismo, io preferisco chiamarlo maccartismo 2.0, così da poterlo meglio distinguere dal maccartismo 3.0 che prima o poi ci toccherà.

Ciò che rende il maccartismo 2.0 particolarmente farsesco è che le stesse persone che lo fomentano sono probabilmente quelle che più di altri sostengono o sosterrebbero che un fenomeno assurdo come il maccartismo non potrebbe più verificarsi. Mica male, eh: fomentare un fenomeno mentre neghi che esso possa riaccadere. E magari anche in buona fede – il che, vorrei azzardare, è un’aggravante. Probabilmente, costoro capirebbero di trovarsi in una ondata di maccartismo solo se la campagna fosse ufficialmente inaugurata da qualcuno che si chiamasse anche lui McCarthy. Sono un po’ come quelli che ti mettono in guardia contro il fascismo, ma essi stessi sono in grado di riconoscere il fascismo solo se si ripresenta con gli stessi esatti costumi dell’epoca. Togli ai fascisti la divisa e sostituiscila con un doppiopetto e già questi intelligentoni non solo non capiscono più nulla, ma danno tutto il loro sostegno ai nuovi fascisti, che senza uniforme essi non sanno proprio riconoscere.

Se, come detto, nel Maccartismo 1.0 ci mancava solo che arrivassero ad accusare anche il Presidente degli Stati Uniti, nel Maccartismo 2.0 si è ovviato a questa mancanza. Come Hollywood ci insegna, i sequel devono esagerare negli effetti speciali per riuscire a stupire, e allora nel Maccartismo 2.0 si dipinge lo stesso neoeletto Presidente Trump come un burattino di Putin. Ma vi rendete conto?

Un altro aspetto umoristico di questo Maccartismo 2.0 è che i grandi imputati dai nuovi cacciatori di streghe, RT, cioè Russia Today e l’agenzia giornalista Sputnik, hanno nelle loro redazioni occidentali degli staff più o meno interamente occidentali. Chiunque abbia guardato RT avrà notato che si tratta di giornalisti di grande esperienza e capacità. Il famoso Larry King Show, uno dei più longevi talk show negli Stati Uniti, si è spostato dalla CNN a RT. Immaginare ora che tutti questi abili professionisti siano o spie russe oppure giornalisti venduti alla propaganda di Putin è non solo paranoico, ma pure del tutto stupido. Un giornalista televisivo di provata abilità e carisma se vuole non ha alcuna difficoltà a trovare felice collocazione nel giornalismo mainstream, dove peraltro non rischia il linciaggio delle cacce alle streghe.

1 Piuttosto, è proprio dal mainstream che saltano fuori gli scandali. Come quando il giornalista tedesco Udo Ulfkotte, per anni editore nella Frankfurter Allgemeine Zeitung, in preda a pentimento ha fatto outing confessando in pubblico di essere stato a lungo foraggiato dalla CIA per promuovere una linea atlantista, e che molti suoi colleghi sono altrettanto compromessi e corrotti. Ulfkotte ha scritto anche un libro sul tema: Giornalisti venduti (“Gekaufte Journalisten“). Curioso come di fronte ad un caso provato di propaganda – abbiamo addirittura il reo confesso, cosa volete di più – nessuno in Occidente si dia all’isteria, o anche solo all’inquietudine, ma piuttosto a riguardo regni il silenzio più totale. L’espressione ‘due pesi due misure’ qui è decisamente un diminutivo.

La caccia alle streghe del Maccartismo 2.0 ha subito un’accelerazione quando il Washington Post ha pubblicato un forte articolo nel quale ha accusato la “propaganda russa” di avere diffuso notizie false durante la campagna elettorale americana che avrebbero aiutato Trump a battere la Clinton. Accusare la Russia di essere in grado di modificare l’esito delle elezioni presidenziali americane è cosa ben ben tosta – nemmeno McCarthy a suo tempo aveva osato tanto. Il Washington Post rimanda anche a PropOrNot, un sito web registrato pochi mesi fa da americani che dicono di voler combattere la propaganda russa e che chissà perché vogliono rimanere anonimi. PropOrNot elenca anche una lista di 200 siti di propaganda russa che comprende praticamente tutti i siti alternativi di informazione americani. Dal che dobbiamo dedurne che chiunque non sia allineato al mainstream negli Stati Uniti è al servizio, consapevole o inconsapevole, dei russi, e questo per rivelazione di un gruppo anonimo senza credenziali a cui però il Washington Post riconosce invece ogni credito. Accipicchia! E poi saremmo noi i complottisti!

