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Non c’era rimasto molto, della Fiat-Fca in Italia. Quindi il trasferimento della sede legale della Exor, la holding che guida Fca, Ferrari, Cnh e Partner Re una galassia di altre società, compresa la Giovanni Agnelli e C. Sapaz – autentica cassaforte della dinastia torinese – può sembrare un episodio tra tanti. Ma era anche l’ultimo legame relativamente forte tra quella galassia e il paese in cui è cresciuta come un tumore, guidandone la distorsione di uno sviluppo mai determinato in base ad esigenze strategiche”collettive” (neanche quelle più biecamente nazionaliste), ma sempre in base al bilancio aziendale.

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L’obiettivo dichiarato dal pallido rampollo della dinastia – quel John Elkann che proprio non riesce a diventare più conosciuto del fratello minore e scapestrato (Lapo) – è un classico dello storytelling finanziario: creare «una struttura societaria più semplice», corrispondente a un profilo di gruppo sempre più multinazionale. Anzi: esclusivamente multinazionale e senza più nulla di “italiano”, se non quel tanto di aura “creativa” che può servire nel marketing.

Il paese in cui Fiat/Fca pagherà le tasse è dunque l’Olanda, la patria del feroce Jeroen Dijsselbloem, il capo dell’Eurogruppo che distribuisce lezioni di austerità e punizioni bibliche (chiedere ai greci per averne un elenco necessariamente sintetico). E le pagherà agli “arancioni” perché lì sono più basse. Stop. Non c’è nessun altro “valore occidentale”, nessuna mistica dell’impresa capitalistica, tantomeno alcuna “responsabilità sociale dell’impresa”.

Le pagherà in Olanda perché l’Unione Europea permette una asimmetria davvero destabilizzante: preme sugli Stati per una politica di bilancio “centralizzata” da Bruxelles e improntata al rigore ordoliberista, ma consente la massima differenziazione delle politiche fiscali applicate alle imprese. Che ovviamente si spostano – come sede fiscale, molto più che come insediamenti produttivi – là dove i governi scelgono di tenerle basse per “attirare capitali stranieri”. Un meccanismo distorsivo e falsificante anche sul piano statistico, perché in questo modo il Pil (prodotto interno lordo) di quei paesi cresce improvvisamente senza che il paese in questione abbia minimamente incrementato le proprie attività produttive. L’esempio dell’Irlanda, nella recente analisi di Panofsky, è semplicemente illuminante (http://contropiano.org/news/news-economia/2016/07/17/ruggito-della-tigre-celtica-le-statistiche-falsate-081799).

Di riflesso – ma di questo difficilmente troverete traccia negli entusiatici commenti dei media di regime – la scomparsa della Fiat dai conti nazionali si tradurrà in una diminuzione del Pil italiano, dunque in un peggioramento degli indici tenuti presenti dai parametri di Maastricht (debito/Pil, deficit/Pil, ecc), quindi in una impossibilità di rispettare gli obiettivi dichiarati dal governo e imposti dall’Unione Europea per i prossimi anni.

E tutti abbiamo imparato a nostre spese come ogni “sforamento” si traduca automaticamente in tagli di spesa e aumento della tassazione indiretta, ovvero quella più distorsiva in quanto si applica ai consumi, non al reddito. L’Iva, per esempio, con un innalzamento previsto dalle varie “clausole di salvaguardia” in caso di mancato raggiungimento degli obiettivi fissati dal Fiscal Compact.

La ristrutturazione della matrioska societaria di casa Agnelli non finisce qui. Il quotidiano di Confindustria riferisce che “il consiglio di amministrazione di Exor ha approvato il progetto di fusione per incorporazione di Exor in Exor Holding, società olandese interamente controllata da Exor.” Difficile per i non addetti ai lavori capire cosa significa questo gioco delle tre carte sotto il comune logo Exor, ma il tutto si riassume in una cosa assai semplice: Exor – la holding che guida Fca, Ferrari, Cnh e Partner Re una galassia di altre società –diventa a tutti gli effetti una società olandese e contribuirà dunque nel bene e nel male (conoscendo gli Agnelli, possiamo già prevedere più mali che benefici) all’economia di quel paese.

