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(Foto: Francesco Malavolta)

L’anno scorso più di un milione di migranti e profughi hanno rischiato la vita su imbarcazioni sovraccariche, spesso inadatte ad andare per mare, per attraversare il Mediterraneo. Erano in maggioranza siriani in viaggio dalla Turchia alla Grecia per entrare nell’Unione europea.

Tuttavia la rotta turcogreca è solo una delle due principali vie di accesso al Mediterraneo. L’altra, usata soprattutto da migranti provenienti dal Maghreb e dall’Africa subsahariana, va dalle coste settentrionali dell’Africa (di solito dalla Libia) alla Sicilia. I migranti che la intraprendono sono stati di meno nel 2015 (153mila rispetto agli 850mila transitati dalla rotta turcogreca), ma è molto più pericolosa. Nel 2015, secondo l’Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim) sono morte quasi 2.900 persone sulla rotta tra la Libia e la Sicilia, l’1,85 per cento di quanti l’hanno percorsa, rispetto allo 0,1 per cento di coloro che arrivano in Grecia.

A causa della sua pericolosità, questa rotta nota come rotta del Mediterraneo centrale è oggi al centro del più ampio programma di ricerca e soccorso della storia europea: Triton. Il programma prevede almeno diciotto imbarcazioni, quattro aerei e due elicotteri che pattugliano il Mediterraneo. Il governo italiano, in precedenza unico responsabile di tutte le operazioni di ricerca e soccorso nell’area, ha in mare altre tre navi da guerra e una portaerei, più l’intera flotta della guardia costiera. A dare una mano ci sono anche diverse organizzazioni indipendenti.

Secondo i dati della guardia costiera, questa operazione ha salvato centinaia di migliaia di vite, più di centomila solo quest’anno, e questo grazie a un protocollo di salvataggio ben collaudato. E nonostante tutte queste imbarcazioni, il protocollo non si basa su pattugliamenti del mare e sull’avvistamento dei barconi in pericolo. Parte invece con una telefonata.

 

La partenza
Quando c’è bel tempo, dalla Libia partono ogni giorno tra le dieci e le quindici imbarcazioni cariche di migranti. È quanto afferma Paolo Monaco, un comandante della guardia costiera italiana che guida le operazioni di soccorso al largo dell’isola di Lampedusa, il punto più meridionale dell’Italia.

I migranti, prosegue, sono di solito ammassati in imbarcazioni di due tipi: i gommoni sui quali trovano posto circa cento persone e vecchi motopescherecci con a bordo tra le trecento e le seicento persone. I gommoni sono particolarmente pericolosi perché “hanno una struttura molto fragile e basta caricarli troppo per provocarne spesso l’affondamento”, spiega Monaco.

“Peggiori sono le condizioni atmosferiche, prima è probabile che si verifichi il danno strutturale”. Queste imbarcazioni sono, secondo Monaco, prive di dispositivi di sicurezza e di luci o razzi per segnalare la loro posizione. Prima di lasciarli in balia del mare, i trafficanti danno ai migranti solo una bussola e un telefono satellitare con un numero salvato tra le chiamate rapide.

 

La prima telefonata
È il numero italiano di emergenza per il soccorso in mare, gestito dalla guardia costiera a Roma. La costa libica è lontana 155 miglia marine (287 chilometri) da Lampedusa, e secondo quanto riferito da Monaco la maggior parte delle imbarcazioni chiede aiuto a circa trenta o cinquanta miglia marine al largo della Libia, dopo poche ore di navigazione. A volte le imbarcazioni sono talmente precarie che cominciano ad affondare subito dopo la partenza. Altre volte la folla sull’imbarcazione può farsi cogliere dal panico e temere il peggio prima ancora che accada. Questi estratti delle loro chiamate alla guardia costiera danno la misura della loro disperazione e confusione:

Decine di richieste di aiuto arrivano ogni settimana a Roma. Purtroppo spesso i migranti non riescono a riferire alla guardia costiera dove si trovano. Così entra in gioco un altro attore: Thuraya.

 

La seconda telefonata
Con sede ad Abu Dhabi, Thuraya è una delle più importanti compagnie di telefonia satellitare del mondo (sostengono di aver venduto 82mila apparecchi portatili nel 2015). Il servizio di Thuraya copre quasi tutto il mondo, ma dispone di una copertura particolarmente buona del Mediterraneo. Monaco afferma che i telefoni dati ai migranti sono tutti Thuraya, come si può dedurre dal prefisso internazionale delle chiamate in arrivo (+882 16).