Quest’articolo orwelliano del Washington Post ha scatenato una tale tempesta di critiche, proteste, sfottò da parte del mondo dell’informazione indipendente, ed anche una minaccia di denuncia per diffamazione, che il Washington Post ha in seguito dovuto fare retromarcia e dichiarare in una nota che essi non possono garantire per la attendibilità del sito PropOrNot che essi avevano appena citato come attendibile. Insomma, si sono immediatamente squalificati da soli, e chiunque abbia occhi per vedere capirà subito da che parte si pubblicano le informazioni false.

“Fake news”, notizie false è l’espressione chiave, il nuovo mantra con cui in Occidente il mainstream cerca di squalificare l’informazione non allineata. La precedente parola magica, “complottista”, ha perso efficacia, la nuova parola d’ordine è “fake news” e che si tratti di una parola d’ordine è evidente dalla velocità con cui si è propagata per tutto il mainstream.

L’aspetto affascinante è che l’accusa di diffondere notizie false è esattamente quella che il mondo nuovo che si è creato attorno ai circuiti dell’informazione non allineata, cioè noi, da tempo rivolge al mainstream, anche se fino ad ora senza utilizzare un’etichetta univoca di grande impatto come l’espressione “fake news”. Di fronte alla montante marea di queste accuse il mainstream è giunto alla brillante idea di ribaltare le cose, rimandando l’accusa al mittente, ma con due sostanziali differenze: innanzitutto un’etichetta, un “brand” di grande efficacia comunicativa – “fake news” – ed in secondo luogo la totale assenza di argomentazioni a sostegno delle accuse. Il risultato comico è che i media indipendenti non ci hanno impiegato molto a ribaltare la frittata a loro volta ed adottare il “brand” creato per denigrarli – “fake news”, contro il mainstream stesso. Ma in questo caso con tutte le argomentazioni del caso a sostegno delle accuse. Di fronte a questo ennesimo pasticcio ed autogol il mainstream, in un articolo apparso sul New York Times, si è esibito in un capolavoro dell’assurdo, ovvero la falsificazione della stessa storia di come l’etichetta “fake news” è assunta a “brand” in questa guerra dell’informazione, sostenendo – falsamente – che sia avvenuto ad opera dei perfidi media indipendenti e dei conservatori americani. Un esemplare caso di “fake news” al quadrato, quindi.

Abbiamo quindi oggi due mondi contrapposti, ognuno dei quali sostiene che le notizie veicolate dall’altro sono false. Pari e patta? Stessa cosa a ruoli invertiti? Ma nemmeno per sogno. Quando i giornalisti non allineati smascherano le notizie false mainstream di solito lo fanno mettendo puntigliosamente sul piatto le prove delle falsificazioni. Ma lo stesso raramente accade in direzione contraria. Il maistream si limita a dichiarare falsa l’informazione non allineata in virtù di un dogma, per verità rivelata, per decreto imperiale, per proprio arbitrio incontestabile, in cui l’unico argomento a sostegno è la propria presunta autorità. Se non ci credete fate qualche ricerca voi stessi.

Se durante il Maccartismo 1.0 McCarthy aveva gioco facile, perché non essendoci ancora internet l’informazione non allineata era ben poca cosa, nel Maccartismo 2.0 i nuovi cacciatori di streghe non fanno in tempo a dire una cazzata che milioni di booohh-booohhh si levano in rete a ridicolizzarli – e scopriamo così che nel Maccartismo 2.0 McCarthy è in effetti Mister Bean. 1

Se ai tempi del Maccartismo 1.0 la gente aveva la scusa della mancanza di informazioni alternative rispetto a quelle del mainstream cacciatore di streghe, oggi questa scusa non c’è più, dato che esiste internet e ci sono circuiti di informazione indipendente. Questo fa sì che per poter stare in piedi il Maccartismo 2.0 deve fare leva su livelli di stupidità senza precedenti, poiché per dargli retta oltre ad essere ciechi alle leggi della logica bisogna anche essere ciechi all’evidenza dei fatti stessi, visto che i fatti sono oggi a disposizione dell’analisi di chiunque voglia davvero informarsi.

