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Faranno il Deserto e lo chiameranno Pace

Saremo ancora in grado di volare e rendere libere le nostre anime? L'anima libera è rara, ma quando la vedi la riconosci, soprattutto perché provi un senso di benessere quando le sei vicino.

Mese

agosto 2016

LA REALTA’ E’ TUTTA UN’ALTRA COSA

#Islam #musulmani #Donna #velo #Umanità

Fonte Twitter:  @KENZAH76

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YEMEN, ECCO DOVE COLPISCONO LE BOMBE “MADE IN ITALY”

#Yemen #SaudiArabia #ArabiaSaudita #ExportArmi #bombe #ReteDisarmo #Opal #MatteoRenzi #RobertaPinotti #PaoloGentiloni #CostituzioneItaliana #Egitto #AlSisi #GiulioRegeni #rifugiati #migranti #profughi #USA #ClusterBomb #UK #Germania

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Gli ordigni sganciati sullo Yemen imbarazzano Roma. E alzano il velo anche sul traffico d’armi con l’Egitto del dittatore Al Sisi

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I caccia F15 della Royal Saudi Air force sfrecciano nei cieli dello Yemen. Da oltre un anno sganciano bombe a pioggia. I raid si susseguono senza sosta. Partono dalle basi a sud di Riyad. In pochi minuti raggiungono l’obiettivo, lo distruggono e tornano indietro. Una meccanica mortale, che costringe intere famiglie all’esilio. Ma è una sigla incisa su un ordigno che fa di quel conflitto lontano una carneficina che ci riguarda da vicino: MK83, un modello prodotto da Rwm Italia.

Questo marchio di fabbrica sta creando forte imbarazzo al governo Renzi, che ora deve affrontare una situazione paradossale. Ad aprile, infatti, sono sbarcati sulle coste siciliane i primi profughi yemeniti messi in fuga dai bombardamenti con le MK83. Questa è la stessa bomba da 460 chili fotografata da Ole Solvang – ricercatore della ong Human Rights Watch – sul campo di battaglia.

Mimetizzata tra le macerie di un palazzo di Saana, a soli cinquanta chilometri dal confine, c’è la prova dell’utilizzo di ordigni made in Italy da parte della coalizione a guida saudita. Così partecipiamo indirettamente alla guerra tra i ribelli sciiti Houthi, graditi all’Iran, e le forze governative appoggiate dal potente vicino sunnita che ha dispiegato aerei, truppe di terra e imposto il blocco navale.

Le autorizzazioni all’export dell’industria bellica, infatti, le rilascia il nostro ministero degli Esteri. Regola che vale anche per le armi assemblate dalla succursale italiana dal colosso tedesco Rheinmetall Defence. La società si chiama, appunto, Rwm Italia Spa. Sede operativa a Domusnovas, nel cagliaritano. Proprio da qui, nel 2015, sono partite cinquemila bombe. Un quinto in più rispetto all’anno precedente. La fabbrica ha prodotto armamenti per 41 milioni di euro contro i 27 milioni del 2014. È nei momenti di crisi e tensioni globali che i guadagni del settore crescono.

IL VALORE DELLE ARMI

La guerra in Yemen, lontana dagli occhi, vicina agli interessi nazionali. Nel 2015 il valore dell’export di armi è più che triplicato. La cifra record dal dopoguerra è di oltre 8 miliardi e duecento milioni di euro. Il giro d’affari è contenuto nella relazione del governo sul “controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento”, presentata alle Camere il 18 aprile scorso.

Tuttavia il rapporto non dice tutto. «Del totale fanno parte oltre 3 miliardi di euro per i programmi di cooperazione che riguardano principalmente i paesi Nato e Ue: programmi che la Farnesina considera un tutt’uno insieme alle reali autorizzazioni alle spedizioni all’estero, contribuendo così a falsare le percentuali delle licenze per paesi e per zone geopolitiche», sottolinea Giorgio Beretta dell’ Osservatorio sulle Armi Leggere , che critica la scarsa trasparenza: «La relazione è ormai praticamente inutile per conoscere i dettagli delle operazioni. Tranne i valori monetari complessivi e i generici materiali militari suddivisi per paese, il documento non indica nemmeno quest’anno quali siano i destinatari delle 2.775 autorizzazioni rilasciate».

Nel report governativo è facile perdere l’orientamento tra tabelle e codici. Non per gli analisti, che hanno ricavato qualche informazione utile: 5 mila bombe partite dalla Sardegna per varie destinazioni. Molte di queste utilizzate dalla Royal Saudi Air force nella guerra in Yemen. E che dire degli oltre 3.600 fucili della Benelli forniti alle forze di sicurezza del regime egiziano di Al Sisi, che sta cercando di ostacolare le indagini sull’omicidio di Giulio Regeni.

