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Tappeto rosso e rullo di tamburi, Renzi vola da Obama e viene accolto come una vera star del cinema, un giovane ma promettente leader politico. Renzi, in attesa dell’assist per il prossimo referendum italiano, ribadisce la sua fedeltà agli Stati Uniti. Basterà un sì di Obama all’ultima cena per il successo di Matteo?
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La trasferta a Washington del premier Renzi è un vero spettacolo, con tanto di registi e attori al seguito. Dopo l’Ambasciatore americano a Roma Phillips, che ha suggerito agli italiani come bisognerebbe votare al referendum del 4 dicembre, non poteva mancare la parola di Obama, che per la sua ultima cena da presidente ha invitato proprio Renzi, premier di un Paese strategico per gli Stati Uniti.

L’Italia è un Paese che si dimostra un alleato disponibilissimo a lottare per gli interessi americani, mandando anche i propri soldati ai confini con la Russia. Dire che cosa ci guadagni l’Italia da quest’irrinunciabile alleanza con gli americani è più difficile. La tournée di Renzi negli States sortirà l’effetto sperato in patria? Sputnik Italia ha raggiunto per un’intervista in merito Michele Prospero, professore di filosofia politica all’Università Sapienza di Roma.

— Renzi vola da Obama per l’ultima cena di Stato del presidente americano. Professore Prospero, che cosa cerca davvero il premier italiano oltreoceano, secondo lei?
— Sono giri di propaganda pensati in vista del Referendum nella speranza di avere un avvallo internazionale, un ulteriore riconoscimento alle sue riforme strutturali. D’altra parte, cerca un appoggio in vista di una sorta di scambio: l’America spinge verso il riconoscimento della necessità di sfidare le regole europee del rigore, in cambio però vi è l’impegno italiano nella sicurezza. Si tratta di impegni dell’Italia sull’arena internazionale secondo i dettati della politica estera americana.
Il viaggio di Renzi a Washington, se vogliamo, è un grande spettacolo e un modo per incassare il sostegno di Obama in un momento difficile per il premier italiano in vista dell’appuntamento referendario?

— Sì, è un momento molto difficile per Renzi. Le risorse della politica estera spettacolarizzata rientrano nei tentativi piuttosto disperati di recuperare terreno in vista del Referendum. Del resto anche Obama, più che uno statista nel campo delle relazioni internazionali, si rivela come un politico abbastanza sprovveduto. Lo si è visto, per esempio, quando ha confessato di non avere una strategia per la soluzione delle spinose questioni in Medio Oriente. Anche in altri scenari di crisi internazionali Obama si muove un po’ senza avere il polso della situazione.
Renzi e Obama sono due statisti che prediligono l’arte dell’improvvisazione su molti aspetti. Nessuno dei due, soprattutto Renzi, è l’immagine dello statista che si studia a fondo i dossier e conosce bene le questioni sul tappeto. Nel contesto delle relazioni internazionali emerge un profilo piuttosto decadente di molta leadership europea e mondiale.

Il presidente uscente americano e il premier italiano, la cui sorte politica dipende dal prossimo Referendum, discuteranno anche del futuro dell’Europa. È abbastanza surreale come scena, no?

— Sì, è una scena surreale, appunto soltanto di propaganda, Renzi si porta dietro i registi e premi Oscar. È un viaggio che ha un rilievo soltanto di comunicazione, non un rilievo politico immediato. Anche se notiamo che la disponibilità italiana a compiere azioni di disturbo nel Baltico a sostegno delle scelte della NATO è reale.

Poco realistico invece è l’appoggio che può ricevere Renzi dall’ospitalità che avrà alla Casa Bianca.

Non è scontato quindi secondo lei che Renzi con questo viaggio sortirà l’effetto sperato, l’assist voluto per il Referendum?
— In Italia si sta creando un clima particolare. Un editoriale del Corriere della Sera oggi auspica, nel contesto del Referendum del 4 dicembre, l’intervento di potenze e partiti esterni all’Italia, che è visto come un fattore positivo. Mi riferisco al Partito Socialista europeo, all’Ambasciatore americano, al Fondo Monetario Internazionale. Tutto questo grande soccorso dei poteri internazionali, che potrebbero indicare agli italiani il modo di votare ad un Referendum tecnico, non è detto che produca gli effetti sperati nelle cabine elettorali.

L’Italia concede le basi militari agli americani per le loro operazioni di guerra, un caso su tutti è Sigonella. Inoltre, rispetto ad altri Paesi europei, l’Italia non ha detto “no” al trattato TTIP. Effettivamente, pur non essendo un Paese forte all’interno dell’Ue, l’Italia è un alleato strategico per gli Stati Uniti. Con questo viaggio Renzi ribadisce quest’amicizia, o meglio la subalternità verso gli Stati Uniti?

— Sì, è una maniera per mostrare riconoscenza. Del resto questo governo non può avere un profilo di politica estera con un senso di spiccata autonomia, perché ci sono collegamenti con certe potenze internazionali, finanziarie ed economiche che spingono ad atteggiamenti di subalternità politica nei confronti di richieste come ad esempio la concessione di basi. Sono richieste che non hanno visto alcun gesto di autonomia da parte dell’Italia.
Di Tatiana Santi

18 ottobre 2016