E questo ci riporta a quanto io dico ormai da tempo, che l’Occidente è ormai irreversibilmente diviso in due veri e propri mondi separati, che anche se condividono gli stessi spazi vivono in realtà separate, e ognuno di questi due mondi considera l’altro una trappola di irrealtà. Il mondo rappresentato dal mainstream è in crisi di fede – e questo spiega l’isteria del mainstream nei confronti della montante marea di “eretici”, mentre il secondo mondo, il mondo di quelli che hanno perso fiducia nella narrativa mainstream, nei telegiornali, nella grande stampa, è in crisi di rappresentanza. Insomma, esistono, sono milioni di persone, hanno iniziato a pensare con la propria testa, diventano sempre di più, ma ancora non godono di una adeguata rappresentanza politica. È un aspetto interessante ed importante, del quale parleremo la prossima volta.

Link secondo capitolo: http://roberto.info/it/2016/12/30/maccartismo-2-0-mccarthy-mister-bean/#more-1389.

 

  1. Fermare il delirio – un movimento verso il reale

All’indomani della vittoria di Trump alle elezioni presidenziali americane, Gianluigi Paragone condusse una puntata de La Gabbia Open dove fra gli altri si fronteggiavano Giulietto Chiesa e Marcello Foa, due giornalisti molto diversi fra loro, con origini e storie radicalmente differenti, due tradizioni politiche antitetiche alle spalle, insomma, due persone che secondo la logica in cui siamo cresciuti avrebbero dovuto dissentire su praticamente tutto.

Invece, analizzando non solo l’esito delle elezioni americane, ma l’intero panorama politico internazionale contemporaneo, la visione di Chiesa e Foa concordava in modo sorprendente. In modo sorprendente, secondo il modo vecchio di intendere la politica, ma in modo per nulla sorprendente secondo il paradigma della Politica 2.0.

La politica a cui siamo abituati, che potremmo chiamare la Politica 1.0, è ormai finita. Era la politica di ideologie che non ci sono più, in una società fatta di persone con identità di gruppo che stanno scomparendo, collocata in un mondo senza internet che non c’è più nel quale la realtà condivisa generata dai media era incontestabile, cosa che grazie ad internet non è più.

Naturalmente, la Politica 1.0 ha la sua buona dose di inerzia e nelle convulsioni della sua agonia causerà sconquassi anche importanti. Naturalmente non sappiamo come si evolverà la Politica 2.0. Non abbiamo la sfera di cristallo. Ma possiamo fare delle ipotesi.

Quasi certamente la Politica 2.0 avrà due facce.

Nella sua manifestazione utopica la sua forza di trazione verrà dalla forza aggregante della rete. Soprattutto, essa non potrà prescindere dalla realtà, per lo meno non troppo, non certo nella misura incredibile in cui dalla realtà oggi prescinde la Politica 1.0.

Nella sua manifestazione distopica la Politica 2.0 sarà invece un impietoso meccanismo quasi-deterministico, in grado di utilizzare Big Data per formulare immagini psicometriche di ciascuno di noi che permetteranno di colpirci con un marketing politico personalizzato in grado di sedurci a colpo sicuro. In altre parole, l’ultima frontiera del populismo, le promesse (che non verranno mantenute) personalizzate cittadino per cittadino. Di questo aspetto della politica 2.0 però oggi non parlerò. Non mettiamo troppa carne al fuoco.