Per ricostruire le spedizioni “incriminate” verso Riyad occorre leggere con attenzione l’esposto inviato alla procura di Roma dalla “Rete disarmo” che punta il dito contro «noti da identificare» per la violazione della legge 185 che regola l’esportazione di armamenti: il 29 ottobre 2015 «diverse tonnellate di ordigni e munizioni sono state imbarcate all’aeroporto civile di Cagliari Elmas, su un cargo Boeing 747 della compagnia Silk Way dell’Azerbaigian, con destinazione diretta Arabia Saudita. Il cargo in questione, rintracciato dai sistemi di rilevamento, è giunto a Taif località in cui è situata un base militare della Royal Saudi Armed Forces», si legge nel documento in mano ai pm.

Gli autori della denuncia precisano, poi, che tra il 2015 e inizio 2016 sono state perfezionate diverse spedizioni (almeno sei) «di ordigni militari assemblati in Italia alla volta dell’Arabia Saudita». Inoltre, «diversi documenti e comunicazioni diplomatiche provano l’invio di componenti di bombe dal territorio della Ue alla penisola arabica». Ulteriori spunti “investigativi” li forniscono le carte, menzionate nella denuncia, che spiegano come «alcuni pezzi siano partiti dal porto di Genova e siano arrivati a Gedda, in Arabia Saudita. Da lì sono stati trasferiti a Jebel Ali, a Dubai, e poi via terra a un centro di produzione di armi di Abu Dhabi, la capitale degli Emirati Arabi Uniti. Il tutto è salpato da Genova perché realizzato in Sardegna dalla RWM Italia».

Anche in Germania è diventato un caso l’affaire bombe. Il partito di sinistra della Linke ha chiesto conto al governo del commercio da parte della società tedesca in territorio saudita. Il chiarimento è arrivato dal ministero dell’Economia: «Quella della Rwm è un’esportazione italiana». Merkel e la sua squadra negano ogni responsabilità. La risposta, però, non assolve del tutto Berlino, che resta grande protagonista di questo business. Il settimanale “Der Spiegel” ha quantificato in 180 milioni il business bellico con la monarchia saudita. Il dato si riferisce ai primi mesi del 2015, in pieno conflitto.

L’INCONTRO TRA GENTILONI E IL RE

Dopo l’esposto consegnato a piazzale Clodio, sul tavolo del ministro degli Esteri Paolo Gentiloni sono arrivate diverse interrogazioni parlamentari. Le risposte, però, non hanno soddisfatto né deputati né attivisti per i Diritti Umani: «L’Italia rispetta, ovviamente, le leggi del nostro Paese, le regole dell’Unione europea e quelle internazionali, sia per quanto riguarda gli embarghi che i sistemi d’arma vietati» ha spiegato in aula. In un successivo intervento, poi, ha chiarito che «l’Italia riconosce il diritto dell’Arabia Saudita a difendere la propria sicurezza».

Alcuni mesi dopo quelle parole, il 2 giugno 2016, Gentiloni è volato a Gedda per incontrare il re. Un primo incontro per promuovere la tecnologia e il brand italiano. Ancor prima era stato il premier Matteo Renzi a volare dai sauditi per stringere accordi bilaterali. Sul piano economico l’Arabia è il nostro principale partner commerciale nel Golfo e il quarto fornitore di petrolio. Di fronte agli accordi commerciali in grado di muovere miliardi di euro, ecco che i processi sommari, la pena di morte (nell’ultimo anno un’esecuzione capitale ogni due giorni), l’oppressione delle minoranze, delle donne e degli omosessuali, diventano dettagli irrilevanti.

QUASI 26MILA LE VITTIME CIVILI

Eppure dovremmo sentire il peso di una responsabilità maggiore. Perché gli uomini e le donne che fuggono dal Corno D’Africa sbarcano anche sulle nostre coste. A fine aprile insieme ai tanti migranti c’erano anche i primi yemeniti. Sessantasei arrivati e accolti dall’Italia per chiedere asilo politico nei primi 7 mesi. Esportiamo bombe e importiamo rifugiati. Il cinismo nel nome degli affari. Secondo il centro legale per i Diritti e lo sviluppo – una Ong locale – si contano già più di 9mila morti, quasi 26 mila vittime tra i civili, 16.690 feriti e 2 milioni e 400 mila sfollati. Fuori da questi numeri ci sono ventisei milioni di persone che necessitano di urgenti aiuti.

