#Islam #musulmani #intercettazioni #estremisti #ISIS #Syria

23 OCTUBRE 2008

Fachada SOFOFA

Foto Juan Farias

Spesso pensiamo che tra loro vi sia silenziosa compiacenza verso gli estremisti. Ma le intercettazioni smentiscono questa idea.

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«Sei solo un cagone! Lì ti hanno fatto il lavaggio il cervello. Dici che devi morire? Ma questo non è Islam! Che Allah maledica i tuoi genitori!». Si chiede qui perdono in anticipo: le parolacce non si dovrebbero dire, tantomeno sui giornali dove infatti di solito o si volgono in sinonimi meno fastidiosi o si obliterano dietro pudichi puntini di sospensione.

Ma quando ci vuole, ci vuole. E questa volta, forse, ci vuole: perché, in un periodo storico nel quale dopo ogni strage di matrice fondamentalista islamica si leva giustamente la richiesta ai musulmani d’Italia di prendere pubblicamente le distanze dal terrorismo jihadista, dissociandosi senza «se» e senza «ma», altrettanto giustamente si dovrebbe però conoscere che in molte occasioni questo già avviene spontaneamente nella quotidianità delle famiglie o dei posti di lavoro o delle compagnie d’amicizia tra islamici. Come mostra, guarda caso ancora una volta, un grappolo di intercettazioni penalmente non rilevanti, ma straordinariamente significative sotto il profilo sociologico, a margine dell’ordine di custodia cautelare emesso dal gip milanese Paolo Guidi a carico dei ventenni marocchini Monsef El Mkhayar e Tarik Aboulala, indagati per l’ipotesi di reato di terrorismo internazionale dai pm milanesi Maurizio Romanelli e Piero Basilone come i sinora più giovani «foreign fighters» italiani in Siria, dove Tarik con ragionevole certezza è morto mesi fa.

La partenza di questi due giovani, rivelata in giugno da Paolo Biondani sull’Espresso, ha avuto un trattamento «investigativo» comprensibilmente molto prezioso per chi cercava di capire come due bambini, arrivati in Italia nel 1995 rimasti senza genitori e cresciuti in una comunità cattolica nell’hinterland milanese, potessero essere diventati – in una traiettoria di radicalizzazione durata pochi mesi e tessuta tutta sulla Rete – due ragazzi che all’inizio 2015 erano partiti dall’aeroporto bergamasco di Orio al Serio per arruolarsi in Siria nelle truppe del Califfato: fin quando uno dei due (Monsef) su Internet aveva «postato» una foto-ricordo dell’amico armato (Tarik), per annunciare che questi era morto da «martire» dello Stato Islamico.

Ma per i non addetti alle indagini è forse ancor più interessante, grazie proprio alle investigazioni talvolta tecnologicamente acrobatiche della Digos di Milano, essere ammessi all’«ascolto» in diretta della vita quotidiana e delle reazioni dei giovani musulmani che soprattutto Monsef cercava di reclutare e di influenzare in chiave di radicalizzazione, esattamente come aveva fatto in pochi mesi con Tarik. Chi non accoglie al volo l’invito a partire per la Siria, ad esempio, incorre nei suoi fulmini minacciosi: «Quando arrivo ti taglio la testa. Francia, Francia, hai visto», spaventa un amico a fine 2015 dopo la strage di Parigi. Per poi provare qualche mese dopo a convincere una ragazza del fatto che ella, come tutte le musulmane, dovrebbe avvertire «il dovere religioso» di «venire qui in Siria per sposare un guerriero di Daesh».

Ed è appunto qui che arriva la non oxfordiana ma spettacolosa risposta della ragazza musulmana: «Sei solo un cagone! Lì ti hanno fatto il lavaggio il cervello. Dici che devi morire? Ma questo non è Islam! Che Allah maledica i tuoi genitori!». E quando la giovane racconta a una signora più anziana (un’altra musulmana da molto tempo in Italia) che Monsef ha promesso di tornare in Italia soltanto per una ragione terribile («Quando verrò, mi farò esplodere»), l’interlocutrice non le consiglia di finirla lì e di farsi i fatti propri, come forse qualche italiano avrebbe suggerito a parità di situazioni, ma invita la ragazza a contro-convincere Monsef: «Devi dirgli che i veri miscredenti sono quelli vicino a lui lì… Che l’Italia è il paese che ti ha dato da mangiare, mantenuto e fatto studiare».

E se il ragazzo non dovesse rinsavire, come teme la ragazza convinta che «questo pensa di venire qui a fare qualche disgrazia nera, gli ho detto che è solo un matto», ecco l’altra donna arrivare a mettere in conto di rompere con lui qualunque rapporto. Persino quasi con una addolorata durezza matriarcale spesso sconosciuta ad esempio ai contesti indigeni mafiosi nel Sud Italia: «Noi lo dobbiamo dimenticare. Purtroppo, ormai, è meglio se ci arriva la notizia che è morto lì».

 

Di Luigi Ferrarella

 

13 agosto 2016

Fonte: http://sociale.corriere.it/quello-che-i-musulmani-si-dicono/

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