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Il 28 febbraio 2014 l’Arabia Saudita ha dichiarato, in un rapporto presentato al Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unit,e che la pena di morte sui minori non viene applicata affatto ai bambini, e che la definizione di bambino è in linea con l’articolo della Convenzione sui diritti del fanciullo.

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Il 2 gennaio 2016, dopo venti mesi dalla relazione, l’Arabia Saudita ha giustiziato 47 persone, tra cui quattro minorenni. L’esecuzione ha sollevato una serie di denunce a cominciare dal Segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon che ha ha espresso la sua preoccupazione circa la natura delle accuse e l’equità del processo in riferimento all’esecuzione di Sheikh Nimr. Anche l’Alto Commissario per i diritti umani presso le Nazioni Unite, Zeid Ra’ad Al-Hussein ha espresso il suo rammarico per le esecuzioni effettuate dall’Arabia Saudita esortandoli a vietare le esecuzioni. Anche l’Alto rappresentante per la sicurezza e gli Affari Esteri per le politiche dell’Unione Europea, la signora Federica Mogherini, si è detta preoccupata per la situazione riguardante la libertà di espressione e il rispetto dei diritti civili e politici di base, e ha confermato che essi devono essere protetti sempre, soprattutto per la prevenzione del terrorismo. Inutile dire che gli organismi ufficiali sauditi, tra cui il ministero dell’Interno e il ministero della Giustizia, hanno respinto le critiche e hanno affermato che le disposizioni garantiscono la difesa nel rispetto dell’intero iter procedurale fino all’esaurimento di tutti i livelli di contenzioso. Tuttavia, l’Organizzazione europea dell’Arabia Saudita per i diritti umani, conferma che, a giudicare da alcuni casi debitamente documentati, il governo saudita ha commesso delle gravi violazioni nelle esecuzioni contravvenendo a tutta una serie di convenzioni internazionali non garantendo ai condannati un processo equo. 

Come nel caso di Ali Saeed Al-Rebeh che è stato arrestato il 12 febbraio 2012 all’età di diciotto anni e due mesi, accusato di aver partecipato ad alcune manifestazioni nel mese di febbraio del 2011, e per altre accuse quando aveva 17 anni, ed è stato giustiziato sulla base di tali accuse. Un film documentario ha sottolineato come alcuni degli arrestati dall’Arabia Saudita con l’accusa di appartenere ad al-Qaeda fossero giovanissimi e completamente ignari delle accuse che gli venivano mosse. Durante la prima metà del 2016 con ogni probabilità in Arabia Saudita sono state eseguite oltre 100 esecuzioni. Il drammatico record del 2015, con almeno 158 persone messe a morte in un anno, rischia di essere superato alla fine del 2016. L’aumento delle esecuzioni negli ultimi due anni risulta tanto più grave considerando le caratteristiche del sistema giudiziario saudita, che determina condanne alla pena capitale al termine di processi iniqui basati su prove estorte con la tortura. Anche Amnesty International sta svolgendo un’azione decisa per scongiurare l’esecuzione di Ali al-Nimr, nipote di Nimr al-Nimr, messo a morte il 2 gennaio 2016. Arrestato quando era 17enne, Ali al-Nimr è esattamente da due anni nel braccio della morte, giudicato colpevole di “attacco alle forze di sicurezza” e “rapina a mano armata” al termine di un processo irregolare.

Amnesty International chiede alle autorità saudite di annullare la condanna a morte di Ali al-Nimr e disporre un nuovo processo, secondo gli standard internazionali sull’equità dei procedimenti giudiziari e senza ricorso alla pena di morte. Altri due minorenni al momento del reato, Abdullah al-Zaher e Dawood al-Marhoon, sono in attesa di esecuzione per reati simili a quelli attribuiti ad al-Nimr. Entrambi hanno denunciato di essere stati costretti a confessare sotto tortura. L’Organizzazione saudita europea per i diritti umani (Esohr), ha chiamato il governo saudita per una verifica giuridica su queste esecuzioni di minori. Anche l’Esohr come Amnesty International ha documentato l’esistenza di ancora 9 minori che rischiano di essere giustiziati:

Ali al-Nimr,

Abdullah alZaher,

Dawood al-Marhoon,

Hussein Ali albata,

Saeed Mohammed al-Skafi,

Salman Amin al-Koraysh,

Mojtaba alSuwaiket,

Abdullah Salman Al-Sura,

Hassan Abdul Wahab Al-Jazer.

Alcuni di loro sono stati arrestati ad un’età inferiore ai 18 anni. Tutte prove della mancanza delle condizioni necessarie per un processo equo. Inoltre l’Arabia Saudita dovrebbe smettere di usare i media ufficiali per promuovere false accuse nei confronti dei minori, e favorire la difesa degli imputati e dei loro avvocati insieme alle loro famiglie nei media locali, perché l’utilizzo dei mass media per mostrare solo il punto di vista ufficiale ne conferma l’uso sleale. Del resto, l’Arabia Saudita è sempre il paese delle repressioni brutali contro chiunque osi chiedere riforme o criticare le autorità.

Di Cinzia Palmacci

28 luglio 2016

Fonte: http://www.ilfarosulmondo.it/arabia-saudita-sciiti-lesecuzione-capitale/

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