A. ha 23 anni, fino a gennaio viveva a Sanaa con sua moglie e tre figli. È uno dei migranti sbarcato a Lampedusa: «Quando gli Houthi sono arrivati in città hanno cercato di ingrossare la milizia reclutando i civili: chi si rifiuta viene rapinato, arrestato o ucciso. Insieme a mio fratello sono finito in carcere ma mentre io sono stato rilasciato di lui non sappiamo nulla». Nei mesi precedenti A. aveva perso anche il padre durante un attentato alla moschea. Il suo quartiere, vicino alla casa presidenziale, è uno dei più colpiti dai raid aerei. Per mettersi in salvo ha racimolato 2.500 dollari e preso un volo per il Sudan. «Da Khartum ci siamo messi nelle mani dei “passeur” e affrontato il deserto per raggiungere Alessandria d’Egitto. Alcuni miei connazionali hanno preso una barca per la Grecia mentre io ho scelto l’Italia».

VIOLAZIONI DEL DIRITTO UMANITARIO

La guerra è contro le leggi di Dio anche per i musulmani sunniti e sciiti sulle barricate da un anno e mezzo. L’Islam prevede che non si possa andare in battaglia direttamente se non si viene attaccati. Così la guerra sporca la fanno i contractor: americani, inglesi ma anche filippini e senegalesi. Ai soldati yemeniti prima dello scoppio delle ostilità è stato chiesto di schierarsi. «Con chi stai?» è la domanda che ha permesso a lealisti e ribelli di dividersi le truppe che i generali comandano come eserciti personali. Tra i beneficiari di questo caos ci sono i combattenti di Al Qaeda e dei gruppi legati all’Is, che hanno trovato spazio nel Paese.

Le potenze occidentali forniscono munizioni, intelligence, rifornimenti e altre forme di sostegno alla coalizione guidata dai sauditi, nonostante questa sia responsabile di quelli che l’Onu ha definito «attacchi diffusi e sistematici a bersagli civili». Secondo il Congresso di Washington tra maggio e novembre gli Stati Uniti hanno venduto un totale di oltre 20 miliardi di dollari di armamenti a Riyad, comprese le famigerate “cluster bomb” messe al bando dalla comunità internazionale per gli effetti micidiali sui civili.

Anche la Gran Bretagna si è macchiata della stessa colpa: tra la licenze autorizzate da Londra ci sono ordini per 2 miliardi e 800 milioni di sterline. Dopo questa scoperta gli attivisti della campagna contro il commercio delle armi hanno chiesto all’Alta Corte di Giustizia una revisione della legge sulle esportazioni. Mercoledì 29 giugno il giudice Gilbart si è espresso in questi termini: «Abbondanti prove di violazioni del diritto internazionale umanitario da parte del regime saudita che devono essere prese in considerazione».

Intanto, i colloqui di pace tentati dalle Nazioni Unite in Kuwait sono naufragati e il rischio è una Somalia bis con scontri tra tribù per il controllo del Paese. Mentre dal cielo continuano a cadere bombe made in Italy. Che distruggono villaggi e città. Da dove fuggono i futuri profughi che sbarcheranno sulle nostre coste.

 

Di Michele Sasso e Giovanni Tizian

 

23 agosto 2016

Fonte: http://espresso.repubblica.it/attualita/2016/08/22/news/ecco-dove-colpiscono-le-bombe-made-in-italy-1.280811

Le News di PandoraTV del 30 agosto 2016

– Vietale alla #Russia le #Paralimpiadi fino al 2018
– #Mosca cita in giudizio #Kiev per crimini di guerra
– Il #gas russo è più vicino alla #Turchia
– Il #TTIP è finito? Arriva il #CETA
– #Brasile, il voto che potrebbe cancellare la democrazia
– L’#Iran non si fida

 

30 agosto 2016

Fonte: PandoraTV

LIBIA – EMERGENCY INTERROMPE LE ATTIVITA’ NEL PAESE: “RIPETUTI ATTI DI VIOLENZA DA PARTE DELLA POLIZIA”

#Libya #Emergency #Gernada #ospedale #evacuazione #violenze

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Nelle ultime settimane Emergency ha assistito a gravi episodi di violenza da parte delle forze di polizia locale all’interno dell’ospedale di Gernada, nell’est della Libia, e per questa ragione, in accordo con il ministero della Sanità, ha interrotto le attività cliniche, offrendo la sua disponibilità a intervenire in altre zone del Paese.

