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La sua unica colpa è quella di essere una donna del popolo Saharawi, piccola minoranza di origine amazigh (berbera) e araba che abita da secoli nel Sahara occidentale. L’attivismo di Djimi Elghalia per i diritti del suo popolo le è costato tre anni e mezzo di prigione in Marocco. Nel 1975, dopo la fine della dominazione spagnola, il territorio del Sahara occidentale fu occupato dal Marocco e dalla Mauritania, nonostante una risoluzione Onu del 1960 e successivi pronunciamenti avessero riconosciuto il diritto all’autodeterminazione e all’indipendenza delle genti autoctone. Nel 1979 la Mauritania si è ritirata, lasciando il solo Stato marocchino a esercitare un dominio che, a tutti gli effetti, da oltre 40 anni può essere definito «coloniale». Dal 1998, insieme ad altri ex-prigionieri, Djimi registra tutte le violazioni di diritti umani compiuti ai danni del popolo Saharawi. Oggi vive a L’Aaiún, la capitale ufficiosa del Sahara occidentale, insieme al marito e a cinque figli. Il 20 agosto 2016 è insignita nella Basilica di Santa Maria del Carmine Maggiore di Napoli del «Premio Pimentel Fonseca 2016», prologo del festival internazionale di giornalismo civile «Imbavagliati», in programma dal 18 al 24 settembre al Museo Pan della città partenopea.

Signora Elghalia, nei tre anni e mezzo di prigionia in un carcere del Marocco è stata sottoposta a crudeli forme di tortura. Tra le più efferate, l’essere bersaglio dell’attacco di cani e l’acido cosparso sul suo capo. Che sentimenti prova adesso nei confronti di carcerieri e dello Stato che le ha fatto questo?

«Il mio morale è buono. Grazie a Dio sono credente (musulmana sunnita, ndr) e sono fermamente convinta della bontà dei valori di tolleranza, coabitazione e rispetto dell’altro. Certo, il dolore e la sofferenza ci sono stati, ma adesso mi sento comunque una persona migliore. Continuo il mio lavoro di resistenza pacifica e di denuncia per il mio popolo, affinché un giorno possa ottenere l’indipendenza che in nome della libertà e dell’autodeterminazione dovrebbe essergli concessa».

Ma perché il Marocco continua a occupare quella terra? Lo sfruttamento economico, come nel colonialismo, è la prima e grande motivazione?

«Ovviamente. Il nostro territorio è ricco di risorse naturali. Nel sottosuolo abbiamo diversi minerali, ma soprattutto il mare davanti alla nostra costa è uno dei più pescosi al mondo. Ecco perché il Marocco non ci lascia decidere autonomamente del nostro destino come popolo. È dal periodo di transizione dopo la dominazione spagnola che ci promettono un referendum, ma il Marocco si è sempre opposto perché sa che la stragrande maggioranza della gente Saharawi voterebbe per l’indipendenza».

I Saharawi oggi sono discriminati in Marocco? Un giovane Saharawi che prospettive ha davanti a sé?

«Purtroppo sì, sia in ambito scolastico che lavorativo ci sono soprusi e offese quotidiane. Soprattutto per i giovani, questa situazione è a volte insopportabile. Per questo a L’Aaiún i giovani scendono in strada per protestare, attirando così l’attenzione e le violenze delle forze dell’ordine nei loro confronti».

Non ha mai covato dentro di sé sentimenti di vendetta od odio?

«No, l’odio e la vendetta non risolvono nulla. Anzi, non fanno altro che aggiungere problemi a problemi, risentimenti a risentimenti. Il mio è un popolo piccolo, pacifico. Io sono e voglio essere un esempio di convivenza: nonostante tutto ciò che ho patito, non nutro alcun sentimento di vendetta nei confronti del popolo marocchino. Ho molte amiche e molti amici marocchini con cui amo passare del tempo».

In questi ultimi tempi, in Europa, c’è un grande dibattito sulla questione di burqa e «burqini». Che ne pensa?

«Il vestito è una libertà personale, e credo che ognuno dovrebbe essere libero di scegliere. Noi del popolo Saharawi abbiamo la melhfa, un abito di cotone che copre tutto il corpo tranne il volto e le mani che però non è nato per motivi religiosi ma climatici. La campagna sul “burqini” invece va fermata, perché alimenta solo polemiche gratuite. Sul burqa invece penso che il volto vada sempre scoperto, per ragioni di sicurezza pubblica».

Un’altra questione di cui qui si parla molto è quella del presunto nesso tra migrazioni e terrorismo. Gli attentati di matrice islamica dello scorso luglio in Francia e Germania hanno scatenato un’accesa discussione sul fatto che in questa epoca in cui milioni di persone cercano di raggiungere l’Europa l’identità e la sicurezza europee sarebbero in qualche modo messe a rischio.

«Io sono una donna musulmana e voglio dire che lo spirito vero e profondo dell’Islam è quello di tolleranza e coabitazione. Non credo che la religione islamica sia la causa dell’estremismo. Ci sono i pazzi, ci sono gli esaltati, ma non bisogna giudicare centinaia di milioni di persone per le azioni di pochi scellerati. Sulla questione migranti: queste persone disperate che scappano da fame, guerra e miseria, da così tanti problemi, e che sono disposte a rischiare la vita, meritano di essere accolte. Gli Stati che ne hanno la capacità devono ricevere queste persone e metterle nelle condizioni di integrarsi e farsi una nuova vita».

Di Federico Thoman

21 agosto 2016

Fonte: http://27esimaora.corriere.it/16_agosto_19/djimi-elghalia-saharawi-non-provo-odio-chi-mi-torturo-cf27e4a2-664c-11e6-a72c-ba25dcc53bd3.shtml