Ho illustrato in un paio di miei precedenti interventi la deriva verso l’irreale intrapresa dal mainstream politico-giornalistico occidentale negli ultimi anni. E’ il canto del cigno della Politica 1.0. False rappresentazioni del mondo e di quello che succede che hanno causato un vero e proprio scisma della percezione del mondo delle popolazioni occidentali.

Bisogna rendersi conto che l’entità del cambiamento in atto rivaleggia per portata con quella del crollo del sistema sovietico. E’ una intera visione del mondo quella che si sta rapidamente disfacendo in Occidente, ed il pubblico occidentale per lo più si divide in due.

C’è chi si tiene stretto il paraocchi e sperando di conservare un quieto vivere segue il pifferaio magico del mainstream nella sua disastrosa avventura verso l’irreale, nel mondo delle bugie dove il vero e il falso vengono sistematicamente ribaltati, e c’è invece chi del paraocchi si è liberato, chi si è svegliato o si sta svegliando dal sonno della ragione e finalmente accetta l’onere scomodo di vivere nello poco confortabile mondo del reale e di confrontarsi criticamente con i miti ed i mostri che il mainstream fa danzare davanti ai suoi occhi. Mi riferisco a quei mostri illusori creati ad arte per terrorizzarci così che poi imploriamo protezione: la finta minaccia russa, la finta oppure artefatta minaccia terroristica – tutti meccanismi descritti mirabilmente nel documentario della BBC The Power of Nightmares, realizzato da Adam Curtis nel 2004, forse il canto del cigno della vecchia BBC dai grandi contenuti. Sebbene su alcuni temi il film sia reticente, è tuttavia assai istruttivo e ne consiglio a tutti la visione. Lo trovate in rete.

Cosa vuol dire che una percentuale così elevata ed in costante crescita dei cittadini in Occidente, non solo non si sente più in alcun modo rappresentata dalle forze politiche esistenti, ma si sta ormai emancipando dal mondo illusorio di bugie costruito ad arte dai media?

Vuol dire molte cose, ma quella che ci interessa qui è che si è aperto un nuovo, immenso spazio politico più o meno disabitato. Nessuno ancora bene rappresenta questa crescente massa di cittadini che ha compreso gli inganni della narrativa mainstream e con essa ha quindi per sempre rotto i rapporti.

E’ un vero e proprio movimento, anche se nessuno per ora lo ha ben definito. I guardiani dello status quo esorcizzano questo movimento apostrofando “complottisti” tutti quelli che anche solo di sfuggita ne facciano parte o anche solo vi si avvicinino. Essere “In odore di complottismo”, ecco il Mondo Nuovo dove ricompare il concetto di eresia, travestito.

Basta sconfinare dal perimetro del Pensiero Unico mainstream in disfacimento per venire connotati col vocabolo magico della neolingua, l’epiteto di scomunica moderna: “complottista”.

Ecco allora per il Pensiero Unico i complottisti conclamati, i complottisti sfegatati, i complottisti deliranti, ma anche i complottisti moderati, e soprattutto le persone “normali” con solo qualche sporadica tentazione “complottista” ogni tanto.

Avete mai iniziato un discorso con le parole “non sono un complottista, ma.” – bravi! Bravi! Complimenti per l’excusatio non petita – paura di venire bollati con il marchio dei nuovi paria, eh!?

E più la realtà illusoria mainstream si sfalda, più i guardiani dello status quo disperatamente estendono l’epiteto magico di scomunica “complottista” a porzioni intere di cittadinanza, articoli pseudoscientifici, in realtà farneticanti, vengono pubblicati su importanti testate ove si cerca di mettere in dubbio la sanità mentale di chiunque smetta di credere ai loro miti artefatti e alla loro realtà fittizia. Il modello è quello di rinchiudere i dissidenti in manicomio, proprio come nell’Unione Sovietica, e se ora non lo si può fare materialmente, lo si fa idealmente, simbolicamente. Ma c’è un problema. In Occidente, i dissidenti, cioè coloro che non credono più alle danze ipnotiche allestite dai burattinai, ai miti smerciati come fatti veri, agli attentati false flag spacciati per attacchi di un nemico che non esiste, crescono a velocità impressionante. Quindici anni fa eravamo quattro gatti, oggi siamo milioni. Siamo una percentuale significativa della popolazione. La parola magica di scomunica “complottista” funziona sempre di meno e allora ecco che l’establishment disperatamente cerca di coniare nuove parole magiche. Faked news – è una delle ultime trovate – notizie false, tutto ciò che non è la verità rivelata dai loro media d’ora in poi sono “notizie false” – per definizione. Se una cosa non è detta da loro, non esiste, è falsa. E magari anche inventata da Putin. A chiunque abbia ancora anche solo due neuroni funzionanti colpirà l’entità del delirio. D’altra parte la storia dell’umanità è costellata di deliri eclatanti, quindi nulla di nuovo sotto il sole, ma la stessa storia ci insegna che ogni delirio prima o poi porta a schiantarsi contro il muro della realtà.