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È stata una decisione sofferta, soprattutto in un momento di grande incertezza come quello che il Paese sta vivendo. Tuttavia, nonostante le ripetute rassicurazioni da parte delle autorità locali, a Gernada non c’erano più le condizioni essenziali per garantire la sicurezza dei pazienti e dello staff.
“Dopo aver assistito a ripetuti atti di violenza da parte della polizia locale, anche nei confronti del nostro personale libico, abbiamo deciso di sospendere le attività dell’ospedale. Non potevamo rimandare oltre questa decisione, ma siamo molto preoccupati per la popolazione: il sistema sanitario libico è collassato e ancora una volta saranno i civili a pagare le conseguenze del caos in cui la Libia è sprofondata a partire dal 2011”, dice Emanuele Nannini, vice coordinatore dell’Ufficio Umanitario di Emergency.
Emergency aveva aperto il Centro chirurgico di Gernada lo scorso 12 ottobre per curare i feriti dei combattimenti nelle zone di Bengasi e Derna.
In 10 mesi, presso il Centro chirurgico, i nostri medici e infermieri hanno curato 1.400 persone. Nello stesso periodo, siamo stati impegnati anche nella formazione dello staff locale per la gestione dei feriti di guerra.
Con la nostra partenza, lo staff locale e l’ospedale – che abbiamo completamente ristrutturato ed equipaggiato – rimangono a disposizione delle autorità sanitarie libiche.
Insieme al ministero della Sanità libico, Emergency sta valutando diverse opzioni per riprendere quanto prima le attività di assistenza chirurgica alle vittime di guerra in una diversa località.
29 agosto 2016
Fonte: http://www.agoravox.it/Libia-Emergency-interrompe-le.html
Qui il comunicato di Emergency: http://www.emergency.it/comunicati-stampa/index.html?utm_source=twitter-emergency&utm_medium=social&utm_content=20160828&utm_campaign=libia

IN FUGA DALLE PERSECUZIONI A CASA, MIGLIAIA DI ROHINGYA APPRODANO IN MALESIA

#Rohingya #Myanmar #rifugiati #profughi #Malesia #persecuzioni #musulmani

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Ci sono più di 150.000 rifugiati e richiedenti asilo in Malesia – il 90 per cento di loro provengono dal Myanmar

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La Malesia sta prendendo in considerazione l’apertura del suo mercato del lavoro per migliaia di profughi, che sono per lo più Rohingya e fino ad ora non hanno alcun diritto legale di lavorare nel Paese.

Anche se non è tra i firmatari della Convenzione sui rifugiati delle Nazioni Unite, la Malesia, a maggioranza musulmana, ospita un gran numero di musulmani Rohingya, che sono evitati e perseguitati dalla maggioranza buddista in Myanmar.

Qui ci sono alcuni fatti circa i rifugiati in Malesia e i Rohingya:

  • A partire dalla fine di giugno di quest’anno, ci sono circa 150.700 rifugiati e richiedenti asilo in Malesia, la terza più grande economia del Sud-Est asiatico, con una popolazione di 30 milioni di abitanti. Tra loro ci sono 34.000 i bambini di età inferiore ai 18 anni.
  • Circa il 90 per cento dei rifugiati e richiedenti asilo del Paese provengono dal Myanmar. In cima alla lista ci sono 53.140 Rohingya, seguita dall’etnia Chin del paese, i musulmani del Myanmar, di Rakhines e altre etnie.
  • I rimanenti rifugiati e richiedenti asilo provengono da Sri Lanka, Pakistan, Somalia, Siria, Yemen, Iraq, Afghanistan e territori palestinesi.
  • I Rohingya sono spesso indicati come “Bengalesi” in Myanmar, un termine che implica che sono immigrati clandestini provenienti dal Bangladesh, sebbene le famiglie Rohingya abbiano vissuto nella zona per generazioni. Sono apolidi in quanto lo Stato non riconosce loro la cittadinanza.
  • La violenza settaria tra buddisti e musulmani Rohingya nello Stato occidentale di Rakhine del Myanmar nel 2012 ha prodotto circa 145.000 sfollati e circa 20.000 case sono state distrutte. Si stima che circa un milione di Rohingya vivano nello Stato di Rakhine.
  • Il peggioramento della violenza ha scatenato un esodo via mare. Circa 25.000 Rohingya e migranti economici del Bangladesh si sono imbarcati su barche di contrabbandieri tra gennaio e marzo 2015, quasi il doppio rispetto allo stesso periodo nel 2014. Si stima che circa 300 persone sono morte in mare durante questo periodo a causa di fame, disidratazione e gli abusi da parte degli equipaggi delle barche.
  • Migliaia di Rohingya e bengalesi sono stati abbandonati in mare per settimane nel maggio 2015 dopo che le autorità thailandesi hanno dato un giro di vite alla rotta di contrabbando popolare, innescando la crisi asiatica dei migranti.
  • In Malesia e in Indonesia si è conclusa l’impasse, accettando di offrire un rifugio temporaneo alle persone in barca, a condizione che un processo di reinsediamento e di rimpatrio sarebbe stato effettuato entro un anno dalla comunità internazionale.
  • Di oltre 1.000 persone che sono sbarcate in Malesia nel maggio 2015, 371 di loro sono stati identificati come Rohingya, fonte di “preoccupazione” per l’Agenzia per i Rifugiati delle Nazioni Unite. Finora, solo 36 sono stati reinsediati negli Stati Uniti, partiti nel maggio di quest’anno.

