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La verità, quella vera, e lo abbiamo scritto più volte, perché è così che va in questi casi, non la sapremo mai. Se non altro perché l’abbattimento del volo MH17, avvenuto nel luglio del 2014 sopra i cieli dell’Ucraina, è avvenuto in un periodo difficile, dove due fazioni in guerra, e non solo militare, si stavano fronteggiando con tutte le armi possibili e immaginabili. Comprese quelle della propaganda. A chi credere, dunque? A cosa credere? E’ difficile poterlo stabilire, perché ognuno ha strumentalizzato la vicenda per danneggiare il proprio nemico, dimenticando i 298 passeggeri morti a bordo di quell’aereo e il dolore dei loro parenti.

Eppure qualcuno oggi ha pensato di poterlo fare. Lo Joint investigation team, la commissione internazionale voluta dall’occidente, dopo due anni di indagine ha stabilito che il missile Buk che ha colpito quel volo proveniva dai territori dei ribelli filo-russi. «Ci hanno detto come è stato trasportato il sistema missilistico e come sono arrivati a questa conclusione, ossia attraverso intercettazioni telefoniche, foto, video», ha detto Robby Oehler, parente di una della vittime, interpellata dalla BBC (che ha titolato “MH17 missile ‘came from Russia’, giusto per dimostrare l’imparzialità del giornalismo occidentale).

«Noi abbiamo solamente stabilito che l’arma è arrivata dalla Russia. Una volta stabilito questo, non stiamo però facendo dichiarazioni sul ruolo della Russia come Stato o di cittadini della Russia», ha provato a precisare Fred Westerbeke, procuratore olande e capo del JIT. Ma il punto, oltre il fatto che l’inchiesta del JIT non è altro che una tesi accusatoria, propedeutica a un prossimo processo penale, che a quanto pare coinvolgerà centinaia di sospettati, è un altro: quanto è credibile un’indagine eseguita da un pool di pubblici ministeri per la gran parte provenienti da paesi NATO? Andando a vedere la nazionalità dei procuratori che hanno preso parte al JIT, la domanda viene quasi spontanea. Togliendo Australia e Malesia, Belgio e Paesi Bassi sono addirittura membri fondatori dell’Alleanza Atlantica, mentre l’Ucraina sta facendo di tutto per aderire, procedendo sul sentiero delle riforme che la allineeranno agli standard dei paesi NATO.

I buchi nell’indagine ad ogni modo, nonostante i titoli dei giornali occidentali, rimangono. Gli stessi investigatori hanno detto di aver potuto ricostruire «solo parzialmente» il percorso del mezzo lanciatore e di aver intercettato numerose conversazioni in «lingua russa», dettaglio quest’ultimo di poco conto, visto che l’Ucraina, eccetto la parte occidentale, è un paese praticamente bilingue e il russo è piuttosto diffuso.

E allora perché non prendere per buona la versione dei filorussi o le accuse del Cremlino contro Kiev? «Non avevamo questo tipo di sistema antiaereo a nostra disposizione, ne’ i sistemi ne’ gli specialisti, per questo non potevamo abbattere il Boeing», ha detto Eduard Basurin, vice capo del comando operativo dei separatisti dell’autoproclamata repubblica popolare di Donetsk, respingendo le accuse del JIT. Mentre il Cremlino, che attraverso Dmitry Peskov ha fatto sapere che «occorre aspettare il rapporto per vedere che formulazione usa e quali conclusioni sono state fatte», ricorda che l’Ucraina in questi due anni «ha nascosto i dati che offrirebbero un quadro del tutto diverso del disastro aereo». Il 17 luglio del 2014, secondo le informazioni in possesso di Mosca, Kiev aveva un sistema di difesa aereo e radar attivi nella regione. Sistemi che seguirono gli spostamenti del Boeing ma che non sono mai stati consegnati al JIT. Perché? La domanda appare alquanto legittima e mostra quanto siano fallaci le tesi alle quali sono giusti gli investigatori del Joint investigation team.

Per Andrej Coban, responsabile delle divisioni radio-ingegneristiche dell’aviazione militare russa, alle 13.20 di quel giorno il radar di Rostov Utes-T non ha registrato alcun oggetto in avvicinamento dal Donbass. E ha ricordato come Kiev e Washington non abbiano ancora diffuso, a due anni di distanza, le immagini satellitari, che darebbero un quadro completo di ciò che è accaduto. Insomma, ogni tesi può essere confutata a seconda dei punti di vista, ma la volontà di fare in modo che una, quella occidentale, prevalga sull’altra, quella russa, è piuttosto evidente. Cosa che, per riuscire a ragionare a prescindere dai contenuti spacciati dal main stream, rende l’indagine del JIT una vera e propria farsa pilotata dalla NATO.

 

Di Eugenio Cipolla

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28 settembre 2016

Fonte: lantidiplomatico.it

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