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Raccogliamo e pubblichiamo lo sfogo di una sorella di un Vigile del fuoco

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Bisogna che qualcuno lo dica, però. Lo dico io? Ma sì, tanto di avvocati ne conosco a manciate, qualcuno mi difenderà gratis. Tema: il terremoto. Se l’argomento vi è venuto a noia passate oltre. Svolgimento: io non sono vicinissima all’epicentro degli ultimi eventi ma l’epicentro, qui in Umbria, ce l’abbiamo tutti dentro. Siamo tutti in allerta e passiamo gran parte del tempo a guardare i lampadari che si muovono, contando. Parentesi: io sono anche, molto orgogliosamente, e chi mi vuole bene lo sa, la sorella di sangue di un pompiere e la sorella virtuale di molti altri, idealmente voglio bene a chiunque indossi quella divisa. E perché? No, non è il fascino della divisa, che su di me non ha mai sortito effetti, per di più la loro, diciamolo, è persino bruttina. Il fatto è che è vero: sono eroi, evviva i pompieri, no si dice vigili del fuoco e non gli si augura buon lavoro, sono simpaticissimi, sprezzanti del pericolo ecc. ecc. ecc.

Ma poi c’è tanto altro. I pompieri, nosidicevigilidelfuoco, sono prima di tutto uomini. Uomini che fanno il proprio lavoro con passione ma, per usare un francesismo, rischiano il culo per milletrecentoeuro. 1.300,00, hai letto bene. Ah ma hanno un sacco di riconoscimenti. No, manco mezzo. E’ la protezione civile, quella.

Loro sono i dimenticati. Loro sono quelli che la manutenzione dei mezzi se la fanno da soli, perché i soldi non ci sono e se non vogliono schiantarsi con l’autobotte mentre partono per un intervento, se la devono riparare da soli. Sono quelli che le divise devono farle durare vent’anni. Sono quelli che, e per fortuna la gente li ama, se hanno bisogno di assi di legno e chiodi glieli porta il cittadino. Sono uomini che hanno paura ma entrano nella casa inagibile durante le scosse per recuperare il trenino del bambino che gliel’ha chiesto con i lucciconi e non ha altro. E diventano campioni mondiali di salto dalla finestra. Sono quelli che sono padri, figli, fratelli, zii, cugini, oltre che i vostri e nostri eroi.

Prima di essere un eroe, mio fratello è quello con cui ho fatto a cuscinate, ho litigato, fatto pace, mi sono incazzata, ho festeggiato compleanni, Natali, vittorie e sconfitte, e l’idea che per milletrecento euro e tante promesse e altrettanti calci in faccia, controlli il soffitto ad ogni rumore e salti per aria se gli passi vicino, si perda a fissare un punto nel vuoto e gli vengano gli occhi lucidi, mi fa girare le palle. Sì certo se l’è scelto.

Ma non ha scelto di comprare le lampadine dei fari del mezzo di soccorso con i propri soldi, né di sentire che “grazie ai volontari, alla guardia di finanza, ai carabinieri ed alla divina provvidenza siamo pronti a ricominciare”.

Che il loro no, non è un lavoro usurante, che no, non hanno diritto all’indennità di rischio perché non maneggiano armi, che no, non hanno neanche diritto di sapere dove dormiranno o mangeranno, mentre allestiscono il campo base nel luogo del terremoto e no, non diamoglielo un cazzo di supporto psicologico, in una circostanza del genere, perché tanto sono abituati. E ovviamente, il compenso per gli straordinari che fanno per i tour de force del sisma glielo possiamo dare fra un paio d’anni, magari nel frattempo lì sotto ci resta e abbiamo risparmiato.

E no, loro queste cose nelle interviste non le dicono. Anzi, le interviste non le fanno proprio, hanno da fare.

 

Da Francesca Pettinari – NORCIA

 

2 novembre 2016 – umbriajournal.com

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