 

Di Beh Lih Yi

 

Kuala Lumpur, 30 agosto 2016

Fonte: http://news.trust.org/item/20160830030159-t1h1q/

 

Traduzione: Faranno il Deserto e lo chiameranno Pace

PALESTINA, LA “SCUOLA DI GOMME” A RISCHIO DEMOLIZIONE. I BAMBINI IN PRIMA LINEA PER DIFENDERLA

#Palestina #Cisgiordania #AreaC #VentoDiTerra #OngItaliana #ScuolaDiGomme #demolizione #InsediamentiIsraeliani #beduini #DirittoAlloStudio #DirittoDelFanciullo #IVConvenzioneDiGinevra

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Nota delle Admin: Non ci crederete, ma questo articolo lo ha pubblicato il …. Corriereeeeeeeeeeeeeeeee!!!!!

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Rispetto dei diritti dei bambini, difesa della Scuola di gomme e del diritto delle comunità beduine a rimanere sulla propria terra. E’ l’appello lanciato dalla Ong Vento di Terra, che ancora una volta denuncia come la Scuola primaria  -che ospita 8 classi ed è la prima struttura per minori palestinesi realizzata in Area C dal 1967 – sia in pericolo. Per questo 178 bambini e bambine beduini hanno ripreso le attività didattiche con due settimane di anticipo per difendere la loro scuola. Secondo quanto fa sapere l’Ong italiana, i coloni del vicino insediamento di Kfar Adumim considerano la scuola un rischio e non avendo un’utilità sociale andrebbe demolita. Dello stesso parere l’esecutivo israeliano che avrebbe intenzione di demolire la scuola e riallocare in tempi brevi gli alunni nel plesso di Al Jabal.

A confermare questa ipotesi, la richiesta all’Ambasciata d’Italia a Tel Aviv del Primo Ministro israeliano di un incontro relativo all’imminente smantellamento dell’edificio.

La Scuola di Gomme è stata realizzata dalla Ong Vento di Terra nell’estate del 2009 ed è divenuta un simbolo del diritto all’istruzione. Si tratta di una struttura senza fondamenta, un progetto architettonico di ARCò – Architettura e Cooperazione. La scuola è stata costruita seguendo i principi di architettura bioclimatica utilizzando 2.200 pneumatici in disuso e argilla.

La scuola, simbolo della tutela dei diritti della popolazione beduina in una area segnata dall’espansione degli insediamenti israeliani, è dalla sua fondazione sotto ordine di demolizione. La Corte suprema israeliana si è espressa nel 2014 invitando le parti a trovare un accordo e ribadendo il valore sociale della struttura.

«Oggi, la scuola torna ad essere oggetto di un ordine di demolizione, da inquadrare nella politica israeliana in Area C, volta al trasferimento forzato delle comunità beduine. La scuola si trova nel “Corridoio E1”, dove il Governo israeliano intende completare il “Muro di separazione”, dividendo di fatto ciò che resta della Palestina in due tronconi. Da un punto di vista legale, la demolizione e ricostruzione della scuola di Khan Al Ahmar in luogo diverso costituirebbero una grave violazione del diritto internazionale umanitario. Ricordiamo la IV Convenzione di Ginevra, e in particolare gli art. 49 e art. 53 che vietano alla potenza occupante trasferimenti forzati della popolazione civile e demolizioni» spiega in una nota l’Ong.

Vento di Terra continuerà a presidiare la struttura, richiamando il senso e il valore di un modello educativo che ha permesso ai minori dell’area di esercitare il proprio diritto allo studio.

Intanto i massimi giudici dello Stato di Israele ieri hanno rinviato alla prossima settimana la sentenza che deciderà se la scuola primaria costruita dall’Ong italiana continuerà ad esistere o se invece sarà demolita come chiedono i coloni del vicino insediamento di Kafr Adumim.

