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L’attacco, secondo il primo ministro iracheno, è partito nelle scorse ore: le forze di Baghdad avanzano verso Mosul, l’obiettivo è la riconquista di quella città la cui perdita, nel luglio 2014, ha significato la disfatta per l’Iraq e l’avanzata anche mediatica dell’ISIS e del suo fantomatico stato islamico; è proprio da Mosul, terza città del paese, che Al Baghdadi ha proclamato la nascita del califfato parlando dalla moschea principale del capoluogo della provincia di Ninive.

Il capo del governo iracheno, ha annunciato come soltanto polizia ed esercito locale entreranno in città, escludendo quindi peshmerga curdi e soprattutto evitando di poter dare l’opportunità alla Turchia di Erdogan di partecipare all’operazione, almeno in questa prima fase di combattimenti; soltanto le forze a guida USA stanno per ora aiutando l’esercito di Baghdad con i bombardamenti, per il resto non dovrebbero esserci altre forze in grado di entrare a Mosul a battaglia finita. Pur tuttavia, questo non vuol dire che altre formazioni stanno iniziando la propria avanzata verso la terza città irachena, gli stessi Peshmerga pressano da nord, mentre le milizie sciite che hanno già contribuito a liberare gran parte dell’Al Anbar dovrebbero dare manforte all’esercito iracheno; l’avanzata è iniziata dalla base militare di Qayyarah, riconquistata nelle scorse settimane e posta a circa 60 km a sud di Mosul lungo l’Autostrada 1, la stessa che unisce da nord a sud tutti i punti nevralgici dell’Iraq, partendo da Bassora e terminando alla frontiera turca passando per Baghdad.

La battaglia però conserva molte insidie e non solo legate alle dinamiche della guerra ed alla resistenza che incontreranno le forze irachene; il riferimento è a quanto già visto dopo la liberazione di Falluja, avvenuta sempre ad opera dell’esercito di Baghdad nello scorso mese di giugno: proprio l’aviazione irachena ha mostrato nelle scorse ore un video in cui si evidenzia come uno dei suoi aerei prenda di mira un convoglio di circa 700 veicoli ‘adornati’ con la bandiera nera del califfato. Secondo il ministero della difesa iracheno, si tratta in quel caso di miliziani in fuga da Falluja e diretti verso alcuni dei valichi di confine con la Siria controllati da altri jihadisti in quella regione; anzi, secondo la logica dell’ISIS, si tratterebbe in quel caso di un vero e proprio riposizionamento da una parte all’altra del proprio territorio, visto che il califfato non riconosce i confini tra Siria ed Iraq e nelle scuole dei centri occupati da 18 mesi vengono distribuiti libri di storia in cui non vengono menzionati i due Stati. Ma quella situazione dimostra in ogni caso come, ad un’avanzata dell’esercito iracheno corrisponde un incremento di jihadisti in Siria e questo adesso preoccupa e non poco in vista della liberazione di Mosul, dove si attestano al momento almeno settemila miliziani pronti a fuggire verso la zona di Deir Ezzour, il capoluogo di una delle province siriane in cui nel mese scorso si è verificato il bombardamento delle forze a guida USA contro una delle postazioni dell’esercito di Assad.

Nel caso di Falluja, l’aviazione irachena è riuscita ad evitare una massiccia penetrazione di jihadisti in Siria, ma per Mosul la situazione potrebbe essere diversa: in primo luogo, gli uomini dell’ISIS presenti in questa città sono molti di più rispetto ad altre zone occupate in precedenza dallo stato islamico ed è più difficile controllare eventuali fughe in zone desertiche; in secondo luogo, l’operazione per prendere Mosul sta avvenendo in un momento delicato della guerra in Siria, in cui il governo di Damasco è impegnato nella cruciale battaglia per la riconquista di Aleppo sotto una grande pressione internazionale e potrebbe essere messo in difficoltà da un arrivo in massa di veicoli con le insegne nere del califfato presso il proprio territorio. A temere maggiormente, sono quei soldati presenti a Deir Ezzour i quali, dopo aver faticosamente ripreso parte del territorio perso dopo il raid della coalizione a guida USA, rischiano di ritrovarsi migliaia di jihadisti alle proprie porte; ma in generale, l’urto di una presenza più minacciosa dell’ISIS in Siria, potrebbe far riprendere le ostilità anche nelle zone orientali del paese, lì dove dopo la presa di Palmyra da parte di Damasco il conflitto si è in buona sostanza congelato con le posizioni dei contendenti rimaste intatte negli ultimi mesi, per via del fatto che l’esercito siriano si è concentrato maggiormente presso la parte occidentale della Siria (ed in particolare su Aleppo), mentre l’ISIS è impegnato su più fronti e non ha i mezzi al momento per ritornare ad avere l’iniziativa nei territori siriani.

La battaglia di Mosul quindi, è importante per tanti motivi e non è un caso che molti attori internazionali, in primis proprio la Turchia, hanno manifestato la volontà di prendere parte alle azioni volte alla riconquista della terza città irachena. In ballo, oltre alle sorti del capoluogo di Ninive, vi è anche l’obiettivo degli USA di mostrare il successo della propria strategia contro i miliziani tanto all’estero quanto a livello interno, in vista delle elezioni presidenziali di novembre; a Mosul infatti, potrebbe vedersi nuovamente quanto già visto a Mambij, la città della Rojava liberata dai curdi ad agosto: in quel caso, l’ISIS non ha offerto una resistenza molto forte, tutt’altro molte immagini hanno mostrato una ritirata ordinata dei miliziani ed i media hanno celebrato la vittoria dei curdi ma soprattutto l’efficacia dei bombardamenti della coalizione a guida USA. Il rischio è proprio questo: è ipotizzabile che i miliziani dell’ISIS si ritirino da Mosul senza offrire resistenza, preferendo rinfoltire le proprie fila in Siria? In questo modo, Washington celebrerebbe una ‘propria’ vittoria e potrebbe chiudere un occhio sulla fuga dei jihadisti visto che questa circostanza metterebbe maggiore pressione ad Assad ed alla Russia.

Che l’Iraq si riappropri di Mosul, città culturalmente importante per la nazione essendo ponte tra curdi ed arabi e custodendo al proprio interno i resti delle antiche e gloriose civiltà della Mesopotamia, è un bene; ma le insidie sono dietro l’angolo: il rischio che l’azione irachena sia strumentalizzata dai media e dalle forze occidentali è molto alto, così come è alto il rischio che le immagini dell’esercito iracheno dentro la città fungano da passerella per le elezioni presidenziali USA, inoltre per l’appunto l’ISIS potrebbe trovare una via di fuga da Mosul che condurrebbe dritto in Siria, con tutte le gravi conseguenze del caso per la lotta al terrorismo intrapresa da Damasco.

 

Di Mauro Indelicato

 

17 ottobre 2016

Fonte: gliocchidellaguerra.it

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