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Affrontare gli allucinanti fatti di Goro con toni moralistici o, peggio, con semplici richiami all’accoglienza è un puro e semplice esercizio retorico che rischia di essere inutile se non dannoso. È, invece, più che mai indispensabile fare analisi e dimostrare come quanto sta accadendo nel Sud dell’Europa sia la spia di precise scelte economiche e geopolitiche di sviluppo.

L’Italia di oggi non ha ancora realizzato di essere ripiombata in un’area di sottosviluppo e di marginalità politica, destino peraltro condiviso con tutti gli altri paesi del Mediterraneo. Basterà ricordare che, solo nel 2015, sono stati 107.000 i giovani italiani, in maggioranza under 35, che hanno lasciato il Paese in cerca di lavoro o di migliori condizioni di vita.

La fondazione Migrantes, nel suo rapporto, aggiunge una serie di dati interessanti. Le mete di destinazione preferite dai nostri connazionali sono, in primis, Germania e Regno Unito, a seguire, Svizzera e Francia e, inaspettatamente, Cina, Singapore, Thailandia e Giappone.

Se è vero che maggioritaria resta l’emigrazione meridionale, cresce contemporaneamente anche quella dal Nord: Lombardia e Veneto sono infatti le regioni che registrano, in termini assoluti, il maggior numero di partenze. In dieci anni, l’emigrazione italiana ha subito un incremento del 55%: le partenze sono passate da 3 a 4,8 milioni.

L’Italia ha un tasso di disoccupazione giovanile che sfiora il 40% e vede trionfare un modello di sviluppo fondato su precarietà, sfruttamento del lavoro, voucher, bassi salari e tagli al welfare. Quale stupore può destare il fatto che i giovani italiani cerchino migliori condizioni di vita e di lavoro?

Delfina Licata, redattrice del rapporto Migrantes, afferma che l’ultima ondata migratoria è partita dopo la crisi finanziaria del 2007–2008 e che oggi partono anche i ‘talenti semplici’, non solo i laureati disoccupati e i ricercatori senza futuro e garanzie. Altri studiosi del fenomeno sottolineano come l’emigrazione odierna sia molto diversa da quella di qualche anno fa: se prima si trattava d’imparare una lingua o di sperimentare diversi stili di vita e di lavoro, ora gli italiani emigrano per disperazione.

E l’Africa cosa c’entra in tutto questo?

Il continente africano è, da qualche anno, in tumultuosa ascesa a livello economico e demografico, ma, così come accade in Europa, a tale sviluppo non corrispondono aumento dell’occupazione e diminuzione delle diseguaglianze. Questo andamento è evidente, in particolare, per l’Africa subsahariana: “La crescita del 5 per cento annuo registrata negli ultimi dieci anni non ha condotto a un proporzionale aumento dei posti di lavoro e persistono profonde sacche di disoccupazione.

Secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro, l’Africa subsahariana ha la più alta percentuale di “lavoratori vulnerabili” al mondo: il 77,4 per cento del totale degli occupati. Un decennio di crescita non ha aiutato a risolvere il problema della povertà di massa che affligge la regione, distribuendo in modo fortemente ineguale i suoi frutti, con la diseguaglianza che, secondo la Banca Mondiale, “è a livelli inaccettabilmente alti e viene ridotta a un passo inaccettabilmente lento. Quando, tre anni fa, i lavoratori della miniera di Marikana, nel nord del Sudafrica, dove la disoccupazione tocca anche il 40 per cento nelle zone etnicamente segregate, sono scesi in strada per chiedere un aumento del loro salario pari a 500 euro al mese, la polizia ha sparato sui minatori uccidendone 34. Leadership sclerotizzate ed endemicamente corrotte, sistemi di governance e tutela dei diritti inadeguati lasciano esposti i cittadini e i beni comuni agli istinti predatori del grande business.” (da Internazionale del 20/8/2015, È il secolo dell’Africa, ma il suo modello di sviluppo è insostenibile, Niccolò Cavalli).

Nonostante la crescita economica degli ultimi anni, la Banca Mondiale, già nel 2013, affermava che “uno ogni due africani vive in condizioni di estrema povertà, ossia con 1,25$ al giorno” e che “la crescita dell’Africa non ha inciso sulla povertà, a causa degli alti livelli di diseguaglianza… Il tasso di povertà del continente era al 58% nel 1999 ed è sceso al 48,5% nel 2010. Circa un 10% in meno, la metà del cammino fatto dalla Cina nello stesso arco temporale”…“ Paradossalmente i paesi con la crescita più rapida sono anche quelli con la crescita meno inclusiva. Kenya, Ghana, Tanzania ed Etiopia vengono celebrati come esempi del nuovo miracolo economico, ma hanno la crescita meno inclusiva di tutti. Un problema sottolineato nell’ultimo Outlook della Banca africana di sviluppo, che però non è stato ripreso da nessuno”. (da Limes del 16/10/2013)

Le dodici donne africane e i loro otto bambini, rifiutati con un atto vile quanto ripugnante a Goro, costituiscono l’ultimo rivolo di un sistema di sviluppo che si preoccupa solo della mobilità dei capitali, delle merci e del “capitale umano”, ignorando qualsiasi altro fattore umanitario. Quelle barricate fanno il paio con i muri e le barriere che, passando per Calais, arrivano a Budapest, ma che presto potrebbero essere elevate da inglesi, tedeschi e olandesi contro italiani, greci e spagnoli.

Il capitalismo neoliberista, in un contesto di stagnazione demografica e di debole crescita economica, continua a produrre nei paesi dell’Europa meridionale disoccupazione di massa, sfruttamento sempre più brutale, tagli allo Stato sociale e condizioni di vita sempre peggiori. Agli abitanti di Goro bisogna dire che se non si lotta contro la UE, la Troika e il loro sistema di sfruttamento, tra qualche anno, le barricate verranno alzate in faccia ai loro figli perché gli africani d’Europa siamo noi.

Di

27 ottobre 2016

Fonte: contropiano.org

(Foto di @ArsenaleKappa)

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