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L’analisi media sulla crisi siriana impiega poca immaginazione e mette in pace con se stessi. Ma è il contrario di ciò che bisogna fare. [Piotr]

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La guerra del Vietnam fu combattuta alla vigilia della crisi spia (Nixon shock) che segnalò che il sistema globale di accumulazione a guida USA uscito dalla Seconda Guerra Mondiale era entrato in crisi sistemica.

Il conflitto era iniziato a bassa intensità agli inizi degli anni Cinquanta ma l’escalation americana è contemporanea ai netti segnali che l’impianto di Bretton Woods (per dare un nome al sistema postbellico che caratterizzò il superamento della precedente crisi sistemica, quella del lungo declino dell’Impero Britannico e, al suo interno, della Grande Depressione del ’29) non poteva funzionare più come prima. Il sistema doveva espandersi in tutta l’Eurasia e la guerra del Vietnam era un punto obbligato, ma anche un test, riguardo questa possibilità.

Lo sapevano tutti: gli Statunitensi, i Sovietici, i Cinesi e anche gli Europei.

Così Sovietici e Cinesi, nemici tra loro, si allearono per non far passare gli Americani, ognuno avendo in mente i propri interessi. I grandi Stati europei davano un blando appoggio agli USA, in quanto alleati, ma cercavano di utilizzare le difficoltà statunitensi per guadagnare in autonomia e strappare posizioni a Washington. In testa a questa operazione c’era la Francia gaullista, ma anche l’Italia democristiana faceva la sua parte.

Se si usa la prospettiva storica nessuno può negare che la politica estera italiana di quegli anni era molto più libera di quanto lo sia adesso (anche se è vero che ci vuol poco, ma non è questo il punto).

Contemporaneamente in Europa e negli USA scoppiavano le rivolte studentesche, operaie e afroamericane, spinte dalle dinamiche del grande sviluppo capitalistico del ventennio precedente e dai primi sintomi della sua crisi. Queste rivolte ebbero un duplice effetto sugli avvenimenti internazionali: da una parte contribuirono a minare il consenso (specialmente negli USA) alla guerra, ma dall’altra contribuirono in Francia a minare il consenso a De Gaulle, che era la principale e più seria spina nel fianco in Occidente dell’egemonia statunitense.

Riassumiamo:

  1. a) Gli USA intervenivano massicciamente nel Vietnam inserendo in una crisi di carattere locale, aperta in precedenza, i nuovi obiettivi dettati dall’incipiente crisi sistemica e quindi globale.
  2. b) Cina e URSS erano nemici ma collaboravano per bloccare gli USA in Asia.
  3. c) La Cina riforniva di aiuti il Vietnam che tuttavia era uno dei suoi pochi ma sicuri nemici storici.
  4. d) Gli alleati europei facevano la fronda agli USA.
  5. e) La crisi sistemica che si stava affacciando e le conseguenti rivolte studentesche e poi operaie spingevano l’Italia a cercare maggiori libertà di manovra – e a beccarsi per compenso un decennio di bombe a duplice effetto repressivo: interno (la cosiddetta “repressione padronale” in senso lato) e in politica estera (repressione/controllo/subordinazione delle mire autonomistiche di alcune élite italiane e dei loro referenti politici).
  6. f) Le rivolte studentesche e afroamericane negli USA indebolivano il consenso alla guerra contribuendo ad abbreviarla.
  7. g) La rivolta studentesca in Francia indeboliva il maggior avversario occidentale degli USA contribuendo ad allungarla.

I gruppi della sinistra extraparlamentare, di tutta questa complessa situazione che vedeva intrecciarsi dinamiche su piani differenti, coglievano esclusivamente i risvolti legati al conflitto capitale-lavoro e ad esso riconducevano anche ogni aspetto internazionale.

Ma è impossibile capire la complessità del reale se si riduce tutto a dicotomie: alto-basso, sopra-sotto, destra-sinistra, padrone-operaio, autoritarismo-antiautoritarismo, buoni-cattivi, capitale-lavoro.

Queste dicotomie divengono vere contraddizioni quando le si immergono nella realtà ampia e ricca di determinazioni da cui sono circondate. Altrimenti rimangono astratte opposizioni, buone al più per alimentare pourparler accademici e semi-accademici, o astratti studi sulla “formalizzazione della dialettica”, utili a volte per qualcos’altro ma del tutto inutili per capire la dialettica stessa, che non vive nelle costruzioni linguistiche ma nei processi reali.

Oggi, di fronte alla crisi siriana (e prima ancora quella libica) le stesse sterili dicotomie sono state spese – su incoraggiamento di servizi professionali di disinformazione, di intelligence e dipartimenti di Stato – per non far capire nulla di quanto stava accadendo e plasmare un consenso diretto o indiretto ai guerrafondai, ai loro ascari e ai loro lacchè.

