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Nota delle Admin: Su FB si può postare di tutto. Sappiamo di siti di pedopornografia, siti dove si vedono maltrattamenti verso gli animali, siti dove si inneggia al fascismo e al nazismo. Vengono segnalati dagli utenti che casualmente o inavvertitamente si imbattono in questi siti, a volte vengono bloccati, ma poi rispuntano come funghi. Nel caso dell’innominabile israele, invece, intervengono direttamente le autorità del governo che prendono accordi con le autorità del social network. Questo è israele signori miei!!!

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Il gigante dei social media è accusato di avere disattivato gli account di attivisti e giornalisti dopo i colloqui tenuti il mese scorso con ministri israeliani su come affrontare il problema dell’ ‘incitamento’ sulla piattaforma.

Un nuovo rapporto di un’organizzazione palestinese per i diritti ha rivelato che il numero di casi in cui persone – tra cui molti giornalisti – sono state arrestate a causa di loro post sui social media è drasticamente aumentato nel corso dell’ultimo anno, provocando preoccupazioni per il giro di vite israeliano praticato contro la libertà di espressione.

“I siti dei social media sono… una finestra efficace che permette a giornalisti e palestinesi in genere di aumentare le loro possibilità di esprimere liberamente le proprie opinioni”, ha detto Mousa Rimawi, autore del rapporto e direttore del Centre for Development and Media Freedoms – Mada, (Centro palestinese per lo sviluppo e le libertà sui media).

“[Ma] la sistematica sorveglianza e osservazione da parte delle autorità di occupazione israeliane [dimostra che sono diventate] piattaforme aperte alla persecuzione e all’oppressione delle opinioni degli utenti.”

Sebbene non vi sia alcun precedente legale nel diritto israeliano di accuse a persone per reati connessi ai post online, lo stato, preoccupato che accesi contenuti online possano aver potuto alimentare il picco di violenza israelo-palestinese degli ultimi 12 mesi, nell’ottobre del 2015  ha creato un’unità di crimine informatico per monitorare e controllare ciò che viene pubblicato su Internet.

Inoltre, le autorità israeliane stanno facendo pressione sulle società di social media perché aumentino il loro impegno nell’eliminare post che possano incitare alla violenza, oltre a redigere leggi – che gruppi per i diritti digitali affermano essere impraticabili – per costringere le piattaforme ad abbattere i contenuti che potrebbero incitare alla violenza.

Una delegazione di Facebook si era incontrata a settembre con i funzionari del governo per quelli che il ministro dell’Interno, Gilad Erdan, aveva definito colloqui ‘riusciti’.  “L’estremismo online può essere affrontato solo con una forte collaborazione tra i responsabili politici, la società civile, il mondo accademico e le imprese, e questo vale per tutto il mondo”, disse un rappresentante di Facebook, aggiungendo che la società si incontra con i governi di tutto il mondo per combattere l’istigazione all’odio e l’incitamento alla violenza.

Questa settimana, il collettivo di attivisti del Palestinian Information Centre (PIC) ha riferito che almeno 10 degli account di loro amministratori sulle pagine Facebook in arabo e in inglese – seguite da più di due milioni di persone – sono stati sospesi – sette in modo permanente – e dicono che questo è il risultato delle nuove misure messe in atto in seguito all’incontro di Facebook con Israele.

“Facebook non ha dato alcuna spiegazione in che cosa i nostri membri avessero violato i ‘Community Standards’ di Facebook,” ha riferito a The Independent Rami Salaam, membro del PIC. La mossa è stata fatta per  “impedire alla nostra voce di raggiungere il mondo, l’incitamento non c’entra,” ha detto.

Rami Salaam ha detto che è stato rimosso il video di un laureato di Gaza che sta avviando una piccola impresa, perché contenente scene di nudo – cosa non vera. “Sembrerebbe che il video sia stato segnalato da israeliani e che Facebook non si sia nemmeno preso la briga di andare a controllare”, ha aggiunto. Un rappresentante di Facebook ha detto a The Independent di stare verificando il reclamo presentato dal PIC.

“Abbiamo a cuore le voci, le opinioni e i diritti di tutte le diverse comunità che si trovano su Facebook”, ha aggiunto. “Le voci palestinesi saranno al sicuro su Facebook come ogni altra comunità che si trova sulla nostra piattaforma.”

Un rapporto del 2015 ha rivelato che il 96% dei palestinesi ha detto di usare Facebook  principalmente per seguire le notizie. Il Mada afferma che questo dimostra quale sia l’estrema importanza delle piattaforme di social media e quale potrebbe essere il potenziale impatto prodotto dalla disattivazione degli account degli attivisti e dei giornalisti sulla diffusione delle informazioni che riguardano gli interessi palestinesi.

Dallo scorso ottobre ci sono stati almeno 150 arresti con l’accusa di ‘incitamento’, ma i palestinesi e il monitoraggio dei diritti digitali dicono che in molti casi i post non sono pertinenti, oppure esprimono critiche alla politica del governo di Israele, non chiamate dirette alla violenza.

Dal 2014, 61 giornalisti palestinesi e 9 giornalisti israeliani sono stati processati per post messi online, ha rivelato il nuovo rapporto del Mada.

In agosto a Hebron, cinque giornalisti della start-up Sanabel Radio sono stati arrestati durante un raid all’alba in quello che un portavoce dell’esercito israeliano ha detto essere un “continuo impegno contro l’incitamento”.

Il mese scorso, diversi autorevoli giornalisti delle agenzie di stampa Shehab e Quds in Cisgiordania, hanno segnalato che i loro account di Facebook – utilizzati per aggiornare pagine professionali che raggiungono milioni di persone – erano stati temporaneamente sospesi; facendo poi marcia indietro, Facebook ha più tardi detto che si era trattato di un errore.

Anche i ‘mi piace’ e le ‘condivisioni’ su Facebook sono stati presentati come prova nei processi militari per incitamento; in Cisgiordania l’associazione di assistenza legale Addameer ha riferito a The Independent, come all’inizio di questo mese un professore palestinese di astrofisica sia stato condannato per supporto al gruppo militante di Hamas.

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L’ufficio della radio Sanabel dopo il raid dell’esercito israeliano

“I pubblici ministeri utilizzano i numeri di ‘Mi piace’ e le ‘condivisioni’ di precisi post, senza collegare questi post o questi individui ad atti di violenza. La tendenza è allarmante “, disse all’epoca a The Independent il direttore di Addameer, Sahar Francis. La Forza di Difesa israeliana non rispose subito ad una richiesta di commento.

Molti palestinesi hanno chiesto il boicottaggio della società in considerazione della sua complicità con le autorità israeliane e preoccupati che l’attività di Facebook possa essere utilizzata per colpire gli attivisti.

Rami Salaam del PIC ha detto che Facebook è una piattaforma troppo importante  perché il gruppo la abbandoni.

“Anche se ci sentiamo frustrati e confusi, siamo ancor più determinati a continuare il nostro attivismo per la Palestina … Utilizziamo tutte le piattaforme disponibili, anche quelle che cercano di metterci a tacere; per rendere sicura la voce della Palestina occorre che si senta forte e chiara”, ha detto.

 

Di Bethan McKernan Beirut, 25 ottobre 2016

Fonte: http://www.independent.co.uk/news/world/middle-east/israel-palestine-facebook-activist-journalist-arrests-censorship-accusations-incitement-a7377776.html

Traduzione: Invictapalestina.org

 

31/10/2016 – invictapalestina.wordpress.com

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