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Gli ordigni sganciati sullo Yemen imbarazzano Roma. E alzano il velo anche sul traffico d’armi con l’Egitto del dittatore Al Sisi

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I caccia F15 della Royal Saudi Air force sfrecciano nei cieli dello Yemen. Da oltre un anno sganciano bombe a pioggia. I raid si susseguono senza sosta. Partono dalle basi a sud di Riyad. In pochi minuti raggiungono l’obiettivo, lo distruggono e tornano indietro. Una meccanica mortale, che costringe intere famiglie all’esilio. Ma è una sigla incisa su un ordigno che fa di quel conflitto lontano una carneficina che ci riguarda da vicino: MK83, un modello prodotto da Rwm Italia.

Questo marchio di fabbrica sta creando forte imbarazzo al governo Renzi, che ora deve affrontare una situazione paradossale. Ad aprile, infatti, sono sbarcati sulle coste siciliane i primi profughi yemeniti messi in fuga dai bombardamenti con le MK83. Questa è la stessa bomba da 460 chili fotografata da Ole Solvang – ricercatore della ong Human Rights Watch – sul campo di battaglia.

Mimetizzata tra le macerie di un palazzo di Saana, a soli cinquanta chilometri dal confine, c’è la prova dell’utilizzo di ordigni made in Italy da parte della coalizione a guida saudita. Così partecipiamo indirettamente alla guerra tra i ribelli sciiti Houthi, graditi all’Iran, e le forze governative appoggiate dal potente vicino sunnita che ha dispiegato aerei, truppe di terra e imposto il blocco navale.

Le autorizzazioni all’export dell’industria bellica, infatti, le rilascia il nostro ministero degli Esteri. Regola che vale anche per le armi assemblate dalla succursale italiana dal colosso tedesco Rheinmetall Defence. La società si chiama, appunto, Rwm Italia Spa. Sede operativa a Domusnovas, nel cagliaritano. Proprio da qui, nel 2015, sono partite cinquemila bombe. Un quinto in più rispetto all’anno precedente. La fabbrica ha prodotto armamenti per 41 milioni di euro contro i 27 milioni del 2014. È nei momenti di crisi e tensioni globali che i guadagni del settore crescono.

IL VALORE DELLE ARMI

La guerra in Yemen, lontana dagli occhi, vicina agli interessi nazionali. Nel 2015 il valore dell’export di armi è più che triplicato. La cifra record dal dopoguerra è di oltre 8 miliardi e duecento milioni di euro. Il giro d’affari è contenuto nella relazione del governo sul “controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento”, presentata alle Camere il 18 aprile scorso.

Tuttavia il rapporto non dice tutto. «Del totale fanno parte oltre 3 miliardi di euro per i programmi di cooperazione che riguardano principalmente i paesi Nato e Ue: programmi che la Farnesina considera un tutt’uno insieme alle reali autorizzazioni alle spedizioni all’estero, contribuendo così a falsare le percentuali delle licenze per paesi e per zone geopolitiche», sottolinea Giorgio Beretta dell’ Osservatorio sulle Armi Leggere , che critica la scarsa trasparenza: «La relazione è ormai praticamente inutile per conoscere i dettagli delle operazioni. Tranne i valori monetari complessivi e i generici materiali militari suddivisi per paese, il documento non indica nemmeno quest’anno quali siano i destinatari delle 2.775 autorizzazioni rilasciate».

Nel report governativo è facile perdere l’orientamento tra tabelle e codici. Non per gli analisti, che hanno ricavato qualche informazione utile: 5 mila bombe partite dalla Sardegna per varie destinazioni. Molte di queste utilizzate dalla Royal Saudi Air force nella guerra in Yemen. E che dire degli oltre 3.600 fucili della Benelli forniti alle forze di sicurezza del regime egiziano di Al Sisi, che sta cercando di ostacolare le indagini sull’omicidio di Giulio Regeni.

