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E’ un intenso lavorio quello in corso in Libia da parte delle potenze grandi e piccole interessate alle risorse naturali di un Paese frantumato tra due governi, centinaia di milizie e gli appetiti di una vorace pattuglia di multinazionali.

Mentre il ministro degli Esteri francese, Jean-Marc Ayrault, informa che la prossima settimana a Parigi avrà luogo un vertice internazionale sulla Libia con la partecipazione dei rappresentanti dei diversi Paesi coinvolti, Egitto compreso, da Tripoli e da Tobruk arrivano notizie quantomai contraddittorie.

Il presidente del cosiddetto Consiglio Presidenziale, Fayez al Serraj, a capo del Governo di Accordo Nazionale di Tripoli, sembra aver lanciato un amo nei confronti dei rivali di Tobruk: “Nel processo di riconciliazione nessuno è escluso, cerchiamo di riunire tutte le identità libiche e le loro correnti. Non sono in disaccordo con Haftar, quello che ci unisce è realizzare la stabilità”. Al Serraj ha poi aggiunto: “Non manca qualche disaccordo, ma vogliamo costruire un’istituzione militare unita, posta sotto una direzione e volontà politica”.

In realtà il ‘qualche disaccordo’ citato eufemisticamente da al Serraj ha portato le forze militari dei due esecutivi a scontrarsi frontalmente due settimane fa per il controllo dei pozzi e dei terminal petroliferi della cosiddetta Mezzaluna petrolifera, la zona più ricca di giacimenti di petrolio e gas del Paese, bloccando di nuovo le esportazioni e gettando il Paese sull’orlo di una nuova sanguinosa guerra civile.

Il capo del governo creato ed eterodiretto dalla maggior parte delle potenze occidentali, ha annunciato che nelle prossime settimane sarà presentato un nuovo esecutivo, definito come maggiormente inclusivo rispetto a quello attuale e che dovrà essere sottoposto anche al voto di fiducia del parlamento scissionista di Tobruk. In una intervista concessa al quotidiano arabo Asharq al-Awsat, Serraj si è spinto fino a dichiarare che “non opporrà alcun veto contro nessuna persona nella formazione del nuovo governo. La porta è aperta a tutti”.

E’ arrivato il tempo della riconciliazione definitiva, dunque? Non sembra proprio, stando alle notizie di segno opposto che giungono dalla Cirenaica. Solo tre giorni fa lo speaker della Camera dei rappresentanti (Hor) di Tobruk, Aqila Saleh, ha affermato che il governo di Fayez al Serraj è “illegittimo perché non ha avuto la fiducia del Parlamento” e ha chiesto a tutte le istituzioni dello Stato di non applicare alcuna risoluzione del governo di Tripoli. In una nota Saleh ha poi sottolineato che “il governo provvisorio di Abdallah al Thani (quello di Tobruk, ndr) è l’unico governo legittimo e proseguirà il suo mandato fino alla formazione di un governo reale che otterrà la fiducia del Parlamento e giurerà”.

Sul fronte opposto, contemporaneamente, il vice presidente del Consiglio di Stato di Tripoli, Mohamed Muazeb, affermava che quest’organismo teoricamente solo consultivo – egemonizzato dalla Fratellanza Musulmana – da ora in poi eserciterà il potere legislativo sostituendosi al Parlamento di Tobruk che continua a non voler riconoscere l’autorità del Governo di Accordo Nazionale insediato in Tripolitania.

Questo mentre il sito di informazione Libya Herald ha riferito che al momento il generale Haftar non avrebbe affatto risposto alla richiesta di nuovi colloqui avanzata da al-Serraj in vista della formazione di un eventuale nuovo governo maggiormente rappresentativo. Anche perché il suo nome, allo stato, non figurerebbe né nella lista dei nuovi ministri né alla guida delle eventuali forze armate unificate.

E, come se non bastasse, fonti diplomatiche russe citate dal quotidiano Izvestia hanno informato che il generale Haftar – sostenuto da Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi e a momenti alterni anche dalla Francia, oltre che da Mosca – avrebbe chiesto alla Russia di porre fine all’embargo sulle armi in vigore contro la Libia, di fornire armi e attrezzature militari alle forze militari sotto il suo comando nell’Est del Paese e di “avviare un’operazione militare anti-islamista come quella realizzata in Siria”.

L’indiscrezione è stata diffusa subito dopo l’incontro avvenuto l’altro ieri a Mosca tra il rappresentante speciale di Haftar, Abdel Basset Badri, e il viceministro della Difesa russo Mikhail Bogdanov. “Badri è venuto a Mosca per un giorno – ha detto la fonte – nel corso del colloquio con Bogdanov è stata discussa la questione della revoca dell’embargo sulle armi. I libici ci stanno chiedendo di fornire loro armi di piccolo calibro, ma anche attrezzature, tra cui aerei. Hanno anche chiesto a Mosca di avviare un’operazione militare anti-islamista in Libia simile a quella in corso in Siria”.

Le notizie diffuse da Mosca su una richiesta di intervento militare da parte del governo della Cirenaica potrebbero anche essere gonfiate dallo stesso governo russo, che ora ha bisogno di mandare un avvertimento agli Stati Uniti e all’Unione Europea in un momento in cui la collaborazione in Siria rischia di saltare del tutto. E la dichiarazione, in fondo, fa comodo anche a Tobruk e ad Haftar – che pure hanno minimizzato ed in parte smentito – che hanno bisogno di dimostrare il loro peso proprio in vista della possibile costituzione di un governo che riunisca i due soggetti che attualmente si sfidano per il controllo della Libia e dietro i quali si muovono quasi tutte le potenze attualmente attive in Nord Africa.

 

29 settembre 2016

Fonte: conropiano.org