#Palestina #GerusalemmeEst #israele #SpongeBullets #IDF #ArmiProibite #USA

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Tali Mayer è stata colpita con un sponge-bullet (proiettile con la punta ricoperta di spugna nera), spingendola a cominciare ad indagare sulle ferite causate dall’uso di queste munizioni da parte della polizia israeliana, decine di migliaia delle quali sono state lanciate contro i palestinesi a Gerusalemme negli ultimi due anni. Ha fotografato le vittime e ora racconta le loro storie.

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Nel pomeriggio del 4 luglio 2014, Taysir Sandukeh, che a quel tempo aveva 31 anni, ha chiamato la moglie Haba da Tel Aviv per dirle che stava lasciando il lavoro ed era sulla strada di casa. Quel giorno l’ingresso al quartiere Shoafat, a Gerusalemme Est, è stato bloccato al traffico. Una volta arrivato a Gerusalemme, Sandukeh, accompagnato dal fratello, ha iniziato a camminare dal parcheggio nel vicino quartiere di French Hill alla loro casa su Shoafat Road, la strada principale del quartiere. Mentre camminavano, passarono anche la fermata della metropolitana di Al-Sahel. Sandukeh è cieco dal suo occhio destro fin da quando aveva 13 anni, ma con l’occhio sinistro ha visto avvicinarsi il corteo funebre di Mohammed Abu Khdeir – il palestinese sedicenne che era stato sequestrato e poi bruciato vivo due giorni prima (i suoi assassini, un gruppo di ebrei, sono stati successivamente processati e condannati). Voltando la testa, guardò i soldati e i poliziotti di frontiera in piedi sul lato opposto della strada, e ha cercato di capire come evitare un confronto con loro. Aveva appena rivolto lo sguardo indietro verso la processione quando una pallottola con la punta di spugna nera lo ha colpito all’occhio sinistro, quello con il quale vedeva.

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Taysir Sandukeh – Credit: Tali Mayer

Quando si svegliò in ospedale, a Sandukeh i medici dissero che il suo occhio sinistro non poteva essere salvato. Fu trasferito in un altro ospedale; ma anche lì gli fu spiegato che la situazione era grave e richiedeva un urgente e complicato intervento chirurgico. In un terzo ospedale un medico chiese a Sandukeh di firmare un modulo in cui dichiarava di aver capito che quello che rimaneva del suo occhio sinistro stava per essere rimosso e sostituito con un occhio di vetro. Sandukeh gli spiegò il suo stato di cecità già del suo occhio destro. Allora il medico gli disse che avrebbe cercato di salvare quello “buono”, ma che non prometteva nulla.
L’intervento chirurgico non ha avuto successo. Sandukeh è rimasto completamente cieco, ha dovuto smettere di lavorare, ha perso la sua casa e da allora è stato in grado di soddisfare i suoi figli solo una volta ogni due settimane.
Due giorni prima che sparassero a Sandukeh, accecandolo, io avevo visto dei ragazzi bruciare una seconda fermata della metropolitana di Shoafat.
Quella mattina ero stata mandata dal portale web Walla a fotografare le proteste che erano scoppiate a Shoafat dopo il ritrovamento del corpo di Abu Khdeir nel bosco di Gerusalemme.

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Due agenti erano in piedi all’ingresso del quartiere, uno dei quali un poliziotto di frontiera. Mi sono identificata come fotoreporter e mi hanno lasciata passare. Camminai verso un gruppo di giornalisti in piedi fuori dai negozi su un lato della strada. Dall’altra parte, attraverso i binari della metropolitana, a poche decine di metri di distanza, i giovani protestavano per l’assassinio di Abu Khdeir. Dei poliziotti mascherati si sono scontrati con loro. Abbiamo fotografato per circa 2 ore, nel corso delle quali ho inviato le immagini alla sito web della redazione. Mia madre ha visto le immagini sul sito e mi ha mandato un messaggio su quello che stava vedendo, al quale non sono riuscita a rispondere.

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Tali Mayer after being shot with the ammunition that hit her – Credit: Emil Salman