 

Di Gaia Pascucci

 

24 agosto 2016

Fonte: http://sociale.corriere.it/palestina-la-scuola-di-gomme-a-rischio-demolizione-i-bambini-in-prima-linea-per-difenderla/

A ISRAELE NON PIACE IL DO DI PETTO

#israele #Donna #HannaGoor #cantante #spettacolo #stop

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Bikini sotto alla camicia sbottonata: l’outfit della cantante Hanna Goor non è piaciuto agli organizzatori dell’evento a cui stava partecipando. Da qui la decisione di far finire anzitempo la sua esibizione.

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Se la Francia mette al bando il burkini in spiaggia, Israele mette in chiaro che gli artisti che si esibiscono in eventi sponsorizzati dal governo devono vestirsi in modo pudico. O, almeno, più pudico di come farebbero se fossero loro a scegliere l’abbigliamento. E la cosa ha causato qualche polemica.

CON LA CAMICIA APERTA
Ad alzare il polverone è stata la cantante Hanna Goor, che si stava esibendo al festival musicale Hagaugust, sulla spiaggia di Ashdod. Come ha raccontato al giornale Haaretz, a un certo punto della sua performance gli organizzatori dell’evento le hanno chiesto di abbottonarsi la camicia, che stava portando aperta sopra alla parte superiore del bikini. Al suo rifiuto, l’hanno costretta ad abbandonare il palco e, alla sua richiesta di spiegazioni, le hanno spiegato che non era vestita nel modo adeguato.

STOP DOPO TRE BRANI
Hanna ha dichiarato di non poter accettare un doppio standard per uomini e donne. In più, visto che stava partecipando a un evento in spiaggia, ha aggiunto che per lei il bikini era un abbigliamento del tutto consono: «Non era una provocazione, ma semplicemente una questione di comodità. È estate, fa caldo ed eravamo in spiaggia». E invece la sua esibizione, che sarebbe dovuta durare trenta minuti, è stata interrotta dopo appena tre canzoni.

LE DIMENSIONI CONTANO?
Sulla vicenda ha fatto chiarezza il Ministero della Cultura, che patrocinava l’evento: «Eventi finanziati da soldi pubblici devono rispettare la collettività del pubblico. Da ora in poi queste istruzioni saranno valide per tutti gli show del genere», ha detto il portavoce del ministro. Si chiude così un episodio che Hanna Goor ha definito «deprimente, primitivo, offensivo e triste». Nonché un insulto alla libertà di espressione: «Forse se avessi avuto un seno più piccolo, tutto questo non sarebbe successo», ha concluso con amarezza.

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30 agosto 2016

Fonte: http://letteradonna.it/255862/hanna-goor-israele-bikini-cantante/

TUNISIA: FERMATI 18.000 ASPIRANTI “FOREIGN FIGHTER” – PER IL PREMIER USCENTE ESSID, QUESTO E’ IL MAGGIORE SUCCESSO DEL SUO GOVERNO

#Tunisia #politica #Governo #terrorismo #LottaAlTerrorismo #ForeignFighter #AttaccoTerroristico #JebalSammama #OkbaIbnNafaa

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Nota delle Admin: Il Premier uscente Essid dice che riguardo al terrorismo ha avuto il suo più grande successo durante il suo mandato. Molto probabilmente, invece, il suo più grande successo è aver goduto della sua posizione per farsi gli emeriti affari propri, come ad esempio lucrare sull’esportazione di olio tunisino in Italia, favorito anche da una apposita legge dell’Unione Europea, visto che nella sua vita da “civile qualunque” è possessore di coltivazioni di ulivi (ohibò). Adesso passa le consegne al Premier più giovane che la Tunisia abbia mai avuto in assoluto, Chahed Youssef. Staremo a vedere. Nel frattempo gli attacchi terroristici sui monti al confine con l’Algeria continuano…..

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TUNISI, 30 Agosto 2016 – Il ministero dell’Interno tunisino ha impedito dal gennaio 2015 ad agosto 2016 a circa 18 mila giovani cittadini di partire per le zone del Jihad in Siria, Iraq e Libia.

Lo ha affermato l’ex premier tunisino, Habib Essid, alla cerimonia del passaggio di consegne al nuovo capo del governo di unità nazionale, Chahed Youssef, presentando questa cifra come il successo più importante del suo governo.