Ma la complessità della situazione siriana è ormai a un punto tale che anche affidare solo blandamente un tentativo di analisi a quelle dicotomie, oltre che risibile è idiota o utilmente idiota. Un’idiota comodità che rifiuta di confrontarsi con una realtà che dice tutto e il contrario di tutto. Vediamo alcuni fatti:

1) I curdi del Partito di Unità Democratica (e della sua milizia YPG, “Unità di Protezione Popolare”) si autodefiniscono laici, femministi e socialisti, con gran scodinzolio degli scampoli della sinistra radicale europea.

2) Dopo aver combattuto esclusivamente l’ISIS, i dirigenti curdo-siriani autoproclamano l’indipendenza di un cantone curdo in Siria e l’YPG con la sua succursale Forza Democratica della Siria (FDS), organizzata dagli USA, attacca l’Esercito Arabo Siriano – già provatissimo per la lotta di sei anni ad al-Nusra/al-Qa’ida, ISIS, tagliagole estremisti e tagliagole “moderati” di varia denominazione, sostenuti da 30 potenze straniere (tra cui l’Italia) – per conquistare città arabe, cioè non curde. In più offrono agli USA di costruire sul “loro” territorio una base aerea. Cosa, se non altro, che comprova che essere “laici, femministi e socialisti” non fa desistere da guerre di conquista e dall’appoggio all’imperialismo stragista all’attacco in tutto il mondo. La categoria di “imperialismo” che, come diceva il compianto Giovanni Arrighi, una volta era una gloria dell’analisi marxista e oggi è stata abbandonata, deve ritornare ad avere l’importanza che ha il sale nell’alimentazione, altrimenti non ci si capisce più niente, specialmente nel caos sistemico.

3) Gli USA, che cercano con sempre più difficoltà di tirare le intricate fila dell’assalto genocida alla Siria, inviano in sostegno all’YPG-SDF squadre speciali, gli danno copertura aerea e creano con minacce a Siria e Russia una no-fly zone di fatto, a protezione dei suoi attacchi.

4) Dopo aver rischiato per conto terzi una guerra con la Russia, Ankara si riavvicina a Mosca, si becca (di conseguenza?) un colpo di stato militare fatto a metà, che viene parato con (troppa?) facilità (e col sostegno di tutti, destra sinistra, estrema sinistra e centro e, ormai è ammesso, la collaborazione dell’intelligence di Russia e Iran). Inizia così una repressione che è ampia, ma non generica come invece dice la sciocca stampa occidentale, bensì principalmente mirata contro il vasto sistema di potere di Fetullah Gülen, una personalità turca legatissima agli USA. A farne le spese sono le scuole e le università di Gülen, la Magistratura e l’Esercito. Queste ultime istituzioni sono il baluardo della laicità della Turchia. Il presidente turco Erdoğan (in odore di Fratellanza Musulmana) appaga così la sua ideologia, ma nel frattempo si sbarazza anche di settori troppo legati agli USA (e questo è un punto particolarmente intricato delle già sconcertanti contraddizioni del nostro tempo; un punto che non riusciremo a digerire facilmente, seppure ci riuscirà di farlo e seppure la laicità – ma non il laicismo – sia una buona stella polare per evitare di cadere dalla padella alla brace).

Nel frattempo Ankara aveva inasprito la repressione contro i Curdi in Turchia (sotto lo sguardo un po’ distratto dei media occidentali), verosimilmente sostenuti in segreto sia dagli USA che dalla Russia per fare abbassare la cresta a Erdoğan. Ognuna delle due potenze per i propri distinti motivi, ovviamente.

5) La Turchia si è trovata stretta tra due fuochi: odiata dalla Russia perché gli aveva abbattuto a tradimento un bombardiere e ammazzato i piloti, e odiata dagli USA perché era andata a chiedere scusa ai Russi.

Cosa ha chiesto Putin a Erdoğan come contropartita per le scuse concesse? Perché è impossibile pensare seriamente che non gli abbia chiesto niente in relazione ai due più gravi focolai di crisi oggi esistenti, la Siria in primo luogo e poi l’Ucraina, dirimpettaia della Turchia. Non credo ai miei occhi o alle mie orecchie quando qualcuno sostiene che si è parlato solo di questioni economiche. Cioè non mi capacito che qualcuno possa sostenere una tesi così scialbamente economicista con tutto quello che sta succedendo.

Va da sé che lo sanno solo pochi ristretti circoli. Fatto sta che succede quanto segue:

5.1) La Turchia invade le zone di confine con la Siria. Ufficialmente per combattere l’ISIS e gli “altri terroristi”. In realtà la Turchia aveva già chiesto all’ISIS di sloggiare un po’ più a Sud. Quindi niente interruzione delle linee di rifornimento ISIS-Turchia, con buona pace delle superficialità scritte in questi giorni dalla stampa più prestigiosa e riprese un po’ da tutti.