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Mourners carry the body of Muhammad Abu Khdeir in Jerusalem on Friday – Credit: AP
Un video-operatore mi chiese se avevo ripreso le immagini della stazione ferroviaria della metropolitana che bruciava, ma non ho potuto rispondergli, perchè non ero più in grado di parlare: un proiettile con la punta di spugna nera aveva frantumato la mia mascella aprendo il mio viso in due. Nelle mie orecchie risuonava un lungo suono acuto. Tenendo la testa tra le mani, mi chinai lentamente, appoggiata alla vetrina di un negozio con le imposte chiuse. Il sangue scorreva lungo il mio viso, lungo tutto il mio corpo. Tutti i tipi di pensieri scorrevano nella mia testa.
Un paramedico si precipitò e chiese aiuto per evacuarmi. Anche un altro fotografo che era vicino a me e mi stava riprendendo, crollò a terra. Al Pronto Soccorso, ancora intontita dalla morfina, ma cosciente, sentii un poliziotto in uniforme mentre cercava di spiegarmi che ero stata colpita da una pietra. La mia guancia era stata tagliata e si era aperta, quindi non potei rispondere. Più tardi arrivò un agente di polizia in abiti civili e mi ripetè quello che aveva detto il poliziotto. Ancora non riuscii a parlare.
Il modello 4557, alias “proiettile con punta di spugna nera”, è fatto di gomma sintetica. Di fabbricazione USA, è entrato nell’uso operativo come munizione “non letale” per reprimere le manifestazioni a Gerusalemme Est all’inizio dell’estate 2014. La decisione di utilizzare queste munizioni è arrivata dopo che le forze di polizia di frontiera e le Special Patrol Unit del dipartimento di polizia di Gerusalemme si sono lamentate del fatto che la versione precedente, un proiettile con la punta di spugna blu, non era abbastanza efficace. Il protocollo della polizia afferma che è vietato sparare alla parte superiore del tronco e che questi proiettili non devono essere utilizzati contro i bambini, le donne anziane e le donne in stato di gravidanza.

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Yahiyah al-Amudi – Credit: Tali Mayer

Fin dalla sua introduzione, il nuovo proiettile – il cui uso è stato destinato ad alleviare la situazione delle forze di sicurezza – si suppone che causi il “pregiudizio ottuso di neutralizzare temporaneamente” i manifestanti, infliggendo decine di gravi ferite alla testa.
Secondo il sito web dell’Associazione per i Diritti Civili in Israele (ACRI), ove mi sono documentata, non uno degli individui feriti era sospettato di aver partecipato ai disordini. Nessuna procedura legale è stata avviata contro di loro.
Secondo i dati della polizia, circa 40.000 proiettili con la punta di spugna nera erano stati sparati a Gerusalemme a partire dalla fine del 2015. Secondo l’ACRI, hanno causato circa 40 ferite gravi alla testa. Metà delle vittime erano minorenni; 14 persone hanno perso la vista.

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Muhammad Abid – Credit: Tali Mayer

Diciotto mesi dopo essere stata ferita – da un proiettile con la punta di gomma nera, come si è rivelato durante l’intervento chirurgico – mi sono incontrata con il personale dell’ACRI per monitorare chi fosse stato colpito dallo stesso tipo di proiettile. Ho iniziato a fotografare e intervistare le vittime. Il loro numero è aumentato rapidamente, così come l’atmosfera si era fatta più tesa nei mesi a seguire l’assassinio di Abu Khdeir. Tutte le foto sono state scattate all’interno delle case delle vittime a Gerusalemme Est. Durante le mie visite ero accompagnata da un operatore dell’ACRI, Khader Daibes, il quale ha contribuito a coordinare gli incontri e mi ha fatto da interprete.
Il primo ragazzo che ho incontrato era completamente cieco.

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Saleh Sleiman – Credit: Tali Mayer

Alle 9 del mattino del 13 novembre 2015, Saleh Sleiman e i suoi fratelli, Mohammed e Anas, che vivono a Isawiyah, un villaggio palestinese all’interno dei confini municipali di Gerusalemme, uscirono di casa per andare a scuola. Circa un’ora dopo sono tornati a casa, dicendo che i loro insegnanti non erano venuti a scuola e la porta era chiusa a chiave. In effetti, la scuola non aveva aperto quel giorno a causa di una chiusura imposta dalle autorità israeliane su uno degli ingressi al villaggio in mezzo alla recente ondata di disordini. Verso mezzogiorno, Saleh è stato mandato dalla madre, Yasra, a comprare le verdure per il pranzo. La strada principale di Isawiyah, dove si trovava il fruttivendolo, era vuota. Sulla via del ritorno, però, la zona si era riempita di forze di sicurezza e di giovani che lanciavano pietre.
Saleh ricorda che aveva in mano un sacchetto di peperoni rossi e ha fatto segnalazione ai soldati che stava per attraversare la strada. “Lui [il soldato] mi ha visto e poi ha sparato un [colpo] che non mi ha colpito. Ho visto che ha colpito il muro. Ma perchè ha sparato un altro colpo?”, chiede Saleh.
Un proiettile con la punta di spugna nera ha colpito Saleh tra l’occhio e il naso. Saleh cadde a terra. E’ stato ricoverato in ospedale per 26 giorni, 6 dei quali in coma. Ha perso l’occhio destro, che è stato sostituito con uno di vetro. Ha subito 8 interventi chirurgici, è stato trattato per le fratture alla mandibola e gli sono state innestate delle piastre di platino per sostituire le ossa facciali in frantumi, gli sono stati impiantati anche condotti lacrimali alternativi. Pochi mesi dopo essere stato dimesso dall’ospedale, Saleh ha perso la vista anche all’occhio sinistro a seguito di una brutta infezione sviluppata nei condotti lacrimali artificiali.

