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In Yemen, la distruzione di una nave militare emiratina da parte di un missile lanciato dagli Houthi, avvenuta al largo del porto di Mokha nel Mar Rosso, ha riproposto le mire degli Emirati Arabi sul Paese. Il giornale libanese al-Akhbar ha pubblicato un recente report sulla politica espansionistica di Abu Dhabi e la sua intensa attività su tutta l’area che va dal Corno d’Africa allo Yemen meridionale, una zona strategica oggetto di una penetrazione sia economica che militare.

Attualmente, gli Emirati Arabi hanno allacciato relazioni privilegiate con il dispotico regime di Afewerki in Eritrea, finanziando la costruzione di un porto militare nella baia di Assab, dinanzi a quelle coste yemenite del Mar Rosso saldamente in mano ad Ansarullah. Laggiù hanno installato un centro logistico e di addestramento dove vengono inquadrati buona parte dei contingenti che sono poi inviati a combattere in Yemen contro la Resistenza.

La partnership militare con l’Eritrea è stata stretta nell’ultimo anno, come alternativa alla rottura delle relazioni diplomatiche con Gibuti, avvenuta nel maggio del 2015 per l’arrogante disinvoltura degli emiratini e ricomposta nel gennaio del 2016. A Gibuti, gli interessi di Abu Dhabi sono pesanti e non si limitano alla sfera militare; tra le altre cose, gestisce il più grande porto container del Continente africano attraverso la Dubai Ports World.

Ma è in tutto il Corno d’Africa, Somalia compresa, che gli Emirati si stanno allargando a macchia d’olio: in un’area depressa, con Istituzioni spesso peggio che evanescenti, affittano (leggi: fanno proprie dietro mazzette) aree strategiche per realizzare porti ed aree militari. A Gibuti hanno registrato una battuta d’arresto perché hanno voluto esagerare con un Governo blandito per gli interessi militari da Usa e Francia, ed anche per quelli economici dalla Cina ma, rettificate le proprie aspirazioni (e spostatele in parte in Eritrea), gli affari continuano a gonfie vele.

Tuttavia, l’obiettivo centrale di Abu Dhabi è in Yemen: approfittare della guerra scatenata da Riyad per schiacciare il Movimento della Resistenza che vi si è sviluppato, per spezzare in due il Paese lungo l’antica faglia fra Nord e Sud Yemen, unificatisi solo nel 1990, ed inglobare il territorio meridionale nella propria area di influenza. Un progetto maturato con il fallimento dell’aggressione saudita.

Nel marzo del 2015, l’Arabia Saudita contava di schiacciare rapidamente la ribellione Houthi, restaurando la propria egemonia su tutto il Paese, ma con il passare dei mesi si è trovata impantanata in una guerra sempre più dura e costosa, adesso portata dai combattenti di Ansarullah sempre più addentro alle sue stesse province.

Ora l’obiettivo di Riyad è mutato: in chiara difficoltà e avendo compreso di non poter vincere, ha (per il momento) accantonato il progetto di controllare l’intero Yemen, per concentrarsi sulla ricerca d’una via d’uscita che le riduca i danni e contenga il contagio della Resistenza all’interno dei suoi territori meridionali.

Le regioni meridionali dello Yemen, attualmente spartite fra le bande qaediste di Aqpa, i contingenti mercenari messi in campo dalla coalizione saudita e i partigiani dell’ex presidente Hadi, sono divenute così oggetto della penetrazione emiratina, modificando radicalmente le modalità di coinvolgimento di Abu Dhabi nel conflitto, con la tacita acquiescenza dell’Arabia Saudita, alle prese con ben altri problemi.

È a questa operazione che si riferiva il ministro degli esteri emiratino, Anwar Gargash, quando nel giugno scorso ha definito conclusa la guerra in Yemen per gli Emirati, che da quel momento si sarebbero concentrati sulle popolazioni delle aree “liberate”, cioè quelle meridionali.

Malgrado le antiche pulsioni separatiste di quelle aree, quanto questo ennesimo progetto di spartizione possa andare in porto è tutto da dimostrare, come pure è anche da vedere come Abu Dhabi potrà controllare le bande qaediste, che nel caos della guerra si sono notevolmente sviluppare e reclamano l’esclusivo controllo di numerosi territori.

Con tutta probabilità, quando la Resistenza costringerà Riyad ad abbandonare lo Yemen, ricomincerà una nuova partita per la definitiva ed intera liberazione del Paese da padroni esterni, mercenari prezzolati e terroristi.

 

Di Salvo Ardizzone

 

14 ottobre 2016

Fonte: ilfarosulmondo.it

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