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Fuocoammare è L’Isola di Arturo di Elsa Morante e Tierno Bokar di Peter Brook. Fuocoammare è un film che insegna senza essere didascalico. E’ un film in cui le emozioni arrivano senza l’enfasi dell’artificio retorico, affidato alla parola o all’immagine.

Fuocoammare è il dolore di un respiro affannoso, di un grido di aiuto, di una morte qualunque. E’ una preghiera, una tragica litania, che ad accoglierla non trova alcun dio ma solo il mare, governato dal caso e dal destino.

Fuocommare è il Golgota di un Cristo negro, venduto dal Giuda bianco e fustigato a sangue dai centurioni al servizio degli imperi dell’Euro e del Dollaro.

Fuocoammare è la semplicità della vita sull’Isola di Lampedusa, scandita dall’arrivo dei disperati della terra. Fuocoammare è la Guerra, come dice la nonna di Samuele.

Fuocoammare è “I Persiani” di Eschilo ed il mare fiorito di tombe. Fuocoammare è lo sguardo pigro di un bambino già adulto, che gioca col mare, la natura, la fionda… e con armi immaginarie.

In Fuocoammare non ci sono computer, né cellulari, né azione. Non c’è il cinema americano. Non c’è affettazione. Non c’è il discorso sull’estetica e sulla semiotica del cinema.

Fuocoammare è la vita semplice, arcaica, tranquilla, che cozza, come una barca senza nocchiero, contro la crudeltà del mondo organizzato in classi.

Fuocoammare è il teatro della crudeltà di Artaud. Fuocoammare è un piccolo gioiello, un nucleo incandescente di brividi, che squarciano l’anima e inteneriscono le mani.

Fuocoammare parla di noi e delle nostre responsabilità. Fuocoammare è il cinema al servizio della vita, della Storia e delle storie. Non il contrario.

Per questo motivo, pur non amando premi e manifestazioni affini, come gli Oscar, siamo contenti che Fuocoammare, diretto da Gianfranco Rosi, sia stato selezionato per partecipare alla kermesse lasangelina. Ci sembra una decisione in controtendenza rispetto alle logiche di un mercato per il quale, a sancire la qualità di un film – come di altre espressioni artistiche – sono gli incassi, i soldi spesi – in questo caso pochissimi – i nomi osannati dalla critica di regime e, ovviamente, le case di produzione e distribuzione, che dettano le regole del gioco.

Un gioco al quale appartiene di diritto quel Paolo Sorrentino – premio Oscar per La Grande Bellezza – per il quale questa scelta sarebbe solo: «Un inutile, masochistico depotenziamento del cinema italiano». Sinceramente, della vacuità di autori radical chic, pomposi e arroganti, possiamo fare anche a meno. La Grande Bellezza, per citare solo quello più famoso, è un film manieristico, velleitario, estetizzante, pretenzioso e, per di più, assolutorio nei confronti di quella classe borghese, cui liscia il pelo, che vorrebbe, invece, farci credere di colpire con ironia. Un’ironia, ahimé, mai pungente e mai capace di elevarsi alle urticanti altezze del grottesco, e che risulta, al contrario, molto diluita dagli stilemi della commedia all’italiana, travestiti da fittizia autorialità.

A Sorrentino, quindi, consiglieremmo di andarsi a rileggere quanto scriveva Antonio Neiwiller nel suo Manifesto per un teatro clandestino: «È tempo di mettersi in ascolto. È tempo di fare silenzio dentro di sé. È tempo di essere mobili e leggeri, di alleggerirsi per mettersi in cammino. È tempo di convivere con le macerie e l’orrore, per trovare un senso […] Ma la merce è merce e la sua legge sarà sempre pronta a cancellare il lavoro di chi ha trovato radici e guarda lontano. Il passato e il futuro non esistono nell’eterno presente del consumo. Questo è uno degli orrori, con il quale da tempo conviviamo e al quale non abbiamo ancora dato una risposta adeguata […] Un’arte clandestina per mantenersi aperti, essere in viaggio ma lasciare tracce, edificare luoghi, unirsi a viaggiatori inquieti […] È tempo che l’arte trovi altre forme per comunicare in un universo in cui tutto è comunicazione. È tempo che esca dal tempo astratto del mercato, per ricostruire il tempo umano dell’espressione necessaria…».

Da questo grande uomo di teatro, napoletano come lui, il premio Oscar potrebbe trarre qualche insegnamento!

 

Di Vincenzo Morvillo

 

8 ottobre 2016

Fonte: contropiano.org

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Nota delle Admin:

FUOCOAMMARE è stato premiato con l’Orso d’oro al Miglior Film al Festival di Berlino 2016.

Qui il Trailer del film Fuocoammare

 

Qui il link per vedere il film completo: http://astha.co/?u=AE50

Qui, invece, la recensione negativa del film scritta da Luca Maria Milazzo

L’APOTEOSI DELLA MISTIFICAZIONE

28 febbraio 2016
l film di Rosi è uno dei peggiori documenti su Lampedusa degli ultimi anni. E questo a discapito della fotografia (stupenda), di attori molto bravi e di una regia – alla Rosi – affascinante nel suo genere. Il risultato è terribile, nonostante la critica lo stia incoronando, semplicemente perché il film non racconta Lampedusa. Il regista dice di essersi trattenuto un anno sull’isola, ed il massimo che riesce a produrre sono alcune immagini di salvataggi in mare e ordinaria quotidianità all’interno del centro di detenzione (niente di particolare rispetto alle centinaia che si trovano in rete), i giochi all’aperto di un ragazzino lampedusano, i racconti del medico dell’isola e una serie di scene di ordinario folklore siciliano, forzate fino a sembrare innaturali. Troppo poco, per non dire nulla, rispetto a quello che un’isola devastata dalla gestione scellerata dei fenomeni migratori avrebbe bisogno per potersi rialzare e lottare contro il destino che le forze politiche le hanno assegnato. Non un accenno all’occupazione militare che l’isola è costretta a subire da decenni, alla situazione tragica dei pescatori che stanno scomparendo anche a causa delle centinaia di barconi che la marina affonda e che rompono le loro reti. Non un cenno alla mancanza di un ospedale e di scuole agibili a discapito di centinaia di milioni di euro spesi negli anni per rafforzare gli apparati militari. Niente sui livelli altissimi di elettromagnetismo (e quindi alle morti per tumore) che i moltissimi radar militari provocano. Nessun riferimento al fatto che i mezzi della marina che salva i pochi migranti scampati al deserto, ai trafficanti, alle polizie e alle carceri di mezza africa, sono gli stessi  che destabilizzando governi facendo guerre sante per la democrazia (imminente quella in Libia) e che provocano milioni di profughi.

Un film su Lampedusa, oggi, che perde l’occasione di raccontare tutto questo, e che si accontenta di mostrare per interminabili minuti un bambino che gioca con la fionda, tradisce il sacro ruolo del documentarista, tradisce gli isolani, tradisce le persone che continuano a morire in mare e a soffrire in terra, e non ultimo lo spettatore.

“L’arte rinnova i popoli e ne rivela la vita. Vano delle scene il diletto, ove non miri a preparar l’avvenire” si legge sul frontone del teatro Massimo di Palermo. E non si può definire altro che vano ed offensivo il documentario di Rosi, che invece di rivelare al mondo Lampedusa e di contribuire alla sua riscossa si accontenta di un voyeurismo sterile e mistificatore, da dare in pasto ad una critica ignorante e poco informata.