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Il 28 giugno Israele e Turchia, dopo un meeting nell’Hotel Hilton della capitale italiana, hanno firmato un accordo di riconciliazione che mette fine a sei anni di gelo diplomatico.

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Il 22 agosto, Israele risponde al lancio di un razzo dalla Striscia di Gaza con una serie di raid aerei diretti principalmente verso obiettivi sensibili di Hamas, durante i quali sono rimasti feriti numerosi palestinesi. L’ultima sanguinosa offensiva israeliana contro Gaza risale al 2014, l’operazione Protective Edge, durante la quale morirono 2300 gazawi, tra cui 487 bambini. A seguito di questa operazione, durata 50 giorni e duramente condannata da varie organizzazioni internazionali tra le quali l’Onu, lo stato ebraico ha ricevuto più di 300 denunce per crimini di guerra ma solo per 31 di esse i giudici della magistratura militare israeliana hanno riscontrato prove sufficienti per ammetterle a giudizio: il 29 agosto 13 di queste inchieste sono state chiuse perché il fatto non sussiste. Secondo la corte, l’operato dei soldati israeliani si sarebbe sempre attenuto alle regole di ingaggio e alle procedure previste in caso di incursione in territorio ostile e scontro armato con fazioni ribelli.

La situazione della Striscia di Gaza è ancora un punto di snodo fondamentale nei rapporti tra Israele e Turchia. Da pomo della discordia, in seguito all’incidente della Mavi Marmara che nel 2010 fece saltare i rapporti tra l’alleato turco e quello israeliano, il blocco imposto da Israele agli abitanti della Striscia diventa una effettiva condizione alla base del riavvicinamento. Ovviamente l’assedio di Gaza è per Israele un presupposto imprescindibile per la sicurezza nazionale. Netanyahu si è però impegnato a consentire alla Turchia di costruire un ospedale per circa 200 persone, una centrale elettrica che garantisca un minimo di indipendenza energetica e, infine, un impianto di desalinizzazione per consentire l’approvvigionamento di acqua potabile. Rifiutata invece la richiesta, da parte di Erdogan, di portare direttamente gli aiuti umanitari nella Striscia: qualunque carico destinato a Gaza dovrà passare attraverso il porto israeliano di Ashdot.

La vera ragione alla base di questo nuovo accordo tra le parti ha poco a che fare con l’annosa questione palestinese e molto a che fare con la questione del gas. Dopo l’incrinarsi dei rapporti tra l’Ue e la Russia, in seguito al precipitare della situazione in questione Ucraina, e la sospensione del gasdotto Turkish Stream, Israele e Turchia hanno tutto l’interesse a unire le forze per portare a termine la costruzione di un gasdotto, lungo il territorio turco, per collegare i giacimenti israeliani del Leviathan con il mercato europeo. “L’esportazione del nostro gas in Turchia è una possibilità concreta, che ci permetterebbe di arrivare ad esportare fino all’Europa attraverso il gasdotto attualmente in costruzione, un progetto che porterà vantaggi sia a noi che ad Ankara”, ha dichiarato il ministro israeliano dell’Energia in seguito alla stipula dell’accordo diplomatico.

La ripresa dei rapporti diplomatici ed economici tra i due vicini mediorientali non ha dissuaso però il governo di Ankara dall’esprimere il suo dissenso circa l’ultimo raid dell’aviazione israeliana. Per tutta risposta, Emmanuel Nahshon, portavoce del ministro degli Esteri israeliano, ha chiarito come questa distensione non autorizzi la Turchia a immischiarsi negli affari interni di Israele: “La Turchia farebbe bene a pensarci due volte prima di criticare le operazioni militari di altri Paesi. La normalizzazione delle nostre relazioni con la Turchia non significa che resteremo in silenzio di fronte a condanne senza senso”.

Nonostante l’economia riesca a unire ciò che la politica spesso divide, la riconciliazione tra Israele e Turchia non sembra nata sotto una buona stella.

 

Di Irene Masala

 

31 agosto 2016

Fonte: http://www.ilfarosulmondo.it/israele-turchia-pace-gas/

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