Fine della storia. Resta da spiegare a che titolo i Marchionne e gli Agnelli continuino a gestire la politica italiana (“Renzi lo abbiamo messo lì noi”, disse Marchionne a pochi giorni dall’ascensione in cielo del contafrottole fiorentino), come hanno fatto nel corso dell’ultmo secolo.

La pubblicistica sul rapporto di sudditanza tra Italia e Fiat è sterminata. Per un riassunto sintetico, vi riproponiamo qui uno dei tanti articoli che – ben cinque anni fa – interpretavano il “modello Pomigliano” e il “programma Italia” come un passo deciso verso l’uscita della Fiat da questo paese:

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Come gli Agnelli hanno rapinato l’Italia lungo un intero secolo

Maria Rosa Calderoni | su Liberazione

Gioanin lamiera, come scherzosamente gli operai chiamavano l’Avvocato, ha succhiato di brutto; ma prima di lui ha succhiato suo padre; e prima di suo padre, suo nonno Giovanni. Giovanni Agnelli Il Fondatore. Hanno succhiato dallo Stato, cioè da tutti noi.

E’ una storia della Fiat a suo modo spettacolare e violenta, tipo rapina del secolo, questa che si può raccontare – alla luce dell’ultimo blitz di Marchionne – tutta e completamente proprio in chiave di scandaloso salasso di denaro pubblico. Un salasso che dura da cent’anni. Partiamo dai giorni che corrono. Per esempio da Termini Imerese, lo stabilimento ormai giunto al drammatico epilogo (fabbrica chiusa e operai sul lastrico fuori dai cancelli). Costruito su terreni regalati dalla Regione Sicilia, nel 1970 inizia con 350 dipendenti e 700 miliardi di investimento. Dei quali almeno il 40 per cento è denaro pubblico graziosamente trasferito al signor Agnelli, a vario titolo.

La fabbrica di Termini Imerese arriva a superare i 4000 posti di lavoro, ma ancora per grazia ricevuta: non meno di 7 miliardi di euro sborsati pro Fiat dal solito Stato magnanimo nel giro degli anni. Agnelli costa caro. Calcoli che non peccano per eccesso, parlano di 220 mila miliardi di lire, insomma 100 miliardi di euro (a tutt’oggi), transitati dalle casse pubbliche alla creatura di Agnelli.

Nel suo libro – “Licenziare i padroni?”, Feltrinelli – Massimo Mucchetti fa alcuni conti aggiornati: «Nell’ultimo decennio il sostegno pubblico alla Fiat è stato ingente. L’aiuto più cospicuo, pari a 6.059 miliardi di lire, deriva dal contributo in conto capitale e in conto interessi ricevuti a titolo di incentivo per gli investimenti nel Mezzogiorno in base al contratto di programma stipulato col governo nel 1988». Nero su bianco, tutto “regolare”. Tutto alla luce del sole. «Sono gli aiuti ricevuti per gli stabilimenti di Melfi, in Basilicata, e di Pratola Serra, in Campania».

A concorrere alla favolosa cifra di 100 miliardi, entrano in gioco varie voci, sotto forma di decreti, leggi, “piani di sviluppo” così chiamati. Per esempio, appunto a Melfi e in Campania, il gruppo Agnelli ha potuto godere di graziosissima nonché decennale esenzione dell’imposta sul reddito prevista ad hoc per le imprese del Meridione. E una provvidenziale legge n.488 (sempre in chiave “meridionalistica”) in soli quattro anni, 1996-2000, ha convogliato nelle casse Fiat altri 328 miliardi di lire, questa volta sotto la voce “conto capitale”.

Un bel regalino, almeno 800 miliardi, è anche quello fatto da tal Prodi nel 1997 con la legge – allestita a misura di casa Agnelli, detentrice all’epoca del 40% del mercato – sulla rottamazione delle auto. Per non parlare dell’Alfa Romeo, fatta recapitare direttamente all’indirizzo dell’Avvocato come pacco-dono, omaggio sempre di tal Prodi.

Sempre secondo i calcoli di Mucchetti, solo negli anni Novanta lo Stato ha versato al gruppo Fiat 10 mila miliardi di lire. Un costo altisssimo è poi quello che va sotto la voce”ammortizzatori sociali”, un frutto della oculata politica aziendale (il collaudato stile “privatizzazione degli utili e socializzazione delle perdite”): cassa integrazione, pre-pensionamenti, indennità di mobilità sia breve che lunga, incentivi di vario tipo.

