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Migranti maltrattati e detenuti arbitrariamente per un’impronta digitale: “Non riesco a dire quanto è stato doloroso… non avrei mai pensato che in Italia potessero farmi una cosa del genere”, la testimonianza di Adam, 27 anni dal Darfur (Sudan).

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La denuncia di Adam è una delle 174 testimonianze raccolte dall’organizzazione per i diritti umani Amnesty International che in un rapporto di 60 pagine, intitolato Hotspot Italy, accusa la polizia italiana di avere picchiato e torturato i migranti e i profughi arrivati nel Paese nell’ultimo anno, per costringerli alla registrazione delle impronte digitali negli appositi centri.

Per diversi anni, l’Italia non ha avuto grandi risultati nell’ottenimento delle impronte digitali delle persone in arrivo sul suo territorio e che volevano spostarsi in altri Paesi dell’Ue. Tra il 2013 e il 2015, decine di migliaia di siriani ed eritrei, in particolare, sono riusciti a spostarsi in altri Stati senza lasciare traccia del loro passaggio in Italia, aggirando così l’applicazione del Regolamento di Dublino, con il disappunto degli altri governi europei che non intendevano assumersi la responsabilità di un numero maggiore di richiedenti asilo.

Tra il 2014 e il 2015, i governi e le istituzioni europee hanno fatto sempre maggiore pressione sulle autorità italiane affinché queste introducessero procedimenti più rigidi per il rilevamento delle impronte digitali, fino alla realizzazione nel maggio 2015 dell’Agenda Europea sull’immigrazione. Questa ha istituito i centri di identificazione, i cosiddetti hotspot. Nuova prassi, nuove violazioni dei diritti umani.

Nel 2015, la Commissione europea ha aperto una procedura d’infrazione contro l’Italia per la violazione del Regolamento Eurodac ed ha imposto all’Italia di raggiungere “senza ulteriori indugi” l’obiettivo del 100% dei rilevamenti delle impronte digitali dei rifugiati e migranti in arrivo, raccomandando all’Italia di adottare una normativa sugli hotspot “in particolare per consentire l’uso della forza per ottenere le impronte digitali e prevedere disposizioni in materia di trattenimento a più lungo termine nei confronti di migranti che si rifiutano di fornire le impronti digitali”.

“La riaffermazione di vecchi princìpi con modalità più aggressive sta portando a un aumento delle violazioni dei diritti umani, per le quali le autorità italiane hanno una responsabilità diretta, ma i leader dell’Unione europea hanno una responsabilità politica”, è scritto nel rapporto. L’approccio hotspot ha spinto le autorità italiane oltre i limiti di ciò che è ammissibile, secondo il diritto internazionale dei diritti umani.

Dei 24 casi di trattamenti inumani o degradanti raccolti da esperti di Amnesty, in 16 casi si è trattato di percosse. In molti casi, la gente ha anche dichiarato che aveva ricevuto scosse elettriche o erano stati sottoposti a umiliazioni sessuali.

E’ il caso di Castro, 19 anni, sudanese, arrivato nel porto di Bari e fuggito per fame dal Darfur, dove sono rimasti uccisi i suoi due fratelli e sua sorella di otto anni. Pestaggi e scosse elettriche

E’ il caso di Adam, 27 anni sudanese, sbarcato nel porto di Catania il 26 giugno 2016, ha subìto pestaggi e torture.

E’ caso di Abker , 27 anni sudanese dal Darkfur.

E’ il caso di Ishaq, un ragazzo di 16 anni del Darfur, arrivato in un porto della Sicilia il 26 giugno 2016, ma è riuscito a raggiungere Torino senza lasciare le impronte digitali. A Torino ha subito lo stesso trattamento da parte di cinque poliziotti.

E ancora Salah, 26 anni che vuole andare nel Regno Unito da suo fratello, l’unico parente rimasto in vita.

“Nonostante non ci siano dubbi che la maggior parte degli agenti di polizia abbia continuato a fare il proprio lavoro in modo impeccabile, testimonianze coerenti raccolte da Amnesty International indicano che alcuni hanno fatto uso eccessivo della forza e hanno fatto ricorso a trattamenti crudeli, disumani o degradanti, o addirittura alla tortura”, è scritto nel rapporto.

Rimpatri illegali.

Un ragazzo originario del Darfur ha raccontato ad Amnesty International di essere stato rimpatriato insieme ad altri connazionali, anche se aveva espresso la volontà di fare richiesta d’asilo in Italia. L’Italia, sotto pressione da parte delle autorità europee, ha stretto accordi bilaterali con diversi Paesi africani per il rimpatrio dei migranti irregolari. Ad agosto, la polizia italiana ha firmato un accordo di cooperazione con la polizia sudanese e in seguito a questo accordo il 24 agosto 2016 una quarantina di sudanesi, tra cui due persone del Darfur, sono stati rimpatriati da Ventimiglia senza che gli fosse permesso di chiedere asilo.

“Negli ultimi anni l’Italia è già stata ritenuta responsabile per aver rimpatriato forzatamente persone potenzialmente bisognose di protezione internazionale e averle così esposte al rischio di essere sottoposte a maltrattamenti in un altro Paese. Nel più recente di questi casi, la Corte europea dei diritti umani ha rilevato che alcuni migranti tunisini sono stati oggetto di un’espulsione collettiva (tra le altre violazioni), in quanto l’ordine di rimpatrio verso la Tunisia non faceva riferimento alla loro situazione personale”, riporta il rapporto di Amnesty International.

Il ministero dell’Interno non ha commentato le denunce raccolte da Amnesty international, mentre il capo della polizia di Stato, Franco Gabrielli, ha dichiarato in un comunicato: “Devo categoricamente negare che siano stati utilizzati metodi violenti contro i migranti, sia durante il loro processo di identificazione sia nel corso del rimpatrio”.

Di Cristina Amoroso

5 novembre 2016 – ilfarosulmondo.it

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