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La situazione delle banche italiane è ormai critica. La pratica della loro ricapitalizzazione occuperà gran parte dell’estate. Essa mette in discussione direttamente le regole della Unione bancaria, che è entrata in vigore il 1° gennaio 2016. L’incapacità del governo italiano di rispettare le regole dell’Unione bancaria mette in evidenza il cattivo funzionamento, in via di peggioramento, dell’ Eurozona.
La quota dei prestiti denominati «non performing» nel bilancio delle banche ha ormai raggiunto quasi il 18%, secondo uno studio FMI [1]. A parte il caso della Grecia, dove il tasso arriva oltre il 34%, questo è il tasso più alto dell’Eurozona. Il Portogallo segue peraltro questa tendenza, ma a un livello ben inferiore, poiché la percentuale di debito cattivo è «solo» del 12%. In sintesi, si stima il volume totale a 360-400 miliardi di Euro, dei quali dai 70 ai 100 da coprire, o da parte dello Stato o da altri meccanismi.
TABELLA1
Va notato qui che il movimento della quota di « cattivi debiti » può essere correlato a molte cause diverse. In Irlanda e in Spagna, è stata una speculazione immobiliare a causare il movimento. Niente del genere nel caso dell’Italia, cosa che rende la progressione dei debiti negativi ben più inquietante. Questi ultimi vengono da prestiti che sono stati concessi dalle banche regionali italiane alle piccole e medie imprese della penisola. In realtà, è il ristagno economico degli ultimi anni la causa di questa crisi bancaria che avviene oggi in Italia.
L’evoluzione dei dati macroeconomici dell’economia italiana mostra l’estensione di questa crisi, e soprattutto dimostra che la sua causa è chiaramente l’introduzione dell’Euro. Se calcoliamo l’evoluzione dell’economia italiana a partire dal 1990, ossia tenendo conto del decennio che ha preceduto l’introduzione dell’Euro, i cambiamenti sono molto marcati e molto importanti.
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Fonte: Dati del FMI, Word Economic Report Database, aprile 2016
La crescita del Prodotto Interno Lordo, che era relativamente forte nel decennio 1990-2000, è disastrosa negli anni successivi all’introduzione dell’Euro. L’Italia, del resto, non è ancora tornata al livello del PIL prima della crisi del 2007. In effetti, il PIL del 2015 si situa ad un indice del 116% rispetto al 1990 quando aveva raggiunto l’indice 127% nel 2007. Se l’Italia fosse stata in grado di continuare a crescere al ritmo degli anni 1993-1999, sarebbe, nel 2015, a un indice 2015. Detto altrimenti, l’Euro è costato 34% a livello del PIL nel 2015. In PIL pro capite, che è una dimensione più in linea con l’evoluzione della ricchezza della popolazione, e supponendo che la distribuzione interna di questa ricchezza rimanga invariata, l’indice è solo del 108% rispetto al 1990. In altre parole, in 25 anni, la crescita pro capite è stata solo dell’8%.
Ma l’evoluzione degli investimenti [sia pubblici che privati] è ancora più preoccupante. Il forte calo degli investimenti nei primi anni ’90, crollo che era necessario per ridurre il deficit di bilancio, è stato successivamente corretto, e l’ investimento è salito a un indice 125 nel 2007. Ma da allora continua a calare ed è a un indice di 87. In altre parole, l’Italia investe 13% in meno nel 2015 di quanto investiva nel 1990. Non c’è quindi da stupirsi se la produttività del lavoro è in declino in questo Paese e se la qualità delle infrastrutture pubbliche, nazionali o comunali, si deteriora molto rapidamente al momento.
Questa situazione di crisi economica generale si traduce dunque, nei bilanci delle banche, nella crescita dei «cattivi debiti». Qui però si pone il problema delle regole imposte dall’unione bancaria. Quest’ultima impone che le banche siano ricapitalizzate dai loro azionisti e risparmiatori. Ma vengono considerati come azionisti i nuclei familiari che hanno acquistato i titoli di debito di queste banche. Ora, queste famiglie hanno acquistato tali titoli in una situazione in cui il rischio di fallimento delle banche era ampiamente compensato dalla possibilità di un «bail-out» da parte dello Stato italiano. Queste famiglie sono in gran parte pensionati e persone modeste. Ora si trovano intrappolati dalle nuove regole di unione bancaria che impongono un «bail-in», cioè addossano la maggior parte del rischio bancario sugli azionisti e i clienti. Una prima ricapitalizzazione delle banche, che ha avuto luogo nel novembre 2015, ha provocato la spoliazione di una parte di questi investitori.
Il governo italiano, indebolito dai risultati delle ultime elezioni comunali del giugno 2016 – elezioni che hanno visto il successo del M5S a Roma e Torino – non ha per nulla voglia di provocare una gravissima crisi sociale nel prossimo anno. È per questa ragione che vuole imporre alle autorità europee un «salvataggio», vale a dire una socializzazione delle perdite. Ma su questo punto si trova di fronte al rifiuto dalla Germania. Questo rifiuto non è dettato solo da considerazioni di natura finanziaria, ma soprattutto perché significherebbe il fallimento dell’unione bancaria, e questo meno di un anno dopo la sua entrata in vigore. Nella prova di forza che contrappone il governo italiano e il governo tedesco, ci saranno solo perdenti.
Se la Germania impone la sua visione, l’impatto sociale della crisi bancaria metterà l’Italia a ferro e a fuoco e causerà un crollo dei partiti tradizionali [PD di centro-sinistra e Forza Italia di centro-destra], che sono sempre più coinvolti in molti casi di collusione e corruzione con i direttori delle banche. Se il governo italiano ignora l’opposizione tedesca e decide di optare per un «bail-out», la somma da assumere [almeno 70 miliardi di Euro, pari al 4,4% del PIL] si tradurrà in un forte aumento del deficit di bilancio e ridurrà a zero la credibilità delle istituzioni dell’ Eurozona.
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La crisi bancaria italiana occuperà sicuramente gran parte dell’estate e dell’autunno. Ora, dobbiamo essere consapevoli del fatto che questa crisi avrà luogo mentre la situazione della Deutsche Bank in Germania è molto preoccupante, e che le entrate di bilancio in Grecia sono in fase di crollo, in particolare con una caduta media del 20% delle entrate IVA, a causa dello «sciopero fiscale» che si sta ormai sviluppando in questo Paese.
Tutto si paga, un giorno o l’altro. Avendo rifiutato il principio di solidarietà all’interno dell’Eurozona, la Germania ha imposto la sua visione delle regole; ma oggi si rende conto che questo punto di vista è insostenibile per i Paesi dell’Europa meridionale. Essa è dunque presa tra due fuochi tra il perseguimento di una politica suicida che non funziona e il riconoscimento degli errori passati. Ciò che rende il problema ancora più grave è che il peso dell’Italia è molto maggiore di quello della Grecia. Tutti capiscono che l’uscita dell’Italia dall’Euro significherà la morte della moneta unica. La crisi greca dell’estate 2015 è stato l’antipasto; la crisi italiana sarà LA crisi dell’Eurozona.
Di Jacques Sapir
28 luglio 2016 – http://megachip.globalist.it/Detail_News_Display?ID=126299&typeb=0&italia-la-crisi-in-arrivo
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Nota [1] FMI finanziari indicatori di solidità Database
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