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Il treno, da sempre, ha un significato che va ben oltre un semplice mezzo di trasporto e locomozione; lì dove ‘fischia’ un treno, vi è qualcosa da raggiungere: una città, una fabbrica, un porto, un qualcosa quindi che testimonia la vitalità di un territorio e di una determinata zona. E’ per questo quindi che ad Homs, non appena si è sentito il suono di un vagone in procinto di partire dalla locale stazione ferroviaria, molta gente si è precipitata nei marciapiedi vicino i binari per immortalare quello che, senza ombra di dubbio, è uno degli eventi più importanti da quando da queste parti non si spara più.

Homs è la terza città della Siria, un centro ‘goliardico’ e dinamico, prima della guerra i suoi abitanti in tutto il mondo arabo erano famosi per il proprio umorismo, gran parte delle barzellette arabe prendono di mira in maniera divertente proprio gli abitanti di Homs, fino al 2011 considerata per l’appunto la ‘Napoli’ del medio oriente; si narra addirittura che, quando le truppe mongole hanno iniziato ad imperversare nel XIII secolo in Siria, una volta giunte ad Homs hanno risparmiato la città perché hanno trovato i propri abitanti ballare e festeggiare nelle strade del centro, tanto che da allora ogni mercoledì prima veniva celebrata la ‘giornata della pazzia’. Poi, nel marzo del 2011, è arrivata la guerra: il conflitto ad Homs ha fatto capolino in maniera improvvisa, ha creato una censura drammatica ed inattesa nella storia e nel contesto sociale di una città che da un giorno all’altro ha visto le proprie strade trasformarsi in trincee.

Non c’è posto, come la Siria e come Homs in particolare, dove è possibile vedere cosa significhi dover cambiare vita ed abitudini a causa della guerra; solo nella prima settimana le manifestazioni sono state pacifiche, poi nelle piazze della città hanno fatto la propria comparsa uomini barbuti con le bandiere della Siria coloniale, i quali hanno iniziato ad imprecare non più solo contro il governo ma contro tutti gli sciiti e gli alawiti in particolare, poi contro i cristiani ed è stato un ‘tutti contro tutti’. Il tutto, ha rappresentato l’inizio delle violenze settarie, della trasformazione del proprio vicino di casa in nemico da abbattere, si è avuto in poche parole l’avvio di una delle guerre più sporche di sempre; poi Homs, nel giugno 2014, è stata interamente ripresa dall’esercito siriano: da allora, il processo verso la normalizzazione della città è stato e continua ad essere molto lento.

La città è rasa al suolo: interi quartieri risultano abbandonati, le macerie sono ancora esposte al caldo sole siriano, i luoghi che hanno ospitato trincee e fortificazioni durante le battaglie sono ben visibili, in alcuni di essi vi sono ancora le scritte lasciate con bombolette e pennarelli dai ribelli prima di andar via. Ma qualcosa si muove: l’acqua e l’energia elettrica sono adesso assicurati, i servizi essenziali sono tornati, la torre dell’orologio simbolo di Homs è stata restaurata dal governo e poi, per l’appunto, qualche giorno fa a muoversi è stato anche un convoglio lungo la locale ferrovia.

La posizione centrale di Homs, pone da sempre questo territorio come snodo fondamentale per i trasporti siriani; a due ore da Damasco, a due ore da Aleppo e ad appena un’ora dalla costa di Tartus, lì dove è ancorata la flotta russa, ben si può comprendere l’importanza della città per le autostrade e per le ferrovie del Paese. La chiusura della tratta ferrata causata dai primi scontri nel 2011, ha rappresentato il segno inequivocabile che la vita ‘pazza’ e goliardica in quel di Homs stava per terminare; il silenzio nella stazione ferroviaria della terza città siriana, ha rappresentato anche il silenzio delle sue scuole, dei suoi mercati, dei suoi ristoranti, delle sue piazze, delle sue Moschee e delle sue Chiese, un silenzio interrotto soltanto dal rumore metallico e tetro della guerra. Ma il treno è tornato a fischiare; quel silenzio inizia ad essere interrotto adesso dal fischio di un convoglio e dal brusio di gente che aspetta di salire o dei lavoratori della ferrovia che scambiano qualche parola prima di tornare a bordo. Nella Siria di oggi basta poco per far rinnamorare della vita i suoi abitanti; è bastato, nella fattispecie, l’attivazione di una locomotiva diesel per trasportare materiale per i lavori da svolgere nel porto di Tartus per riaccendere l’entusiasmo: ad Homs la ferrovia c’è, è stata riparata e non attraversa alcun territorio minacciato dalla guerra, anzi il ferro dei binari che dalla terza città siriana scivola verso il Mediterraneo si addentra in zone in cui la guerra ha fatto da sempre capolino solo nei telegiornali locali, per uno o due chilometri penetra anche dentro il confine libanese e poi termina in quel porto che è cuore pulsante di una Tartus risparmiata dal conflitto e simbolo di una Siria ancora intatta che vuole riemergere.

E’ solo un treno, ma da queste parti vuol dire tutto, vuol dire anche la vita, quella che lentamente ad Homs sta tornando dopo cinque anni difficili e paurosi; ma non solo: la città, da molti media di allora, è stata definita nel 2012 ‘capitale della rivoluzione’, la stessa che poi ha mostrato al mondo tutta la sua crudeltà e tutta la sua indole distruttrice e terroristica. Che le ferrovie siriane ripartano proprio da qui, da questa Homs sì ferita ma adesso riappacificata, è il segnale inequivocabile di quella che è la volontà dell’intero popolo siriano; mentre il treno fischia ad Homs, in tanti sperano di poter vedere in breve termine le stesse scene a Damasco, a Deir Ezzour, a Raqqa, ma soprattutto ad Aleppo, lì dove si sta svolgendo la battaglia decisiva per il futuro della guerra e dell’intero Paese.

Il fischio del treno ad Homs, dimostra che la Siria è un Paese devastato ma ancora in vita e che c’è ancora speranza per questo popolo di poter tornare a vivere in pace nelle proprie città e nelle proprie case e chissà, magari, di poter esorcizzare un giorno il ricordo di questa guerra con nuove barzellette ambientate in una Homs ricostruita.

 

Di Mauro Indelicato

 

29/10/2016 – occhidellaguerra.it

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