La Politica 2.0 non si gioca quindi più nel ristretto teatro delle ideologie a confronto, ma nel più ampio teatro delle realtà in competizione. Lo scontro non è più fra diverse interpretazioni della realtà, ma fra diverse percezioni del reale.

Siamo un gradino più in alto – ma che gradino!

Nella politica 2.0 il dissidente non è più chi considera sbagliato il modello politico vigente, ma chi considera irreale la rappresentazione del mondo del mainstream.

Il dissidente 2.0 ha le vesti dell’antico eretico e questo spiega perché il mainstream, anziché provare a controbattere alle istanze che esso presenta, preferisce bollarlo come “matto”.

Il fatto è però che questi cosiddetti “matti”, chiamateli complottisti, chiamateli dissidenti, scegliete pure l’etichetta che preferite, sono sempre di più. Noi siamo sempre di più. Siamo così tanti da costituire ormai uno spazio politico.

Siamo quindi un nuovo spazio politico, uno spazio composto da milioni di cittadini evasi dalla grande menzogna generale, siamo persone anche molto diverse fra di noi, fra noi c’è gente che si sente di sinistra, c’è gente che si sente di destra, di centro oppure appartenenti ad altre tribù ancora, ma in comune abbiamo la cosa più importante: ci siamo svegliati dal sonno della ragione e non crediamo più alla Grande Menzogna in cui sta sprofondando l’Occidente e a tutte le piccole, talvolta ignobili, talvolta ridicole menzogne che fanno da condimento alla portata principale. Seppure con idee e convinzioni diverse – ci ritroviamo tutti in una nuova realtà. Un nuovo spazio politico che però non è ancora un soggetto politico, ed è quindi logicamente del tutto privo di rappresentanza.

E allora cosa facciamo in questo nuovo spazio, in questa nuova realtà?

C’è chi parla, c’è chi scrive, c’è chi informa, ma soprattutto: ci lamentiamo tutti. La lamentela è un comune denominatore. Ma che cosa vuol dire: lamentarsi? Nel nostro caso, vuol dire sperare ed auspicare che qualcuno faccia le politiche che ci paiono più appropriate e rammaricarci passivamente del fatto che esse non vengano fatte, senza però assumere nessuna iniziativa concreta affinché i nostri desideri divengano realtà. Come si capirà, non è esattamente il massimo. Ma allora perché, invece di lamentarci, che non serve a niente e non cambia nulla, non facciamo qualcosa? O se già facciamo qualcosa, non ci rimbocchiamo le maniche e non facciamo di più?

E non mi riferisco – badate bene – al litigare, che qui sembra il passatempo preferito di tutti. Uno non fa in tempo a liberarsi dalla palude delle menzogne mainstream, e si ritrova subito invischiato in mille litigi con gli altri “liberati”, bisticci su cosa sia vero e cosa sia falso, su cosa sia giusto e cosa sia sbagliato e chi più ne ha più ne metta. Grande! In pratica un divide et impera fai da te, cioè noi ci dividiamo e loro imperano alla facciaccia nostra. Ma come siamo intelligenti, accipicchia.

Se invece focalizzassimo le nostre energie sulle grandi cose che ci uniscono, anziché sulle piccole cose che ci dividono, magari riusciremmo anche a combinare qualcosa.

