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(foto dal web)

Dieci anni fa, presentandosi alla parrocchia di Lucinico, che gli era appena stata affidata, don Valter Milocco raccontava che a farlo decidere per il sacerdozio era stato il bar del suo paese quando a tarda sera o alla mattina presto, al ritorno dalle loro avventure, i suoi compaesani arrivavano e scaricavano su di lui i loro problemi: «Questo è stato uno dei motivi per cui ho detto “Signore, se hai bisogno di uno che ascolti la povertà della gente, sono qui”». Don Valter ha tenuto fede a quella promessa e continua a farlo anche ora che a “scaricare” problemi e preoccupazioni sulle sue spalle non sono più solo i suoi compaesani, ma persone giunte a bussare alla sua porta da ogni dove.

Sono anni infatti che nel territorio di Gorizia i migranti trovano in don Valter un rifugio, un porto sicuro. Di più: la parrocchia di Nostra Signora di Lourdes (Madonnina), che il prete guida dal 1993 – insieme, dal 2006, a quella di Lucinico – è stata spesso per loro anche un tetto sulla testa. Ma se fino a qualche tempo fa la consistenza numerica degli ospiti non aveva destato reazioni particolari, nel momento in cui la presenza dei migranti si è fatta più nutrita, qualcuno – riportano le cronache locali –  ha storto il naso.

Per saperne di più abbiamo raggiunto telefonicamente don Valter.

Ci racconta cosa è successo?

Sono anni che mi occupo di accoglienza (don Valter ricopre anche l’incarico di direttore aggiunto della Caritas diocesana, ndr) e non ho mai avuto problemi. Fino a quest’anno, quando i migranti in arrivo o in transito a Gorizia si sono fatti più numerosi e di conseguenza, di fronte alla carenza di posti presso le strutture appositamente adibite, anche le persone ospitate alla parrocchia della Madonnina sono aumentate. In questi ultimi 12 mesi infatti c’è stata nel territorio di Gorizia un’affluenza a ondate e in alcuni momenti il Cara di Gradisca o il Nazareno (il centro di accoglienza attivato in collaborazione con l’Arcidiocesi isontina, ndr) non avevano la possibilità di far fronte a tutte le richieste. E così ho messo a disposizione i locali della parrocchia. Parliamo di persone che hanno sofferto, che portano addosso i segni di quelle sofferenze. Parliamo di persone, non di numeri!

Ma a qualcuno questa iniziativa non è andata giù…

Ho incontrato la resistenza di diversi genitori i cui figli frequentavano la parrocchia: basti pensare che, degli 11 ragazzi inseriti nel percorso di cresima, sono rimasti in cinque; mentre dei sette del percorso di comunione è rimasto solo un bambino che, a quel punto, ho dirottato su un’altra parrocchia.

È riuscito a capire le ragioni di questa resistenza?

Ho telefonato a ciascuna famiglia e la risposta è stata sempre la stessa: la paura che i figli potessero contrarre qualche malattia. Una paura anche comprensibile trattandosi di minori, ma che avrebbe potuto essere superata. In tutto questo arco di tempo infatti non abbiamo avuto alcun problema. Nulla è stato improvvisato: c’è tutta una procedura da seguire in questi casi che prevede che in primo luogo i migranti vengano sottoposti a uno screening presso la Croce Rossa. Per cui non c’era nessun rischio di contrarre alcuna malattia. Sono paure che la gente si crea e in cui gioca un ruolo non irrilevante la propaganda politica. Si tratta comunque di famiglie che, al di là di questi momenti legati ai sacramenti, non frequentano la Chiesa, anche perché, se lo facessero, se ogni giorno interrogassero la loro fede alla luce della Croce, non arriverebbero a queste decisioni…

Ora qual è la situazione?

È un momento di relativa calma, non ci sono molti arrivi e dunque ad ora gli spazi della parrocchia non sono utilizzati per l’accoglienza. La mia iniziativa rispondeva a un’emergenza e ora l’emergenza non c’è. Inoltre è tornato a funzionare il centro di accoglienza all’interno dell’area del S. Giuseppe – messa a disposizione dalla Caritas di Gorizia –, allestito nel dicembre scorso da Medici senza frontiere e passato ora in gestione, dopo un periodo di sospensione, al consorzio di cooperative sociali “Il Mosaico”.

In tutto questo percorso si è sentito sostenuto dalla Curia?

Beh, diciamo che non agisco per motivi personali ma alla luce degli appelli del Papa e di una Chiesa che si muove in questo senso, insomma ho agito in nome della Chiesa…

 

Di Ingrid Colanicchia

 

2 settembre 2016

Fonte: adista.it