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Nel bel mezzo della tensione crescente tra India e Pakistan il ministro dell’Interno del Governo Modi, Rajnath Singh, ha visitato da lunedì la regione del Ladakh nel Kashmir indiano.

“I nostri soldati e l’esercito stanno dando la risposta che si addice”, ha dichiarato Singh facendo riferimento all’attacco di domenica sera ad un campo della Bse (Border Security Force) nella città di Baramulla nel Jammu e Kashmir, come pure alle continue violazioni del cessate il fuoco lungo il confine con il Pakistan.

La visita di due giorni fa parte degli sforzi del Governo Centrale di portare la normalità nel Jammu e Kashmir, dopo “gli attacchi chirurgici” condotti giorni prima da New Delhi contro gruppi terroristici e separatisti in territorio pachistano.

Il Kashmir sta vivendo un periodo di proteste tra i più violenti degli ultimi anni, una situazione fortemente instabile negli ultimi giorni in una escalation di tensioni con operazioni militari lungo il confine. Una crisi, quella tra India e Pakistan, che nasce nel lontano 1947, dopo la divisione della colonia inglese dell’India, una disputa riguardante la regione del Kashmir che ha visto schermaglie e scaramucce accanto a vere guerre, come nel 1971.

Quest’anno le proteste nel Kashmir sono scoppiate in febbraio dopo le preghiere del venerdì a Srinagar, quando i manifestanti sono scesi in piazza contro l’arresto di un docente universitario e di uno studente, accusati di propaganda contro il governo indiano.

A questa scintilla è seguita un’estate caldissima. A luglio scoppiano i tumulti, per due settimane tutta la valle è trasformata in un campo di battaglia, dovunque scontri con i manifestanti. Alle pietre l’esercito indiano risponde con proiettili veri. Negli scontri, più di 45 persone restano uccise e quasi tremila sono i feriti. Le rotative per giornali e gli uffici sono stati sigillati e carte confiscate. I soldati uccidono Burhan Wani, un giovane leader militante, un “terrorista”.

Il 29 settembre l’India conduce “attacchi chirurgici” in territorio pachistano, dopo avere chiesto il rilascio di uno dei suoi soldati catturato dalle truppe pakistane nel Kashmir ed annuncia di avere inflitto perdite significative. Il governo pachistano ha smentito che i bombardamenti indiani siano avvenuti, affermando che sono morti alcuni soldati durante uno “scambio di colpi” tra i militari sui due lati del confine.

Sabato scorso, almeno sei militanti hanno attaccato un campo militare indiano, nel nord del Kashmir, uccidendo una guardia di frontiera e ferendone un’altra. Due settimane prima un attacco simile aveva ucciso 19 soldati indiani ed acuito le tensioni tra India e Pakistan. L’annuncio dell’India di aver condotto il raid transfrontaliero è stato il primo in decenni, ed ha sollevato il timore che la sua campagna per isolare diplomaticamente il Pakistan e punirlo militarmente potrebbe portare ad una escalation militare.

Sta di fatto che la questione del Kashmir, inteso come territorio geografico, divide da sempre Delhi e Islamabad. È un luogo strategico che adesso è controllato da Pakistan, India e Cina. I primi amministrano i territori del Nord ovest, gli indiani governano la parte centrale più popolosa, nota come Jammu e Kashmir, e ai cinesi sono stati ceduti dal Pakistan, alleato strategico economico di Pechino, l’Aksai Chin e Shaksgam nel nord est.

Intanto Hizb-ul-Mujahideen, il partito dei Mujahideen, gruppo separatista del Kashmir, designato come un’organizzazione terroristica da parte dell’India, dell’Unione Europea e degli Stati Uniti, attivo nello Stato sotto amministrazione indiana del Jammu e Kashmir dal 1989, va aumentando le proprie fila soprattutto dopo l’uccisione di Burhan Wani.

Di Cristina Amoroso

4 ottobre 2016

Fonte: ilfarosulmondo.it