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Anis Amri, lo stragista di Berlino, ha incontrato la polizia italiana nella lunga fuga verso Sud. Mohamed Lahouaiej Bouhlel è rimasto sullo stesso marciapiede di Nizza in cui aveva ucciso 86 persone. Ma degli altri che sappiamo? Che faranno i molti superstiti degli oltre 7mila tunisini, appunto come Amri e Bouhlel, che sono corsi a infoltire le milizie del califfato, hanno combattuto in Iraq, Siria e Libia e si apprestano a tornare in patria? Quanto resteranno sotto controllo i 12mila giovani che, secondo le stesse autorità tunisine, sono stati bloccati mentre tentavano di lasciare il Paese per correre ad arruolarsi? Quale tormento saranno per la popolazione, che alla vigilia di Natale è sfilata in corteo davanti al Parlamento per chiedere che ai jihadisti di ritorno sia applicata la legge anti-terrorismo, che li spedirebbe subito in carcere? La stampa, è noto, sa essere impietosa e non ha impiegato molto tempo per dare alla Tunisia il titolo di «fabbrica dei jihadisti». Le cifre, però, bastano a descrivere una realtà innegabilmente angosciante. Come può succedere che un Paese di soli 11 milioni di abitanti produca un numero di miliziani doppio rispetto a Paesi come Arabia Saudita (30 milioni di abitanti), Turchia (75 milioni) o Egitto (82 milioni)? Il tutto mentre la Tunisia, che nel 2010 ha innescato per prima il moto poi chiamato “Primavera araba” e si è sbarazzata in modo quasi pacifico del dittatore Ben Alì rimasto 24 anni al potere, vive il più avanzato esempio di conciliazione tra islam e democrazia che si possa oggi rinvenire in Nord Africa e Medio Oriente?

Il paradosso è tale solo per chi non si è mai chiesto quale sia stata la causa profonda di quella “Primavera”. Mohamed Bouazizi, il venditore ambulante che il 17 dicembre 2010 si diede fuoco per protesta contro le estorsioni della polizia, diventando l’eroe e il simbolo delle proteste, aveva 23 anni. Con il suo carretto Mohamed manteneva la madre, uno zio, due fratelli più piccoli e una sorella all’Università, in una città dove la disoccupazione era al 30%.

Giovani e lavoro, insomma. È il grande tema dell’intero Nord Africa e Medio Oriente, regione in cui circa 130 milioni di under 30, in larga parte istruiti, cercano una speranza per il futuro. Ed è l’enorme sfida della Tunisia, dove il 40% della popolazione ha meno di 24 anni e la disoccupazione è alla stessa quota: 40%. La società civile tunisina finora ha fatto miracoli, come riconosciuto dal premio Nobel per la Pace assegnato nel 2015 al Quartetto per il dialogo nazionale composto da sindacalisti, industriali, difensori dei diritti civili e avvocati. È stata la spinta dal basso a neutralizzare il radicalismo e a consentire elezioni democratiche, un regolare passaggio di poteri tra partiti islamisti e partiti laici e il varo di una Costituzione che onora i valori liberali e rispetta il ruolo delle donne. Conquiste che saranno sempre a rischio, però, finché non sarà messa in sicurezza quella parte decisiva della popolazione.

Su questo snodo politico e sociale decisivo il terrorismo, non a caso, ha picchiato i colpi più duri. Le stragi del Museo del Bardo (18 marzo 2015, 24 morti) e della spiaggia di Sousse (26 giugno 2015, 39 morti) hanno quasi azzerato i proventi dell’industria del turismo. E gli scioperi nel settore dei fosfati hanno fatto il resto, considerando che i due settori da soli generano il 15% del Prodotto Interno Lordo. Predicatori dell’islam radicale e reclutatori del terrorismo, che possono approfittare della giovane democrazia e sfruttare le maggiori libertà (di movimento, parola, informazione), hanno così potuto rivolgersi a un’enorme platea di uomini disoccupati e insoddisfatti, potendo offrir loro un salario da miliziano e una causa cui attaccarsi.

È sul tema giovani e lavoro che la Tunisia (come tutto il Nord Africa e tutto il Medio Oriente) vincerà o perderà la propria battaglia. L’equilibrio ora è precario.

All’inizio del 2015 era diventato primo ministro Habib Essid, un tecnocrate formatosi negli Usa che era sostenuto da una specie di grande coalizione del partito islamista Ennahda e del partito laico Nidaa Tounes. È durato un anno e mezzo finché nel settembre scorso Essid è stato sostituito da Youssef Chahed. Tipicamente, il nuovo premier ha promesso interventi nell’economia, ma ha poi dovuto occuparsi soprattutto di terrorismo. Sono ormai nove i Governi del post- 2011. Di quest’ultimo si dice che sia, in fondo, quasi una riedizione del precedente. Gli si riconosce un pregio: nel Paese che ha un presidente, Beji Caid Essebsi, di 90 anni, Chahed di anni ne ha 40 (il più giovane premier della storia in Tunisia), ha una ministra di 29 e l’età media del Governo è sotto i 50.

Non è male, in un Paese dove il problema sono i giovani. Ma potrebbe non bastare. E l’Europa farà bene – con rispetto e lungimiranza – a considerare ciò che accade in terra tunisina di suo primario interesse.

 

Fulvio Scaglione

 

27/12/2016 – avvenire

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