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Le lobby filoisraeliane negli Stati Uniti sono decisive dal punto di vista elettorale e i due candidati alle presidenziali lo sanno bene. E così, in vista della sfida di novembre ed in occasione di un incontro con il premier Netanyahu, tra Hillary Clinton e Donald Trump è scattata una vera e propria rincorsa al voto sionista e al sostegno da parte delle lobby filoisraeliane – composte da ebrei ma anche da fondamentalisti cristiani di varia confessione – naturalmente a colpi di dichiarazioni a favore del cosiddetto ‘stato ebraico’.

Una sorta di gara a chi promette di più e a chi la ‘spara più grossa’ vinta incontestabilmente dal miliardario populista che ha sovrastato la sua avversaria promettendo al gongolante primo ministro israeliano che, in caso di vittoria, la sua amministrazione riconoscerà Gerusalemme come “capitale indivisibile dello stato di Israele”. D’altronde, ha affermato Trump stravolgendo storia e buon senso, “Gerusalemme «è stata la capitale eterna del popolo ebraico per oltre 3000 anni” (!). Il ricco candidato repubblicano ha assicurato che se verrà eletto “fra Israele e Usa sarà avviata una straordinaria cooperazione strategica, tecnologica, militare e di intelligence…Israele – ha aggiunto – è un partner di importanza vitale per gli Stati Uniti nella lotta contro il terrorismo dell’Islam radicale”.

Una sfilza di roboanti promesse che fanno impallidire le dichiarazioni di Hillary Clinton, che pure ha ribadito l’appoggio statunitense allo ‘stato ebraico’ eliminando del tutto le sacrosante rivendicazioni del popolo palestinese aggredito, occupato, colonizzato e represso. Durante il colloquio con il falco di Tel Aviv la candidata del Partito Democratico ha ribadito che nella sua visione la difesa della sicurezza di Israele è fondamentale quanto la sicurezza degli stessi Stati Uniti. A conferma di ciò ha citato l’enorme regalo concesso a Israele all’inizio di settembre, quando Washington ha deciso di concedere ben 38 miliardi di dollari di aiuti militari in dieci anni. Un tentativo, da parte di Obama, per convincere l’estrablishment israeliano a restare sotto l’ombrello protettivo della grande potenza in declino, dopo più di sette anni di screzi, divisioni, polemiche tra Washington e Tel Aviv divise ormai da due visioni e da interessi strategici diversi quando non opposti.

Nella altalenante strategia della Casa Bianca – che l’elezione di Hillary Clinton confermerebbe e rafforzerebbe – l’aumento degli aiuti militari dovrebbe servire a condizionare la classe dirigente sionista in un momento particolarmente difficile per Israele, convincendola a mettere da parte le proprie aspirazioni autonomiste in cambio di un sostegno finanziario quanto mai vitale. Ma la rincorsa al consenso e al sostegno israeliano da parte dei due candidati alla Casa Bianca sembra segnalare che è Israele a condurre il gioco e a sfruttare le contraddizioni della politica estera di Washington, e non il contrario. Israele ha accettato di buon grado il regalo, e una dichiarazione compiacente di Netanyahu e della stampa di Tel Aviv nei confronti di Clinton o di Trump potrebbe spostare un consistente pacchetto di voti determinando così la vittoria di uno o l’altra degli sfidanti.

Ma il governo israeliano non ne vuole sapere di venire incontro alle richieste di Washington – ad esempio sulle colonie illegali in Cisgiordania – e continua a perseguire interessi non coincidenti con gli Stati Uniti in Medio Oriente, ancora ‘ferita’ dall’accordo sul programma nucleare siglato alcuni mesi fa dal “più fidato alleato di Israele nel mondo” con i nemici giurati di Teheran. Ed in effetti se l’accordo sugli aiuti militari concede a Israele parecchi anni di respiro, non dovendo dipendere ogni anno dalla decisione di rinnovo e potendo contare su un pacchetto valido fino al 2029, Washington si è ben guardata dall’aumentare lo stanziamento tanto quanto chiedeva Netanyahu. Oltretutto gli aiuti accordati a Tel Aviv sono condizionati: le ingenti quantità di armi che Israele potrà comprare grazie ai miliardi concessi da Washington dovranno essere acquistate dalle industrie statunitensi. Un modo per far rientrare dalla finestra ciò che esce dalla porta, per sostenere il proprio complesso militare-industriale in tempi di contrazione dell’economia e di competizione globale e per tentare di condizionare ulteriormente l’establishment israeliano. Basterà?

 

Di Marco Santopadre

 

27 settembre 2016

Fonte: contropiano.org