Insomma, venendo al nocciolo, o prendiamo qualche iniziativa oppure la smettiamo di lamentarci, che è un comportamento poco dignitoso.

Che ci piaccia o no noi siamo un movimento, un movimento verso il reale, contro il delirio del mainstream e verso il reale, perché ci siamo mossi e continuiamo a muoverci in direzione del reale, e siamo già in milioni ed il nostro numero continua a crescere. Certo, fra di noi c’è anche gente fuori di testa, ma qualche scompenso è fisiologico quando ti devi confrontare col dato di fatto che tutti i tuoi punti di riferimento precedenti – il tuo telegiornale preferito, i giornali che hai sfogliato per anni, tutti ti hanno sempre preso in giro, ti hanno mentito e adesso che lo sai non valgono più. E’ un trauma che crea incertezza e confusione. Ci vuole un po’ di elasticità e comprensione.

Possiamo anche continuare a far finta di credere che questo movimento, che c’è ed è innegabile, non sia un movimento politico, ma per quanto tempo ancora?

Meglio piuttosto darsi una svegliata e comprendere che la Politica 2.0 è veramente diversa da quella a cui siamo da sempre abituati, e molte delle sue proprietà ci sono tuttora ignote, sono proprietà emergenti, come dice il bardo “le scopriremo solo vivendo”.

Diamo ancora un’occhiata al vecchio mondo in disfacimento della Politica 1.0:

La finta sinistra, la finta destra ed il finto centro – forse lo avrete notato – sono tutti uniti e compatti verso gli eretici, che saremmo noi, per il semplice fatto che non ci beviamo più le loro storielle e rappresentazioni.

Però noi invece siamo tutti divisi. Loro sono uniti, noi siamo divisi in mille conventicole.

Ed è qui che ci rendiamo conto che il vero scontro politico oggi non ha più nulla a che vedere con le categorie della destra e della sinistra e degli antichi schieramenti. Oggi il confronto è fra veri e propri mondi differenti, non più fra diverse interpretazioni della realtà, bensì fra vere e proprie diverse percezioni della realtà.

Le categorie classiche della politica – per esempio l’approccio socialista contro l’approccio liberista e viceversa, sono surclassate dalle emergenti categorie di ordine superiore – il vero contro il falso, il reale contro l’irreale – e viceversa! Non è più una battaglia di opinioni, ma una battaglia di percezioni!

Chiariamo bene a scanso di equivoci: le differenze che separano le persone che si sentono di sinistra da quelle si sentono di destra esistono davvero ed esisteranno sempre, e sono differenze di mentalità, di attitudine alla vita e alla società, differenze culturali, intellettuali, di estrazione sociale, di tradizioni familiari, di convenienza, in altre parole differenze antropologiche che riflettono un dualismo e queste differenze le ritroviamo in ogni luogo del mondo e non se ne andranno mai via. Si tratta però di differenze di interpretazione a partire da una stessa realtà percepita. Ma la vera emergente divisione nel mondo occidentale oggi è fra chi vive nel mondo creato dai media mainstream e chi da esso si è emancipato e non ci vive più.

Ed è per questo che oggi possiamo avere, come ho menzionato all’inizio per fare un esempio, due giornalisti così diversi fra loro come Giulietto Chiesa e Marcello Foa dalla stessa parte della barricata, e in America possiamo avere un Paul Craig Roberts, ex membro del governo di Ronald Reagan, sullo stesso fronte di un Michel Chossudovsky professore universitario canadese di tutt’altra estrazione e direttore del sito Globalresearch. Nella Politica 2.0 la logica degli schieramenti è cambiata, ha fatto un salto di qualità, e prima lo capiremo tutti e meglio sarà.

Evito di includere i 5stelle in questo ragionamento, poiché essi costituiscono un’altra realtà più complessa e da movimento stanno ormai mutando in partito e si preparano a governare, e ancora non sappiamo come. Il movimento verso il reale che osservo e di cui parlo si sovrappone in certe sue aree con il popolo dei 5stelle, ovvero con parti della sua base, ma certamente non in altre. Il fenomeno 5stelle si è certamente alimentato dall’esistenza di questo movimento, così come in altri paesi il partito dei pirati ed altre formazioni antisistema.