Essid ha inoltre auspicato che il nuovo esecutivo si impegni a proseguire gli sforzi a sostegno delle istituzioni militari e di sicurezza per lottare contro il terrorismo jihadista. Fenomeno che proprio ieri, nel primo giorno di insediamento del nuovo governo, è tornato a colpire sul monte Semmama uccidendo tre militari e ferendone altri 9.

Che l’imposizione dello stato di diritto sia una lotta quotidiana in Tunisia, lo dimostra anche il fatto che ieri le autorità tunisine hanno dovute intervenire con agenti di polizia presso la sede del partito salafita Hizb Ut Tahrir, formalmente sospeso per 30 giorni il 16 agosto scorso, per rimuovere insegne del partito nella nuova sede dello stesso all’Ariana, nei pressi della capitale. Il partito Hizb ut Tahrir, ha risposto oggi con un comunicato in cui sfida le autorità ritenendo l’azione illegittima.

Il partito salafita ‘della Liberazione’, regolarmente autorizzato dal ministero dell’Interno tunisino nel luglio 2012, paladino dell’ortodossia islamica, ha incontrato diversi problemi con la legge proprio per via delle sue posizioni estremiste, quali il rifiuto della democrazia, dei simboli della civiltà occidentale e la volontà di restaurare il Califfato universale.

 

Fonte: http://www.ansamed.info/ansamed/it/notizie/rubriche/cronaca/2016/08/30/tunisia-essid-fermati-18.000-aspiranti-foreign-fighter_e087e0dc-db03-4de8-8187-478d4218c174.html

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TUNISIA: “OKBA IBN NAFAA” RIVENDICA IMBOSCATA CON TRE MORTI

TUNISI, 30 Agosto 2016 – La brigata tunisina ‘Okba Ibn Nafaa’ ha rivendicato con un tweet l’attacco di ieri contro una pattuglia dell’esercito nei pressi del monte Sammama causando la morte di tre militari ed il ferimento di altri 9.

Il gruppo Okba Ibn Nafaa è stato decimato da un blitz delle forze speciali tunisine una decina di giorni dopo la strage del museo del Bardo a marzo del 2015. In tale occasione venne ucciso il leader algerino Lokman Abou Sakher. Il gruppo Okba Ibn Nafaa opera nei dintorni dei monti Chaambi e Selloum, a Kasserine, non lontano dal confine algerino, ed è coadiuvato da elementi algerini nella lotta contro le autorità di Tunisi, in particolar modo le forze armate e di polizia.

 

Fonte: http://www.ansamed.info/ansamed/it/notizie/rubriche/cronaca/2016/08/30/tunisia-okba-ibn-nafaa-rivendica-imboscata-con-3-morti_dd0fdcc5-9127-4d3d-9ee2-4450829a06a4.html

 

Leggere anche qui: http://www.tunivisions.net/68415/article/katibat-okba-ibn-nafaa-a-revendique-l-attaque-de-jebal-sammama.tnv

ALEPPO, UCCISO IL PORTAVOCE DELL’ISIS AL-ADNANI: ISPIRATORE DEI “LUPI SOLITARI”

#Syria #Aleppo #ISIS #AlAdnani #LupiSolitari

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Ancora un altro colpo all’Isis. Il portavoce del Daesh Abu Muhammad al-Adnani è stato ucciso durante un attacco ad Aleppo. Lo ha annunciato l’agenzia Amaq, legata all’Is. Lo riferisce il Site, il sito americano di monitoraggio dell’estremismo islamico sul web. È l’uomo che aveva chiesto ai “lupi solitari” di colpire in Europa. Non è stato ancora verificato da chi sia stato condotto il raid, forse opera dell’aviazione americana.