Per ricostruire le spedizioni “incriminate” verso Riyad occorre leggere con attenzione l’esposto inviato alla procura di Roma dalla “Rete disarmo” che punta il dito contro «noti da identificare» per la violazione della legge 185 che regola l’esportazione di armamenti: il 29 ottobre 2015 «diverse tonnellate di ordigni e munizioni sono state imbarcate all’aeroporto civile di Cagliari Elmas, su un cargo Boeing 747 della compagnia Silk Way dell’Azerbaigian, con destinazione diretta Arabia Saudita. Il cargo in questione, rintracciato dai sistemi di rilevamento, è giunto a Taif località in cui è situata un base militare della Royal Saudi Armed Forces», si legge nel documento in mano ai pm.

Gli autori della denuncia precisano, poi, che tra il 2015 e inizio 2016 sono state perfezionate diverse spedizioni (almeno sei) «di ordigni militari assemblati in Italia alla volta dell’Arabia Saudita». Inoltre, «diversi documenti e comunicazioni diplomatiche provano l’invio di componenti di bombe dal territorio della Ue alla penisola arabica». Ulteriori spunti “investigativi” li forniscono le carte, menzionate nella denuncia, che spiegano come «alcuni pezzi siano partiti dal porto di Genova e siano arrivati a Gedda, in Arabia Saudita. Da lì sono stati trasferiti a Jebel Ali, a Dubai, e poi via terra a un centro di produzione di armi di Abu Dhabi, la capitale degli Emirati Arabi Uniti. Il tutto è salpato da Genova perché realizzato in Sardegna dalla RWM Italia».

Anche in Germania è diventato un caso l’affaire bombe. Il partito di sinistra della Linke ha chiesto conto al governo del commercio da parte della società tedesca in territorio saudita. Il chiarimento è arrivato dal ministero dell’Economia: «Quella della Rwm è un’esportazione italiana». Merkel e la sua squadra negano ogni responsabilità. La risposta, però, non assolve del tutto Berlino, che resta grande protagonista di questo business. Il settimanale “Der Spiegel” ha quantificato in 180 milioni il business bellico con la monarchia saudita. Il dato si riferisce ai primi mesi del 2015, in pieno conflitto.

L’INCONTRO TRA GENTILONI E IL RE

Dopo l’esposto consegnato a piazzale Clodio, sul tavolo del ministro degli Esteri Paolo Gentiloni sono arrivate diverse interrogazioni parlamentari. Le risposte, però, non hanno soddisfatto né deputati né attivisti per i Diritti Umani: «L’Italia rispetta, ovviamente, le leggi del nostro Paese, le regole dell’Unione europea e quelle internazionali, sia per quanto riguarda gli embarghi che i sistemi d’arma vietati» ha spiegato in aula. In un successivo intervento, poi, ha chiarito che «l’Italia riconosce il diritto dell’Arabia Saudita a difendere la propria sicurezza».

Alcuni mesi dopo quelle parole, il 2 giugno 2016, Gentiloni è volato a Gedda per incontrare il re. Un primo incontro per promuovere la tecnologia e il brand italiano. Ancor prima era stato il premier Matteo Renzi a volare dai sauditi per stringere accordi bilaterali. Sul piano economico l’Arabia è il nostro principale partner commerciale nel Golfo e il quarto fornitore di petrolio. Di fronte agli accordi commerciali in grado di muovere miliardi di euro, ecco che i processi sommari, la pena di morte (nell’ultimo anno un’esecuzione capitale ogni due giorni), l’oppressione delle minoranze, delle donne e degli omosessuali, diventano dettagli irrilevanti.