Perciò quando arrivano le chiamate, la guardia costiera prende nota del numero e si mette in contatto con gli uffici di Thuraya, dove un servizio di supporto attivo 24 ore su 24 e 7 giorni su 7 fornisce le coordinate precise di quel telefono (Thuraya fornisce questo servizio di localizzazione in caso di emergenza, come in occasione del terremoto in Nepal, e a partner tra cui le guardie costiere dell’Onu e di Stati tra cui l’Italia). Per ottenere la posizione esatta, afferma Monaco, servono tra quaranta minuti e un’ora. La guardia costiera afferma che con l’aumento del numero di migranti che attraversano il Mediterraneo sono aumentate anche le richieste di localizzazione a Thuraya, ma la compagnia nega di aver registrato alcun incremento.

 

La terza telefonata
Una volta localizzato il telefono, però, c’è ancora una piccola grana formale. A trenta o cinquanta miglia marine dalla costa libica, in base al diritto internazionale marittimo, un’imbarcazione sarebbe fuori sia dall’area di responsabilità di Ricerca e soccorso (Sar) italiana che da quella maltese. “Perciò chiamiamo la Libia”, dice Monaco.

L’organismo responsabile delle missioni di ricerca e soccorso in Libia spesso non risponde. “E anche quando rispondono”, spiega Monaco, “ci dicono che in quel particolare momento non dispongono dell’organizzazione o degli strumenti per intervenire”. A quel punto tocca di nuovo all’Italia assumersi la responsabilità del soccorso, in quanto Paese che ha ricevuto la prima richiesta di aiuto. Finalmente si può intervenire.

 

La flotta
A questo punto la guardia costiera ha a disposizione le sue imbarcazioni, una grande flotta di navi per la ricerca e il soccorso tra cui quelle di Triton e persino navi mercantili che sono obbligate a prestare soccorso se ricevono istruzioni in tal senso. La guardia costiera monitora costantemente (attraverso servizi di localizzazione delle navi come quello nell’immagine seguente) le imbarcazioni nell’area e può inviarne una che si trova vicina alla barca che sta affondando per soccorrerla.

Non tutte le imbarcazioni possono essere inviate però. Alcune non possono operare in caso di maltempo e va tenuto conto delle dimensioni: se una nave è troppo grande potrebbe essere difficile farla avvicinare a un gommone che sta affondando, ma se è troppo piccola potrebbe avere difficoltà a salvare tutte le persone stipate su un motopeschereccio.

Spesso, e soprattutto in caso di condizioni climatiche difficili, la guardia costiera usa la sua flotta per la missione di soccorso, inviando di solito le imbarcazioni ancorate a Lampedusa. Da quando nel 2015 è stata ampliata la missione Triton, però, la guardia costiera può contare su un numero maggiore di imbarcazioni per la ricerca e il salvataggio impegnate nel pattugliamento. Questo ha reso le cose molto più facili, spiega Monaco. “Avere delle imbarcazioni a 80 miglia marine al largo di Lampedusa e dunque vicino alle coste libiche significa riuscire ad arrivare in un’ora invece che in quattro”.

 

Un porto sicuro
Non tutte le imbarcazioni vengono soccorse in questo modo. Alcune vengono trovate da pattugliatori o elicotteri dopo molti giorni trascorsi in mare, e a volte i naufragi avvengono troppo in fretta perché sia possibile intervenire. In alcuni casi le imbarcazioni arrivano molto più vicino alle coste italiane. Questo è tuttavia il modo in cui sempre più spesso vengono avviati i soccorsi: con una prima, telefonata verso l’Italia.

Non tutti sono soddisfatti di questo sistema. Secondo Filippo Solina, un pescatore di Lampedusa che ha contribuito a salvare centinaia di migranti da imbarcazioni che erano riuscite ad avvicinarsi alla costa italiana, l’operazione di salvataggio è troppo estesa. “È normale soccorrere imbarcazioni che arrivano a venti miglia dalle coste italiane”, dice, “ma non possiamo andare a prenderli praticamente al largo di un porto libico”. Alcuni governi la pensano così: quello britannico è tra i più restii a finanziare le missioni di ricerca e soccorso, nella convinzione che queste di fatto incentivino l’immigrazione irregolare.

“Molti si chiedono come mai l’Italia intervenga al di fuori della sua area di responsabilità”, dice Monaco. A suo avviso si tratta di una questione opinabile: se ricevono una chiamata, il loro lavoro è rispondere. “Esiste un dovere morale, perché è ovvio che non si possano lasciar morire così le persone, sapendo che sono in balia delle onde e del mare”, spiega. “Ma c’è anche un obbligo legale basato sulle normative internazionali”.

 

 

Di Annalisa Merelli

Questo articolo è uscito su Quartz il 24/8/2016

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)

 

 

9 settembre 2016

Fonte: internazionale.it

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