Yahiyah al-Amudi aveva 12 anni quando è stato colpito in faccia da un proiettile con la punta di spugna nera sulla strada principale del campo profughi Shoafat, il 21 maggio 2015. L’ambulanza della Mezzaluna Rossa palestinese che ha portato Yahiyah in ospedale è stata bloccata al punto di controllo al momento di lasciare la zona, perchè il ragazzino non aveva con sè la sua carta di identità. Le sue condizioni sono peggiorate e ha perso molto sangue. Alla fine, ha perso il suo occhio sinistro. Secondo il padre di Yahiyah, gli agenti di polizia lo stavano aspettando in ospedale, al fine di verificare se il giovane era stato coinvolto in disordini. I poliziotti hanno sostenuto che la ferita è stata causata da una pietra, ma l’esito di una TAC ha rivelato che il suo volto era fratturato in 11 punti – da un proiettile con la punta di spugna nera.

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Louis Abed – Credit: Tali Mayer

Muhammad Abid, un bimbo di 5 anni di Isawiyah, ha perso l’uso del suo occhio destro. Il padre, Jamal, dice che Muhammad è stato colpito dalle forze di polizia di frontiera, mentre erano di pattugliamento di routine nel paese: “I soldati stavano facendo turni regolari – non c’era niente di specifico, non c’erano dimostrazioni. Un proiettile è stato sparato e quel proiettile ha colpito Muhammad”. “I bambini della classe di Abid – che adesso hanno 7 anni – si prendono gioco di lui. Non è un eroe, dicono, perchè non appartiene a nessuna organizzazione politica. Lo chiamano ‘strabico’. Il dottore dice che col tempo il suo cervello perde il controllo sul movimento del suo occhio danneggiato”.

Louis Abed, 37 anni, padre di cinque figli, di Isawiyah, è stato colpito alla testa mentre era in piedi sotto il portico di casa sua, e ha perso l’occhio sinistro.

Ahmed Abu Hummus, anche lui di Isawiyah, aveva 12 anni quando gli hanno sparato mentre era in piedi in mezzo alla strada vivino a casa sua. Un pezzo del cranio è stato staccato, provocando danni irreversibili al cervello.

Asil Mohaisen, 13 anni, è stata colpita al collo mentre stava aiutando il padre nel suo ristorante a Isawiyah.

Zakariya Julani e Khalil Ismail, entrambi 13 anni, sono stati colpiti per le strade del campo profughi di Shoafat; tutti e due hanno perso l’occhio sinistro.

Nafez Demiri, 55 anni, dal quartiere di Gerusalemme Est di Beit Hanina, che era sordomuto dalla nascita, ha perso un occhio quando gli hanno sparato.

Mohammed Sunuqrut, 16 anni, è stato colpito al volto e ucciso nel Wadi Joz a Gerusalemme Est. Il poliziotto che ha sparato il proiettile non era autorizzato a usare l’arma, secondo un rapporto da dipartimento del Ministero della Giustizia per le indagini sugli agenti di polizia. Il caso è stato poi chiuso per mancanza di prove. E’ vero, un’indagine è stata condotta, ma nella stragrande maggioranza dei casi – il mio compreso – le indagini non ci sono mai state.

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Zakariya Julani – Credit: Tali Mayer

Fino ad oggi, non un poliziotto è stato accusato o processato per i casi di proiettili con la punta di spugna nera.
Un portavoce della polizia israeliana, alla richiesta di fare un commento per Haaretz, ha fatto la seguente dichiarazione:
“Durante il periodo in esame, a partire da luglio 2014, quando Mohammed Abu Khdeir è stato assassinato, gravi disordini sono scoppiati nei quartieri di Gerusalemme Est, in particolare a Beit Hanina e Shoafat. Durante gli scontri, bombe Molotov, pietre e fuochi d’artificio sono stati gettati alle forze di sicurezza. Decine di agenti di polizia sono stati feriti nel corso di gravi disordini. Le forze di sicurezza, da parte loro, hanno fatto uso di mezzi per disperdere le manifestazioni, respingere i rivoltosi e porre fine agli attacchi contro persone e proprietà. I punti focali delle rivolte sono stati chiusi al traffico civile e sorvegliati da parte delle forze di sicurezza sul terreno. Allo stesso tempo, fotografi e personale dei Media che hanno scelto di entrare nelle zone dei disordini, in contrasto con le direttive dei funzionari di polizia, lo hanno fatto sotto la propria responsabilità, a proprio personale pericolo. Per quanto riguarda gli eventi che sono stati notati sulla questione dell’uso della forza, tutto il materiale è stato trasferito all’esame del reparto investigativo del Ministero della Giustizia”.

 

Di Tali Mayer – 12 agosto 2016
Fonte: http://www.haaretz.com/israel-news/culture/.premium-1.736360?v=F4E9703A5CF6B075C5B77B6B00245519

Traduzione: Faranno il Deserto e lo chiameranno Pace – 18 agosto 2016