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Afghanistan. Nel momento in cui scriviamo, di certo ci sono soltanto i corpi straziati dei civili innocenti, alcuni dei quali trasportati dai famigliari dall’area di Bodee Kandahari, 5 chilometri fuori dalla città, nel centro di Kunduz. Volevano arrivare fin sotto l’ufficio del governatore per chiedere conto della strage, ma gli è stato impedito.

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Cacciato dalla porta, il grande rimosso della campagna presidenziale Usa torna a bussare alla finestra: la guerra in Afghanistan. E lo fa con ciò che più si cerca di occultare: la morte. Ieri nel Paese centro-asiatico ci sono stati due avvenimenti che rischiano di costringere Hillary Clinton e Donald Trump, sfidanti diversi tra di loro ma ugualmente riluttanti a discuterne, a occuparsi di una guerra dimenticata. Il primo è una strage: sarebbero almeno 30 i civili, tra cui donne e bambini, polverizzati nel corso di un attacco aereo nei pressi di Kunduz, la città settentrionale intorno alla quale si gioca da settimane una feroce battaglia tra le forze governative, sostenute dagli americani, e i Talebani.

Le ricostruzioni si sono accavallate per tutta la giornata. Nel momento in cui scriviamo, di certo ci sono soltanto i corpi straziati dei civili innocenti, alcuni dei quali trasportati dai famigliari dall’area di Bodee Kandahari, 5 chilometri fuori dalla città, nel centro di Kunduz. Volevano arrivare fin sotto l’ufficio del governatore per chiedere conto della strage, ma gli è stato impedito. Sulla responsabilità, c’è stata un’altalena di dichiarazioni: alcuni solerti funzionari afghani hanno sostenuto che i colpi provenissero dagli elicotteri dell’esercito di Kabul, ma i portavoce delle forze statunitensi e della missione della Nato hanno poi ammesso di aver condotto raid aerei, in sostegno alle forze afghane finite sotto scacco. Come spesso accade, tutti promettono «verifiche certe» sulle responsabilità. Lo stesso era avvenuto poco più di un anno fa, in seguito alla strage compiuta nell’ospedale di Medici Senza Frontiere, quando nella notte tra il 2 e il 3 ottobre i bombardamenti aerei provocarono la morte di 42 persone. Le indagini hanno portato alla sanzione amministrativa di 16 membri dell’esercito americano. Un esito giudicato insufficiente dall’Organizzazione non governativa, che continua a parlare di un vero e proprio crimine di guerra.

Anche se i due candidati alla presidenza evitano di parlarne, in Afghanistan la guerra continua. A rimetterci sono soprattutto i civili afghani, come ricordano i rapporti realizzati dalla missione dell’Onu a Kabul, che segnalano un aumento delle vittime. Ma aumentano anche le vittime tra i militari. Quelli afghani e quelli statunitensi. Sarebbero almeno due i soldati americani morti nel conflitto di ieri intorno a Kunduz. Sembra anzi che i raid aerei siano stati una risposta all’uccisione dei due soldati. Clinton e Trump evitano di parlare di Afghanistan per ragioni diverse: Clinton dovrebbe riconoscere le mancate promesse di Barack Obama, che giurava di «riportare a casa i nostri ragazzi» e invece ha cambiato idea: nel giugno 2016 ha concesso margini operativi molto più ampi ai soldati a stelle e strisce, allargando le maglie anche per i bombardamenti aerei, come quello di ieri, poi ha annunciato che fino al 2017 sul terreno sarebbero restati 8.500 uomini, anziché 5.500 come annunciato in precedenza. Se parlasse di Afghanistan, Trump non potrebbe che appellarsi a un maggior uso della forza. Ma perfino lui sa che la strategia non funziona: in Afghanistan gli americani si sono impelagati nella guerra più lunga della loro storia militare, e non ne usciranno alzando il tiro. Una longevità alimentata da scelte irresponsabili e miopi, dentro e fuori il Paese.

Proprio ieri l’Afghanistan Analysts Network, il più accreditato centro di ricerca del Paese, ha reso pubblica un’inchiesta sui detenuti afghani di Guatanamo che dimostra come gli arresti di massa e arbitrari avvenuti nel Paese abbiano concretamente contribuito ad alimentare la guerriglia. Clinton e Trump sono molto diversi, ma entrambi sanno che di Afghanistan è meglio non parlare. Altrimenti, bisognerebbe ammettere che la guerra è persa.

 

Di Giuliano Battiston

 

4 novembre 2016 – ilmanifesto.info

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