#Myanmar #carcere #DirittiUmani

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La fragilissima e giovane democrazia del Myanmar, guidata dal 30 marzo 2016 dal primo civile eletto a ricoprire la carica di Capo di Stato, Htin Kyaw, e garantita dal Consigliere di Stato, Ministro degli Affari Esteri e Ministro dell’Ufficio del Presidente Aung San Suu Kyi, Nobel per la Pace nell’ormai lontano 1991, sta cercando di trovare il miglior bilanciamento possibile tra il potere centrale, quello militare e quello delle centinaia di gruppi ribelli per avviare una stagione di progressiva democratizzazione del Paese.

Pochi giorni fa proprio Suu Kyi, nel corso di una conferenza stampa, si è impegnata a riformare lo Stato birmano in senso federale, concedendo così ampi margini di potere agli enti locali e mostrando ampia capacità di dialogo anche nei colloqui di pace con i diversi gruppi ribelli etnici e politici del Paese: dal 31 agosto sono in corso a Naypyidaw, capitale della repubblica, dei colloqui di pace con 700 rappresentanti di diversi gruppi ribelli, tra cui l’Organizzazione kachin per l’Indipendenza (Kio). A tenere banco c’è sempre lei, Aung San Suu Kyi, quell'”eroina nazionale” che punta a scrivere la parola “fine” a 70 anni di conflitti etnici e politici.
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Ma non è tutto rose, fiori e belle intenzioni nella Repubblica del Myanmar e le principali contraddizioni sono nelle carceri e nei campi di rieducazione: come diceva Cesare Beccaria “lo stato delle carceri risulta specchio dello Stato e delle Nazioni” e il trattamento dei prigionieri nei campi di lavoro in Birmania è un esempio molto interessante per comprendere la realtà del Paese, oltre che essere la chiara dimostrazione che la strada da fare per uscire da decenni di governo militare è ancora molto lunga.
Un’inchiesta pubblicata su Myanmar Now il 1 settembre 2016 e ripresa dalla Reuters dimostra infatti come gli abusi e la violenza a carico dei detenuti nei campi di lavoro nello stato di Shan, nel nord del Paese, siano una pratica istituzionalizzata e quotidiana.
L’inchiesta rivela come la brutalità – percosse, insulti, lavori forzati, trattamenti inumani e degradanti e vere e proprie torture – sia alla base del trattamento garantito ai detenuti nel sistema penale del Myanmar, una “schiavitù sponsorizzata dallo Stato” secondo diversi attivisti per i diritti umani: condizioni di lavoro estreme e una corruzione dilagante tra sorveglianti (altri detenuti che si comportano da veri e propri caporali) e guardie carcerarie, che costringono i detenuti a pagare tangenti per evitare percosse ed essere assegnati a lavori troppo pesanti.
Nei 48 campi di lavoro presenti in Myanmar, popolati da 20.000 prigionieri condannati ai lavori forzati, le condizioni di vita e di lavoro sono terribili: le punizioni corporali violano persino le leggi esistenti nello stesso Paese e molti detenuti sono costretti a lavorare nelle piantagioni di canna da zucchero appartenenti a privati.
Lo Stato infatti appalta spesso questi lavoratori-schiavi-reclusi alle aziende private, in aperta violazione delle convenzioni internazionali circa il lavoro forzato, e in 18 di questi campi di lavoro migliaia di detenuti buttano letteralmente il sangue nelle cave di granito e roccia calcarea, impiegati nell’estrazione e nella produzione di ghiaia. Le autorità carcerarie, grazie alla vendita della ghiaia ad agenzie governative o a società private, fatturano ogni anno diversi milioni di dollari.
Le diverse testimonianze raccolte da Myanmar Now raccontano una realtà detentiva che richiama la mente ai campi di lavoro della Corea del Nord: detenuti costretti a lavorare con pesanti catene ai polsi e persino con ceppi di legno alle caviglie, percossi se stremati o se ritenuti poco produttivi nel lavoro, taglieggiati dai caporali o dai sorveglianti per non essere continuamente picchiati.
Diversi ex-prigionieri, ma anche numerosi ex-guardiani, hanno descritto scenari terribili all’interno di un sistema carcerario che incoraggia gli abusi, le violenze e la corruzione perché totalmente al di fuori della legalità, con le autorità carcerarie alle quali sono stati concessi pieni poteri sull’assegnazione dei compiti e sulle punizioni da infliggere.
L’ex carceriere-capo Khin Maung Myint ha raccontato che occorre corrompere i guardiani anche solo per poter scegliere con quali catene essere legati, se leggere o pesanti, ma che pagando di più si può persino ottenere la liberazione dalle stesse catene.
Il regime penitenziario diffonde così la sua autorità attraverso la paura, la perdita di ogni speranza da parte dei detenuti: secondo una direttiva interna i campi di lavoro devono generare profitti sufficienti per coprire i costi di gestione (in sostanza i detenuti si pagano la galera da soli lavorando come schiavi) e questo produce altre atrocità e richieste folli ai detenuti-lavoratori per quanto riguarda il rendimento.
Le autorità carcerarie negano ogni addebito e ogni trattamento illegittimo mentre in Ministero dell’Interno birmano – dicastero ancora sotto il controllo dei militari – ha fatto sapere che approfondirà le denunce di Myanmar Now, senza tuttavia commentare ulteriormente quanto descritto nell’inchiesta.
Molti membri del partito di governo sono ex-detenuti che conoscono bene la situazione nei campi di lavoro, avendo speso lunghi anni detenuti sotto il regime della giunta militare. La stessa Aung San Suu Kyi è stata tenuta agli arresti domiciliari per 15 anni prima di essere liberata e di potersi candidare alla presidenza: mettere mano al sistema penitenziario birmano, e in generale all’intero sistema penale, è quindi una priorità per il nuovo governo democratico, che tuttavia dovrà lottare non poco contro una cultura istituzionale secondo la quale i detenuti in carcere sono “risorse sprecate”.
Il Dipartimento penitenziario per ora ha concesso 5 minuti in più di visita ai familiari dei detenuti (da 15 a 20) e la possibilità di visitare il parente detenuto qualsiasi giorno della settimana: la strada da fare è ancora molto lunga.

3 settembre 2016

Fonte: http://dirittiumani1.blogspot.it/2016/09/myanmar-fragile-e-giovane-democrazia.html

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