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Probabilmente è stata pensata come una lezione al mondo della storia di Israele. Un video postato sui social media da parte del ministero degli Esteri israeliano ci fa vedere una comune coppia di ebrei, Giacobbe e Rachele, in una casa chiamata la “Terra di Israele”. Una serie di colpi bussati alla porta riproduce 3.000 anni di interruzioni della loro felicità. Arrivano prima gli assiri, poi i babilonesi, i greci, gli arabi, i romani, i crociati, i mamelucchi e gli ottomani – tutto sembra il central casting dei Monty Python.

Giacobbe e Rachele sono costretti dalle fazioni in guerra a ritirarsi in zone sempre più ristrette della loro casa finché non finiscono per piantare una tenda in giardino. Le loro fortune cambiano solo con l’arrivo di un impiegato dell’Impero Britannico che restituisce loro gli atti di proprietà. Un ultimo colpo alla porta guasta la festa. Sulla porta di casa c’è una coppia palestinese senza un soldo che allunga il collo per vedere quale tesoro li attenda dentro.

Lo sciovinismo nel ritrarre Giacobbe e Rachele come le uniche persone normali che sopportano stoicamente le barbare vicendevoli macellazioni altrui che avvengono nel proprio soggiorno, è di per sé abbastanza sgradevole. Ma è ancora più difficile prendere sul serio una narrazione in cui i palestinesi appaiono improvvisamente dal nulla nel 1948, come la Gran Bretagna se ne va.

A un miglio da casa mia, a Nazareth, ci sono le rovine di Saffuriya, una città palestinese che è stata abitata per secoli finché l’esercito israeliano non ne cacciò gli abitanti nel 1948 e fece saltare in aria le loro case. Più di 500 villaggi furono rasi al suolo allo stesso modo.

Nei luoghi in cui gli edifici furono risparmiati, sono stati gli ebrei – non i palestinesi – ad occupare abusivamente la casa di qualcun altro. Ma la falsificazione si spinge ancora più a fondo.

Accanto alla macerie di Saffuriya si trova la città romana di Seforis, ancora più antica, dove gli ebrei si stabilirono quasi 2.000 anni fa, dopo che le loro rivolte contro l’impero romano erano fallite. Un pavimento a mosaico in una sinagoga superstite rivela che gli ebrei di Sephoris adoravano il sole, tale era la vicinanza alla popolazione pagana della zona in cui fu costruita.

Abbondano altri inganni. Nel centro storico di Nazareth si trova l’unica “chiesa sinagoga” del mondo, dove, a quanto si dice, Gesù avrebbe fatto la sua prima predica. Questo ci ricorda che molti ebrei del luogo presto si sarebbero chiamati cristiani e successivamente musulmani. Più a nord, nella città di Bokaya, un’antica sinagoga si trova accanto a chiese e moschee. Per secoli le fedi abramitiche hanno convissuto fianco a fianco in un’armonia comunitaria sconosciuta in Europa.

Infatti, contrariamente alla versione israeliana della storia, i più violenti conflitti – a parte le rivolte degli ebrei – hanno coinciso con le invasioni da parte degli europei, sia che si trattasse del settarismo aggressivo dei crociati o della creazione di uno “stato ebraico” etno-religioso dei sionisti  con il  sostegno britannico. Per lo più, il passato della Palestina è stato caratterizzato da tolleranza culturale e diversità genetica. Conversioni e matrimoni misti stanno a testimoniare che la regione è stata un crogiuolo di identità e credenze.

Israele, ovviamente, preferisce nascondere questa storia perché porta a una conclusione ovvia: la regione ha bisogno di minore, non maggiore, tribalismo e  dogma  che Israele favorisce.

La maggioranza ebraica in Israele vive quasi del tutto separata dai palestinesi che sono rimasti sulla propria terra e che oggi ne sono formalmente cittadini. Mentre in Cisgiordania – che gli israeliani conoscono come i regni biblici di “Giudea e Samaria” – i coloni ebrei la fanno da padroni su di una popolazione palestinese ghettizzata, soggetta a un regime militare.

Il primo ministro Benjamin Netanyahu è impegnato nella stesura di una costituzione che definisce Israele come appartenente ad una globalizzata “nazione ebraica”, non ai cittadini del paese. E insiste che i colloqui di pace debbano avere luogo solo quando i palestinesi sotto occupazione riconosceranno Israele come tale stato ebraico – condizione questa che, una volta considerata ridicola, ora è stata adottata da Washington.

Dando una dimostrazione dello stato d’animo prevalente, il Ministero dell’Istruzione israeliano ha recentemente vietato l’introduzione nei programmi scolastici della lettura di due romanzi che trattano di legami sentimentali tra ebrei e arabi. E intanto la “linea verde”, che una volta delimitava i territori palestinesi occupati, è stata cancellata dalle mappe nelle classi israeliane, dando così a intendere che  tutto è Grande Israele.

Di fronte a politiche e diplomazia israeliane a somma zero, i palestinesi sentono crescere sempre più l’ansia per il futuro.

La scorsa settimana una risoluzione dell’Unesco, l’organismo scientifico e culturale delle Nazioni Unite, ha dato voce alle loro preoccupazioni mettendo in evidenza le minacce israeliane ai più importanti siti sotto occupazione del patrimonio musulmano e cristiano.

Riconoscendo l’importanza di Gerusalemme “per le tre religioni monoteiste”, la risoluzione ha però avvertito che Israele ne sta sfruttando il controllo illegale per cancellare la relazione esistente tra i palestinesi e tali siti, in particolare con la moschea Al Aqsa.

Sperando di distogliere l’attenzione da queste critiche, Israele si è scagliato contro l’ONU per negare  la superiorità della sua versione. Al Aqsa deve essere attribuita agli ebrei così come il Monte del Tempio, ha insistito il signor Netanyahu, facendo riferimento al tempio ebraico scomparso da tempo e che si crede sia sepolto sotto alla moschea di Gerusalemme.

Ma la probabile esistenza lì delle rovine del tempio induce a una conclusione opposta a quella a cui è arrivato il signor Netanyahu: non che gli ebrei abbiano diritto a rivendicarne con una forza maggiore la sovranità, ma che i popoli e le religioni della regione sono incredibilmente intrecciati.

Questa dovrebbe essere la lezione principale per gli attuali Jacobs e Rachels, molti dei quali vivono armati e espandono senza sosta le colonie nel territorio palestinese rubato.

Questa terra è stata sempre condivisa, e non ci sarà pace fino a quando non lo sarà di nuovo.

 

Di Jonathan Cook, 19 ottobre 2016

Fonte:http://mondoweiss.net/2016/10/israels-history-lesson/?utm_campaign=trueanthem&utm_content=580b5c4104d3015919bfacd5&utm_medium=social&utm_source=facebook

Traduzione di Simonetta Lambertini-per Invictapalestina.org

 

Chi è Jonathan Cook

Jonathan Cook ha vinto il premio speciale Martha Gellhorn per il giornalismo. I suoi ultimi libri sono “Israel and the Clash of Civilisations: Iraq, Iran and the Plan to Remake the Middle East” (Pluto Press) e “Disappearing Palestine: Israel’s Experiments in Human Despair”(Zed Books).

Il suo nuovo sito web è jonathan-cook.net.

 

27 ottobre 2016 – invictapalestina.wordpress.com

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