5.2) Le botte le prendono gli “altri terroristi”, cioè l’YPG e l’FDS, cioè le forze sostenute dagli USA (e tra le quali operano i reparti speciali statunitensi!). Botte – e qui non ci arriverebbe nemmeno uno scrittore di fantapolitica svalvolato – botte autorizzate dal vicepresidente statunitense Joe Biden per prevenire ulteriori riavvicinamenti turco-russi. Così, a titolo di esempio, i Curdi (sotto la fattispecie FDS) nella “Operazione comandante-martire Faysal Abu Layala” perdono almeno 400 uomini per strappare all’ISIS la città siro-araba (quindi non curda) di Manbij, per poi sentirsi ordinare dai padrini statunitensi di sloggiare a favore dei loro nemici turchi. Morale, in Siria ormai i Curdi sono (auto)isolati. Brillante esito delle decisioni ambiziose e fedifraghe dei loro dirigenti.

5.3) La Russia fa finta di protestare per l’invasione turca, tirando in ballo il motivo surreale che essa invasione non è stata concordata (sic!) con Damasco. Ma lo fa anche la Siria. Perché?

(a) Intanto perché l’invasione turca ridimensiona le ambizioni autonomistiche curde.

(b) Poi perché mette Washington sotto impasse screditandola agli occhi dei Curdi come alleata affidabile (e adesso la famosa offensiva dell’FDS su Raqqa diventa un sogno quasi certamente irrealizzabile; già i Curdi ce ne avevano poca voglia prima, figurarsi adesso).

(c) Infine perché la Turchia nella sua operazione “Scudo dell’Eufrate”, come carne da cannone sta utilizzando i “ribelli moderati”, tipo il cosiddetto Esercito Siriano Libero, che hanno quindi lasciato soli e nelle pesti ad Aleppo Est gli alleati di al-Qa’ida et similia. Così che questi dopo aver perso più di 1.000 uomini per rompere l’assedio della loro roccaforte nei pochi quartieri della città che avevano conquistato (con gran felicità dei media occidentali e degli “umanitaristi”), se lo sono poi visto richiudere prontamente dall’Esercito Arabo Siriano.

6) Si è speculato molto su cosa Erdoğan avesse concesso a Putin per ottenere il suo perdono. Scrissi che non avremmo saputo niente ma che qualche cosa si sarebbe vista coi fatti. Ma attenzione, i fatti non sono per nulla “lineari”, come si usa dire, nel senso che sono raramente di univoca interpretazione. Ognuno di essi ha almeno tante possibili interpretazioni quanti sono gli interessi che su di esso convergono. Anzi, a rigor di logica ce ne ha almeno due volte tante, di interpretazioni: una pro e una contro.

La Turchia non mollerà la NATO. Erdoğan non dirà che Obama “è un figlio di cane – o di cagna”, come invece si usa fare nei palazzi del potere delle Filippine. Eppure qualche dispiacere a Washington (o a qualcuno a Washington) lo sta dando e qualche favore a Mosca e a Damasco lo sta rendendo.

Gli USA possono cercare furbescamente di far cambiare affiliazione ai tagliagole che operano in Siria per evitare che essi rientrino nei gruppi ufficialmente riconosciuti come terroristi e svicolare dalle richieste russe perché li riconoscano come obiettivi ufficiali della lotta al terrorismo. Ma queste furbate diventano bambinate di fronte alle conseguenze (intenzionali o inintenzionali, ma conseguenze) dell’Operazione Scudo dell’Eufrate.

7) E’ sulla scorta di ciò che Putin in Cina ha dichiarato l’altro giorno che presto ci sarà un accordo, almeno temporaneo, con gli USA sulla Siria? Come mai queste parole che sembrano gettare il cuore oltre l’ostacolo da parte del prudentissimo Vladimir? Strategia diplomatica? O c’è dell’altro?

Siamo in mezzo a una crisi sistemica e quindi al caos sistemico. Le faglie si muovono, non solo quelle geologiche, ahimè, ma anche quelle geopolitiche.

In questo caos pensare con compulsiva ripetitività all’alto e al basso, al capitale e al lavoro, eccetera, diventa un puro esercizio consolatorio, un esercizio di nostalgia. Bisogna intanto chiedersi dove sta l’alto e dove il basso nel caos sistemico, quali sono le dinamiche del capitale e quelle del lavoro nel caos sistemico, come esse sono influenzate dal caos e come lo influenzano.

Invece si usano queste dicotomie come formule magiche per trovare oasi di chiarezza in mezzo al deserto interpretativo; oasi che in realtà sono miraggi. In fondo un lavoro comodo, che richiede poca immaginazione e che mette in pace con se stessi. Ma il contrario di ciò che bisogna fare.

Un solo esempio per chiudere: la Brexit. E’ vero che il “Sì” ha vinto (per poco) grazie a un voto popolare. Ma che sia “popolare” è vero per la definizione di “voto” nelle democrazie occidentali. Il referendum è stata una scelta delle élite sostenuta persino dalla Corona. Ecco un esempio di implementazione post-moderna della dicotomia alto-basso: un voto popolare sulla scelta di una élite, scambiato per scelta popolare.

 

Di Piotr

 

6 settembre 2016

Fonte: megachip.globalist.it

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