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E ora sul controverso rapporto che lega Roma e Riad in tema di export di armi sta indagando anche la procura di Brescia. Dato che la legge vieterebbe di esportare armi in Paesi in conflitto

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Ha fatto scalpore la notizia della recente visita del ministro della Difesa Roberta Pinotti in Arabia Saudita, una visita su cui Amnesty International e la Rete italiana per il Disarmo hanno acceso i riflettori (LEGGI ANCHE «Pinotti in Arabia Saudita. L’Italia ‘ripudia la guerra’ ma non i contratti militari?»). In quella occasione, infatti, le due Ong hanno ipotizzato che una delle ragioni del viaggio di Pinotti nel Regno dei Saud fosse la messa a punto di «contratti navali», verosimilmente di carattere militare. Nonostante l’Arabia Saudita sia un Paese che viola apertamente i diritti umani, e verso il quale la legislazione nazionale e internazionale vieterebbe, dunque, l’esportazione di armi.

Il chiarimento del Ministro
Il Ministro, poi, ha smentito tale ricostruzione, ricordando che «la Difesa non si occupa di contratti militari» e spiegando che il viaggio in Arabia Saudita era una visita di Stato, priva di alcun fine commerciale. Ad ogni modo, sul rapporto controverso che lega l’industria italiana delle armi all’Arabia Saudita i riflettori rimangono accesi. Perché quel rapporto, nonostante la legge n. 185 del 1990 vieti «l’esportazione ed il transito di materiali di armamento» «verso i Paesi in stato di conflitto armato», rimane più forte che mai.

L’export di armi italiane, anche in Arabia Saudita
In effetti, l’export italiano di armi è in crescita: anche quello verso Paesi in stato di conflitto, nonostante la legge di cui sopra. Nel 2014, il valore globale delle licenze di esportazione aveva fatto marcare una cifra di 2,8 miliardi di euro. Nel 2015, si è registrato un +197,4% nelle licenze di esportazione, per un totale di 7,8 miliardi per 2.275 autorizzazioni contro le 1.879 del 2014. Di questa cifra, 257 milioni sono finiti nelle casse saudite, nonostante da oltre un anno Riyad sia impegnata a bombardare lo Yemen nel silenzio della comunità internazionale.

L’indagine della procura di Brescia
E ora, c’è addirittura un’indagine in corso. Perché la procura di Brescia ha aperto un fascicolo dopo un’inchiesta realizzata, nell’ottobre 2015, da reported.ly, che ha seguito un cargo carico di bombe RWM (industria sarda) all’aeroporto di Cagliari, bombe poi caricate su un Boeing 747 diretto alla base militare di Taif, in Arabia Saudita. Circostanza che, se fosse dimostrato che quelle bombe sono state utilizzate dai sauditi in Yemen, violerebbe non soltanto la legislazione italiana, ma anche gli accordi internazionali, come il Trattato sul Commercio delle Armi.

Regolare autorizzazione
Un comunicato dell’Enac, su richiesta dei giornalisti, ha puntualizzato che il velivolo aveva regolare autorizzazione per trasportare armi, in quanto «regolare volo commerciale»«In merito alle notizie apparse oggi su alcune agenzie di stampa relativamente ad un volo operato dall’aeroporto di Cagliari con a bordo materiale bellico», l’Enac spiega che «si trattava di un volo di natura commerciale regolarmente autorizzato nel contesto delle previsioni normative internazionali tecniche che disciplinano il trasporto di tali materiali», si legge nella nota. In proposito, verrà presentata un’interrogazione parlamentare ai ministri degli Affari Esteri e della Difesa il prossimo 30 ottobre. Se pure non si può affermare con assoluta certezza che quelle bombe fossero destinate all’uso delle forze saudite, alcune evidenze – come l’urgenza della spedizione – fanno pensare che la loro destinazione finale fosse il tragico teatro di guerra yemenita.

5mila ordigni partiti da Cagliari
Sarebbero 5mila gli ordigni partiti dall’aeroporto di Cagliari, assemblati in Sardegna dalla RWM, filiale del colosso tedesco Rehinmetall che ha uno dei suoi stabilimenti a Domusnovas, a una cinquantina di chilometri da Cagliari. La sede legale della Rwm Italia si trova a Ghedi, in provincia di Brescia, dove il procuratore aggiunto Fabio Salamone ha aperto un fascicolo. Per ora non ci sono indagati, ma sul tavolo della procura c’è anche l’esposto dei ricercatori della Rete Disarmo, che dimostrerebbe la responsabilità italiana sulle forniture partite dalla Sardegna e finite a Riyad, nonché i moduli per le spedizioni da Domusnovas e di atti ufficiali del governo tedesco.

Crisi diplomatica con la Germania?
Non a caso, proprio da ciò potrebbe partire una crisi diplomatica tra Italia e Germania, visto che un’interrogazione di nove deputati della Linke (il partito della sinistra tedesca) ha chiesto al Governo di sapere – si legge nel documento depositato al Bundestag, il parlamento tedesco – «in che valore sia stata autorizzata la consegna delle componenti della Germania per la produzione di bombe presso la RWM Italia a Domusnovas nel 2015».

L’interrogazione del Movimento Cinque Stelle
La questione sull’export di armi italiane in Arabia Saudita è stata anche oggetto di una recente interrogazione parlamentare presentata dal Movimento Cinque Stelle, e indirizzata al ministro della Difesa Pinotti. Il testo prendeva le mosse da un servizio di Famiglia Cristiana, che ha pubblicato la foto di una bomba inerte sganciata dai sauditi sulla capitale dello Yemen con codici identificativi «che parlano italiano». «L’Arabia Saudita non è oggetto di alcuna forma di embargo, sanzione o restrizione internazionale (Onu o Ue) nel settore delle vendite di materiale di armamento» e tutto «viene fatto rispettando la normativa vigente», è stata la risposta della Pinotti. «Questo non vuol dire che il Governo non è preoccupato per quello che sta avvenendo nello Yemen», ha aggiunto.

Pinotti: rispetto della normativa vigente
Pinotti ha anche spiegato che, rispetto a quella bomba, «non vi è […] alcun collegamento con la Direzione nazionale armamenti (come ipotizzato dal servizio – ndr) e non si tratta di materiale proveniente dallo stock dell’Aeronautica militare. La ditta Rwm (la stessa dell’inchiesta di cui sopra – ndr) ha esportato in Arabia saudita in forza di una licenza rilasciata in base alla normativa vigente». In quella occasione, il Ministro ha poi ribadito che la sua recente visita nel Regno nulla aveva a che fare con questioni di export di armi: «La visita di Stato che ho fatto in Arabia saudita è stata, appunto, una visita di Stato, nella quale si è discusso di terrorismo internazionale, perché l’Arabia saudita fa parte della coalizione anti Isis» e di altri argomenti, e, ha specificato, «non è stata una visita commerciale, né sono stati sottoscritti contratti, dei quali peraltro ci sarebbe traccia e che, in ogni caso, sarebbero sottoposti alla legge 185». Una precisazione dovuta, che doverosamente riportiamo. Quanto al merito dell’inchiesta di reported.ly, sarà compito della procura di Brescia fare chiarezza.

 

Di Giulia Pozzi

 

13 ottobre 2016

Fonte: diariodelweb.it

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