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Un convoglio umanitario è stato attaccato ad Aleppo. Decine di camion distrutti, diversi i morti e i feriti tra il personale della Mezzaluna Rossa che ne gestiva il transito. Un attacco proditorio, che sembra chiudere ogni spiraglio alle ultime possibilità di una tenuta della tregua iniziata il 12 settembre.

Gli Stati Uniti e i suoi alleati hanno addossato senza indugi la responsabilità dell’attacco all’aviazione di Damasco. Un’accusa che serve anche a far dimenticare i crimini di Deir Ezzor, dove gli aerei degli Stati Uniti hanno bombardato deliberatamente, nonostante la tregua, le postazioni siriane uccidendo oltre sessanta persone.

Sulla volontarietà dell’attacco ci sono pochi dubbi, dal momento che i testimoni parlano del sorvolo di droni Usa e aerei spia prima del raid (per vedere il video con le testimonianze dei sopravvissuti cliccare qui).

Più controversa la cronaca nera riguardante l’attacco al convoglio della Mezzaluna Rossa diretto ad Aleppo, nella zona controllata dai ribelli.

Un interessante articolo degli Occhi della Guerra fa il punto sulla vicenda, accennando alle varie versioni.

La prima versione statunitense parlava di un attacco condotto da aerei e velivoli siriani. Accusa respinta con una motivazione molto chiara da parte di Mosca: gli aerei siriani non hanno la tecnologia necessaria per un attacco notturno, come quello di ieri.

Una risposta che poteva essere facilmente smentita dai suoi interlocutori, che potrebbero portare prove di attacchi aerei condotti di notte da parte dei caccia siriani. Cosa non avvenuta, a conferma che la giustificazione è valida.

Diversa l’accusa del New York Times, che invece riferisce di fonti di intelligence secondo le quali a colpire sarebbe stato un aereo russo. E si dicono pronti a portare prove.

E dire che il capo degli Elmetti bianchi, un’agenzia umanitaria che assiste i miliziani, ha subito dichiarato che si è trattato di un attacco portato da elicotteri. Un testimone oculare, quindi, che smentisce le versioni successive dei suoi alleati (gli elicotteri per colpire si devono abbassare e sono ben visibili).

A parte gli evidenti contrasti tra le versioni dei tanti accusatori di Assad, resta che sia l’Onu che la Mezzaluna rossa hanno dichiarato di non essere in grado di stabilire le cause e la responsabilità dell’attacco.

Anche il capo della Mezzaluna rossa siriana, Mona Kurdy, intervistata su Repubblica del 21 settembre, ha dichiarato in merito all’attacco: «Come? Per colpa di chi? Non lo so».

Insomma le accuse a Damasco o a Mosca sono talmente aleatorie da apparire più che sospette.

Resta l’altra e più grande incongruenza: il convoglio, prima di giungere nella zona controllata dai ribelli, è transitato attraverso le linee delle forze di Damasco, che assediano quella zona della città.

Perché attaccare quando ormai il convoglio è in territorio nemico, con elicotteri o aerei e sotto gli occhi e soprattutto le telecamere dei propri nemici e non farlo prima, nella zona sotto il loro controllo? Sarebbero bastate allo scopo armi meno sofisticate e meno costose, e soprattutto si poteva mascherare meglio la cosa…

Sulla vicenda aleggia quindi l’ipotesi di una macabra messinscena, orchestrata da chi voleva attribuire a Damasco o alla Russia un crimine talmente efferato da giustificare l’affossamento definitivo della tregua e un’escalation della guerra. Allo scopo sembra aver usato la manovalanza locale, ovvero i jihadisti che circondavano il convoglio.

A questi era facile colpire con i cannoni i veicoli in transito o appiccare un incendio, come ipotizzano i russi, che hanno fatto notare che le intelaiature dei rimorchi dei camion sono intatte, cosa impossibile se colpite dall’alto da bombe.

Resta il mistero del pik-up che trasporta un cannone che un filmato mostrato dai russi immortala mentre supera il convoglio, forse utilizzato proprio per colpire i camion una volta a distanza (cliccare qui). E dei proiettili che spuntano tra le scatole contenenti aiuti umanitari destinati ai ribelli (foto sotto). D’altra parte da tempo in Siria usa così.

La tregua è finita. Chi voleva affondarla ha vinto. La parola resta, purtroppo, alle armi.

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Fonte: PICCOLE NOTE

 

23 settembre 2016 – lantidiplomatico.it