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«Partono in volo da Cagliari le bombe sganciate in Yemen». Con questo titolo il primo novembre scorso, Avvenire pubblicava il primo di una serie di approfondimenti sull’esportazione di munizioni fabbricate in Italia e destinate alla coalizione saudita, che sta bersagliando l’estremità meridionale della penisola araba. Ora la procura di Brescia ha avviato un’indagine.

L’ipotesi di reato è quella di violazione della legge che vieta l’esportazione di armi verso Paesi in guerra.
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Il divieto sarebbe stato aggirato (in ipotesi) perché la produzione, formalmente, è tedesca (la multinazionale Rvm) e non italiana, anche se lo stabilimento si trova in Sardegna.

Il procuratore aggiunto Fabio Salamone, oltre alle notizie di stampa, ha acquisito documenti e informazioni riguardo almeno 5mila ordigni assemblati in Sardegna nello stabilimento della multinazionale tedesca Rvm, la cui filiale italiana ha sede a Ghedi, in provincia di Brescia, e destinati ai caccia della missione araba avviata oltre un anno fa contro i ribelli sciiti Houthi. Al momento non ci sono indagati, ma nei prossimi giorni potrebbero venire convocate alcune persone informate sui fatti.

Da quanto trapela, il pm Salamone avrebbe acquisito atti ufficiali del governo tedesco sui contratti di Rwm, mentre sarebbero state documentate almeno sei spedizioni da Domusnovas (in provincia di Carbonia-Iglesias) dove ha sede lo stabilimento di Rwm Italia. Alcune consegne sono state recapitate attraverso voli cargo operati da una compagnia dell’Azerbaijan.

«La Rete italiana per il Disarmo esprime soddisfazione, permetterà di fare luce su un caso problematico di commercio internazionale di armi, emblematico anche di molti altri accordi simili», si legge in una nota dell’organismo che si mette «a piena disposizione dei magistrati, come già fatto in questi ultimi mesi, per fornire dati e informazioni utili all’inchiesta».

A differenza di quanto avviene con le forniture ad altri Paesi della Nato, le operazioni militari nello Yemen procedono senza alcun mandato internazionale, tanto che il segretario generale dell’Onu il 22 settembre è tornato «a condannare i molteplici attacchi aerei della coalizione guidata dall’Arabia Saudita». Parole pronunciate da Ban Ki-moon dopo che il giorno prima nella città portuale di Hudaydah un raid aveva sterminato intere famiglie.

L’apertura dell’indagine «è un passo fondamentale», commenta Giorgio Beretta, dell’Osservatorio sulle armi Opal di Brescia. «Abbiamo fornito alla procura – aggiunge – una dettagliata documentazione anche con foto di diversi ordigni italiani sganciati dai caccia sauditi e caduti su aree popolate da civili in Yemen. È assolutamente necessario che si indaghi sulle responsabilità, anche da parte degli organi dell’esecutivo, delle continue forniture di bombe aeree ai sauditi in un contesto di gravi violazioni del diritto umanitario».

Per i sauditi, i risultati emersi nell’inchiesta sono «di gran lunga esagerati». Una smentita solo a metà. Perché alcuni obiettivi, provano a spiegare i vertici di Riyad, «in passato potevano essere scuole o edifici pubblici ma sono diventati nel tempo dei centri operativi o basi logistiche delle milizie ribelli». Dietro le quinte, il duello tra Riyad che sostiene militarmente il governo lealista e Teheran che appoggia politicamente i ribelli Houhti.

L’export di armi da guerra italiane è triplicato, con un giro d’affari passato dai 2,9 miliardi di euro del 2014 agli 8,2 miliardi nel 2015. Nei giorni scorsi il ministro della Difesa, Roberta Pinotti, si è recata a Riyad per incontrare i vertici sauditi. Nella delegazione italiana era presente anche il generale di Squadra Aerea Carlo Magrassi, segretario generale della Difesa e direttore nazionale degli armamenti. La stampa saudita ha accennato alla trattativa per la cessione di tecnologie militari navali.

«Durante il colloquio – si legge in una nota della Difesa – è emersa l’esigenza comune di assicurare la stabilità alle regioni del Medio Oriente e del Nord Africa allo scopo di garantire alle popolazioni di queste regioni pace e sicurezza e favorire lo sviluppo economico e sociale».

Ma a chi parla di incontro finalizzato alla vendita di sistemi d’arma, il ministero risponde minacciando querela. «Non ci pare un comportamento responsabile né corretto a livello istituzionale quello della ministra Pinotti che minaccia querele a chi chiede legittimamente un chiarimento sui suoi incontri in Arabia Saudita e sul coinvolgimento dell’Italia nella vendita di armi a Riyad», ha detto il deputato di Possibile, Pippo Civati, che al ministro dice: «Venga in Parlamento a chiarire».

 

Di Nello Scavo

 

8 ottobre 2016

Fonte: avvenire.it