Probabilmente l’iniziativa di dare un contorno ed un’identità unitaria a questo grande movimento che già esiste dovrebbe partire da tutti quelli che veicolano informazione in modo indipendente, visto che questo grande scisma in seno alla società occidentale è tutto sommato generato da loro, dalla libera circolazione di informazione non allineata. Chiunque lavorasse a questo progetto dovrebbe comprendere che affinché il movimento possa riconoscersi nella definizione che di esso si dovesse dare, è necessario che si proceda con la massima lucidità, il che significa definendo il movimento esclusivamente per il minimo comune denominatore che unisce tutti quelli che ne fanno parte, in altre parole per il fatto stesso ed esclusivo di essere evasi dal mondo illusorio dipinto dal mainstream con le sue menzogne. Sembra poco, ma è in realtà moltissimo. Parliamo di due mondi completamente diversi. Se invece ognuno vorrà proiettare sul movimento tutte le proprie istanze personali, di retaggio ideologico, morale, di costume o quant’altro, il progetto è destinato a fallimento immediato. Il divide et impera fai da te non è una buona idea. Politicamente, si chiama suicidio.

Il movimento – quello che esiste, che già c’è, ma non si è ancora visto allo specchio, non si è battezzato, non si è ancora visto come una possibile unità – è un movimento transpartitico, transideologico e transnazionale. Di tutto ciò si dovrà tenere conto.

Non posso predire quale potrebbe essere una destinazione o una finalità chiara di questo movimento, anche perché sarà il movimento stesso a stabilirle, ammesso e non concesso che si capaciti del fatto di essere un movimento – che il movimento in altre parole prenda coscienza di sé. Possiamo però cercare di innescare questa presa di coscienza e questa aggregazione, di favorirla ed eventualmente di accompagnarla fino a quando non saprà stare sulle sue sole gambe. Fondamentale è prendere atto che il movimento esiste, utile e importante è dargli una mano a definirsi per ciò che esso è e nulla di più. Anche la definizione sarà un work in progress.

Né posso predire quale nome vorrà assumere questo movimento, provvisoriamente mi piace chiamarlo un po’ scherzosamente “fermare il delirio”, facendo il verso ad una effimera comparsata politica di qualche tempo fa in Italia. Ciò che importa comprendere è che si tratta di un movimento verso il reale. Ritengo sia tempo di fare qualcosa di concreto per fermare il delirio mainstream, prima che questo ci conduca a tragedia certa.

E scusatemi se non ho parlato a voi come a bambini della terza media. Mi dicono che sia ormai l’unico modo efficace di fare politica, come d’altra parte aveva sentenziato già a suo tempo Gustave le Bon. Perdonatemi, nessuno è perfetto.

Iniziamo allora a tratteggiare i contorni dello spazio politico che si è creato intorno a noi e proviamo a contarci. Forse siamo ancora in di più di quanti crediamo.

Si cita spesso la frase di Orwell che in tempi di inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario, magari se questa frase proviamo a pronunciarla tutti insieme, anziché gli uni contro gli altri, l’efficienza rivoluzionaria ne guadagna.

Link terzo articolo: http://roberto.info/it/2016/12/31/fermare-il-delirio-un-movimento-verso-il-reale/#more-1398.

 

1 Gennaio 2017 – megachip.globalist

MOSUL E ALEPPO, ATTENTI ALLA PROPAGANDA!

#Syria #Aleppo #AleppoLibera #Iraq #Mosul #TagliagoleModerati #Terroristi #jihadisti #ISIS #FosseComuni #Clown #UltimoPediatra #WhiteHelmets #Ong #UltimoOspedale #propaganda #Media #mainstream –

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Ci avete fatto caso? Ora che potrebbero parlare liberamente, raccontare a tutti i giornali e alle Tv che cos’hanno visto e subito ad Aleppo, sono spariti tutti. Clown, pediatri, ragazze disposte a suicidarsi piuttosto che vivere sotto Assad, elmetti di ogni colore, attivisti fino a qualche giorno fa impegnati a rifornire le Ong di notizie terribili, mamme disperate. Solo la bambina che twittava sotto le bombe è rispuntata per recarsi in Turchia a prendere un premio da Recep Erdogan (lui sì, un modello di umanità). E ha potuto farlo proprio perché ribelli e jihadisti hanno infine sgombrato i quartieri di Aleppo Est.