Abu Mohammad al-Adnani, il capo della propaganda e “portavoce” dell’Isis, braccio destro operativo del Califfo al-Baghdadi, coordinatore del terrorismo in Occidente nonché agitatore dei “lupi solitari” che hanno insanguinato l’Europa, è stato ucciso ad Aleppo, la martoriata città siriana.
Ad annunciarlo è Amaq, l’agenzia del sedicente Califfato, la macchina della propaganda creata dallo stesso Adnani, in un laconico messaggio lanciato in serata che è stato captato e diffuso dal Site, il sito di monitoraggio dell’estremismo su internet.
Figura sfuggente quanto quella di al-Baghdadi – benché di lui circolino diverse fotografie -, con una taglia di 5 milioni di dollari sulla sua testa, Adnani sarebbe già scampato ad un raid nel gennaio di quest’anno, nel quale sarebbe però rimasto ferito. Secondo il comando congiunto iracheno, avrebbe perso molto sangue e sarebbe stato operato d’urgenza in un ospedale.
Il messaggio odierno, in lingua inglese e araba, afferma che Adnani “ha subito il martirio mentre coordinava le operazioni per respingere la campagna militare contro Aleppo”. E segue la minaccia di una vendetta.
Siriano di Idlib, di età compresa fra i 37 e i 39 anni, Adnani era considerato dalle intelligence occidentali come il braccio destro del ‘Califfo’ Abu Bakr al-Baghdadi di cui, fra l’altro, non si registrano più messaggi da tempo.
A lui, come capo della propaganda, si deve l’annuncio nel giugno del 2014 della fondazione dello Stato islamico gerarchizzato in un Califfato in Siria e Iraq, che proiettò in avanti il gruppo combattente Isis, uscito come una costola da Al Qaida: da milizia e gruppo terroristico a entità politica, embrione di stato, in grado di governare un territorio che, come una terra promessa, attirasse aspiranti jihadisti da tutto il mondo.
In una posizione che potrebbe essere accostata forse a quella di Josef Goebbels nel Terzo Reich hitleriano, Taha Sobhi Falaha – questo il suo vero nome – avrebbe costruito – secondo quanto rivelò un’inchiesta del New York Times – l’Emni, il servizio d’intelligence dello Stato Islamico, che ha preso in carico, oltre all’intelligence esterna, anche il coordinamento della jihad del terrore, portata in Europa e in America come strumento di guerra e di vendetta. L’unità controllata da Adnani avrebbe cioè inviato i suoi agenti in giro per il mondo ad organizzare le stragi e gli attacchi all’estero: in Germania, Austria, Spagna, Malaysia, Indonesia, Libano, Tunisia e Bangladesh.
L’Emni avrebbe anche addestrato i terroristi che hanno compiuto, fra l’altro, le stragi di Parigi e di Bruxelles.

Riferimento dei “lupi solitari”. E a lui, secondo quanto hanno appreso i servizi occidentali, facevano ovviamente riferimento i “lupi solitari”, prima di entrare in azione, nel postare le loro dichiarazioni di sottomissione allo Stato islamico. Il suo primo “incitamento” risale al settembre dello stesso 2014, quando sulla rivista dell’Isis ‘Dabiq’ scrisse, rivolto a tutti i musulmani: “Se non siete capaci di trovare una bomba o una pallottola, di spaccare loro la testa (ai “crociati, ndr) con una pietra, di accoltellarli o di metterli sotto con la vostra automobile, di farli cadere da un punto alto o di soffocarli o avvelenarli…
allora date fuoco alle loro case, alle loro auto o alle loro imprese”. Un messaggio ripetuto più o meno con le stesse parole anche di recente, in questa ‘estate di sangue’ che ha funestato l’Europa.

Adnani è famoso per la sua dichiarazione audio di 42 minuti trasmessa dai social media il 22 settembre 2014 durante la quale incitava i singoli musulmani che vivono in Occidente a uccidere i civili nei loro paesi ricorrendo a ogni mezzo possibile, e a farlo senza bisogno di attendere disposizioni più precise dai leader del gruppo terroristico. “Se puoi uccidere un miscredente americano o europeo – specialmente un malvagio e sozzo Francese – o un Australiano, o un Canadese, oppure ogni altro miscredente che fa la guerra, inclusi i cittadini dei Paesi che sono entrati in una coalizione contro lo Stato Islamico, fai affidamento ad Allah e uccidilo in ogni modo o maniera possano esserci. Schiaccia la sua testa con una pietra, o sgozzalo con un coltello, o investilo con la tua vettura, o precipitalo da un luogo elevato, o soffocalo, o avvelenalo”, diceva nel video.
A causa di quel video sulla testa di Adnani pendeva una taglia di cinque milioni di dollari, offerti dagli Stati Uniti, e il 18 agosto 2014, il Dipartimento di Stato statunitense ha inserito al-Adnani nell’elenco dei “Specially Designated Global Terrorist”. Il suo nome compariva nell’elenco degli obiettivi della campagna di bombardamenti in Iraq e in Siria guidata dagli Usa. Gli agenti dell’intelligence francese credono che Abaaoud, ucciso nel corso del blitz della polizia a Saint-Denis, abbia lavorato ai comandi di Adnani in Siria, facendo poi buona impressione su di lui per come riusciva a reclutare jihadisti francofoni.

 

30 agosto 2016

Fonte: http://www.globalist.it/intelligence/articolo/204823/aleppo-ucciso-il-portavoce-dell-039-isisi-al-adnani-ispiratore-dei-039-lupi-solitari-039.html

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