QUASI 26MILA LE VITTIME CIVILI

Eppure dovremmo sentire il peso di una responsabilità maggiore. Perché gli uomini e le donne che fuggono dal Corno D’Africa sbarcano anche sulle nostre coste. A fine aprile insieme ai tanti migranti c’erano anche i primi yemeniti. Sessantasei arrivati e accolti dall’Italia per chiedere asilo politico nei primi 7 mesi. Esportiamo bombe e importiamo rifugiati. Il cinismo nel nome degli affari. Secondo il centro legale per i Diritti e lo sviluppo – una Ong locale – si contano già più di 9mila morti, quasi 26 mila vittime tra i civili, 16.690 feriti e 2 milioni e 400 mila sfollati. Fuori da questi numeri ci sono ventisei milioni di persone che necessitano di urgenti aiuti.

A. ha 23 anni, fino a gennaio viveva a Sanaa con sua moglie e tre figli. È uno dei migranti sbarcato a Lampedusa: «Quando gli Houthi sono arrivati in città hanno cercato di ingrossare la milizia reclutando i civili: chi si rifiuta viene rapinato, arrestato o ucciso. Insieme a mio fratello sono finito in carcere ma mentre io sono stato rilasciato di lui non sappiamo nulla». Nei mesi precedenti A. aveva perso anche il padre durante un attentato alla moschea. Il suo quartiere, vicino alla casa presidenziale, è uno dei più colpiti dai raid aerei. Per mettersi in salvo ha racimolato 2.500 dollari e preso un volo per il Sudan. «Da Khartum ci siamo messi nelle mani dei “passeur” e affrontato il deserto per raggiungere Alessandria d’Egitto. Alcuni miei connazionali hanno preso una barca per la Grecia mentre io ho scelto l’Italia».

VIOLAZIONI DEL DIRITTO UMANITARIO

La guerra è contro le leggi di Dio anche per i musulmani sunniti e sciiti sulle barricate da un anno e mezzo. L’Islam prevede che non si possa andare in battaglia direttamente se non si viene attaccati. Così la guerra sporca la fanno i contractor: americani, inglesi ma anche filippini e senegalesi. Ai soldati yemeniti prima dello scoppio delle ostilità è stato chiesto di schierarsi. «Con chi stai?» è la domanda che ha permesso a lealisti e ribelli di dividersi le truppe che i generali comandano come eserciti personali. Tra i beneficiari di questo caos ci sono i combattenti di Al Qaeda e dei gruppi legati all’Is, che hanno trovato spazio nel Paese.

Le potenze occidentali forniscono munizioni, intelligence, rifornimenti e altre forme di sostegno alla coalizione guidata dai sauditi, nonostante questa sia responsabile di quelli che l’Onu ha definito «attacchi diffusi e sistematici a bersagli civili». Secondo il Congresso di Washington tra maggio e novembre gli Stati Uniti hanno venduto un totale di oltre 20 miliardi di dollari di armamenti a Riyad, comprese le famigerate “cluster bomb” messe al bando dalla comunità internazionale per gli effetti micidiali sui civili.

Anche la Gran Bretagna si è macchiata della stessa colpa: tra la licenze autorizzate da Londra ci sono ordini per 2 miliardi e 800 milioni di sterline. Dopo questa scoperta gli attivisti della campagna contro il commercio delle armi hanno chiesto all’Alta Corte di Giustizia una revisione della legge sulle esportazioni. Mercoledì 29 giugno il giudice Gilbart si è espresso in questi termini: «Abbondanti prove di violazioni del diritto internazionale umanitario da parte del regime saudita che devono essere prese in considerazione».

Intanto, i colloqui di pace tentati dalle Nazioni Unite in Kuwait sono naufragati e il rischio è una Somalia bis con scontri tra tribù per il controllo del Paese. Mentre dal cielo continuano a cadere bombe made in Italy. Che distruggono villaggi e città. Da dove fuggono i futuri profughi che sbarcheranno sulle nostre coste.

 

Di Michele Sasso e Giovanni Tizian

 

23 agosto 2016

Fonte: http://espresso.repubblica.it/attualita/2016/08/22/news/ecco-dove-colpiscono-le-bombe-made-in-italy-1.280811

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