“Così va spesso il mondo” scriveva Alessandro Manzoni a proposito di quella che, nei Promessi Sposi, viene definita “la notte degli imbrogli e dei sotterfugi”. Però la lezione di Aleppo va tenuta ben presente perché sulla devastata città della Siria si è giocata una partita di propaganda che va ben oltre la già drammatica situazione particolare.

Nei quartieri per anni occupati da ribelli e jihadisti stanno saltando fuori le solite fosse comuni piene di corpi di civili, torturati prima di essere ammazzati. Dico le “solite” perché il rito atroce si è ripetuto ovunque l’Isis abbia dovuto cedere terreno. Nell’estate scorsa l’Associated Press, studiando immagini satellitari e confrontandole con testimonianze raccolte sul campo, è riuscita a localizzare 72 fosse comuni in zone appena abbandonate dall’Isis. In quelle buche (alcune scavate nei giardini pubblici e nei campi da calcio delle città) erano stati scaraventati tra 5 mila e 15 mila corpi. Al confronto, i civili morti ad Aleppo sotto le bombe russe e siriane sono un’inezia.

Questa osservazione va fatta non per cinismo ma, al contrario, per spirito umanitario. Le persone innocenti chiuse in quelle fosse sono cadute per mano dei jihadisti dell’Isis ma anche a causa del fatto che la guerra mossa contro l’Isis in Iraq dalla coalizione guidata da Usa e Arabia Saudita è andata al rallentatore. Anzi: è stata una guerra finta, di soli bombardamenti che misteriosamente colpivano soprattutto il deserto. Nell’evidente speranza che, intanto, l’Isis desse il colpo decisivo ad Assad. Mentre tutti, in Medio Oriente, supplicavano la coalizione di intervenire con maggiore decisione e mettendo, come si dice, “gli stivali sul terreno”.

Tutto quel traccheggiare, ovviamente, si è scaricato sulla popolazione civile. Ed ecco le fosse comuni. Piene di morti che sono figli di nessuno, per i quali nessuno si prende la responsabilità, nonostante che siano stati vittime anche di una precisa scelta strategica.

Siriani e russi hanno fatto il contrario. Con i raid e le incursioni hanno certamente provocato vittime tra i civili. Ma hanno accorciato la guerra e, così facendo, hanno anche risparmiato molte vite.

Per capirlo, senza farsi intortare da clown e pediatri, basta osservare quanto accade a Mosul. A due mesi dall’inizio dell’offensiva per liberare la città, le operazioni militari sono ferme e l’Isis è così poco preoccupato da aver distaccato dal fronte iracheno qualche migliaio di miliziani per mandarli a riconquistare Palmira, in Siria. Questo accade perché anche a Mosul l’alternativa è sempre quella. O attacchi e risolvi in fretta il problema, e così facendo provochi vittime tra i civili come sempre succede in situazioni analoghe (vedi per esempio Gaza, o Fallujah in Iraq nel 2004, o Grozny in Cecenia nel 1994-1995); oppure esiti, e così facendo lasci che i civili restino ancor più a lungo in balia dell’Isis, con le conseguenze ben note.

I generali americani e il Governo iracheno lo sanno bene. A Mosul hanno fatto la scelta politica di bloccare l’avanzata e abbandonare i civili al loro destino. È una scelta legittima ma non più nobile o meno cruenta di quella opposta di accelerare le operazioni, com’è stato fatto ad Aleppo. Quando anche a Mosul salteranno fuori le fosse comuni lo capiremo meglio. A dispetto di clown, pediatri, aspiranti suicide e bambine con la mania di twitter.

 

Fulvio Scaglione

31 dicembre 2016 – blog-micromega

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