«Negli ultimi dieci anni le principali società italiane del gruppo Fiat hanno fatto 147,4 milioni di ore di cassa integrazione – scrive sempre Mucchetti nel libro citato – Se assumiamo un orario annuo per dipendente di 1.920 ore, l’uso della cassa integrazione equivale a un anno di lavoro di 76.770 dipendenti. E se calcoliamo in 16 milioni annui la quota dell’integrazione salariale a carico dello Stato nel periodo 1991-2000, l’onere complessivo per le casse pubbliche risulta di 1228 miliardi». Grazie, non è abbastanza. Infatti, «di altri 700 miliardi è il costo del prepensionamento di 6.600 dipendenti avvenuto nel 1994: e atri 300 miliardi se ne sono andati per le indennità di 5.200 lavoratori messi in mobilità nel periodo».

Non sono che esempi. Ma il conto tra chi ha dato e chi ha preso si chiude sempre a favore della casa torinese. Ab initio. In un lungo studio pubblicato su “Proteo”, Vladimiro Giacché traccia un illuminante profilo della storia (rapina) Fiat, dagli esordi ad oggi, sotto l’appropriato titolo “Cent’anni di improntitudine. Ascesa e caduta della Fiat”. Nel 1911, la appena avviata industria di Giovanni Agnelli è già balzata, con la tempestiva costruzione di motori per navi e sopratutto di autocarri, «a lucrare buone commesse da parte dello Stato in occasione della guerra di Libia».

Non senza aver introdotto, già l’anno dopo, 1912, «il primo utilizzo della catena di montaggio», sulle orme del redditizio taylorismo. E non senza aver subito imposto un contratto di lavoro fortemente peggiorativo; messo al bando gli “scioperi impulsivi”; e tentato di annullare le competenze delle Commissioni interne. «Soltanto a seguito di uno sciopero durato 93 giorni, la Fiom otterrà il diritto di rappresentanza e il riconoscimento della contrattazione collettiva» (anno 1913).

Anche il gran macello umano meglio noto come Prima guerra mondiale è un fantastico affare per l’industria di Giovanni Agnelli, volenterosamente schierata sul fronte dell’interventismo. I profitti (anzi, i “sovraprofitti di guerra”, come si disse all’epoca) furono altissimi: i suoi utili di bilancio aumentarono dell’80 per cento, il suo capitale passò dai 17 milioni del 1914 ai 200 del 1919 e il numero degli operai raddoppiò, arrivando a 40 mila. «Alla loro disciplina, ci pensavano le autorità militari, con la sospensione degli scioperi, l’invio al fronte in caso di infrazioni disciplinari e l’applicazione della legge marziale».

E quando viene Mussolini, la Fiat (come gli altri gruppi industriali del resto) fa la sua parte. Nel maggio del ’22 un collaborativo Agnelli batte le mani al “Programma economico del Partito Fascista”; nel ’23 è nominato senatore da Mussolini medesimo; nel ’24 approva il “listone” e non lesina finanziamenti agli squadristi.

Ma non certo gratis. In cambio, anzi, riceve moltissimo. «Le politiche protezionistiche costituirono uno scudo efficace contro l’importazione di auto straniere, in particolare americane». Per dire, il regime doganale, tutto pro Fiat, nel 1926 prevedeva un dazio del 62% sul valore delle automobili straniere; nel ’31 arrivò ad essere del 100%; «e infine si giunse a vietare l’importazione e l’uso in Italia di automobili di fabbricazione estera». Autarchia patriottica tutta ed esclusivamente in nome dei profitti Fiat. Nel frattempo, beninteso, si scioglievano le Commissioni interne, si diminuivano per legge i salari e in Fiat entrava il “sistema Bedaux”, cioè il “controllo cronometrico del lavoro”: ottimo per l’intensificazione dei ritmi e la congrua riduzione dei cottimi.

Mussolini, per la Fiat, fu un vero uomo della Provvidenza. E’ infatti sempre grazie alla aggressione fascista contro l’Etiopia, che la nuova guerra porta commesse e gran soldi nelle sue casse: il fatturato in un solo anno passa da 750 milioni a 1 miliardo e 400 milioni, mentre la manodopera sale a 50 mila. «Una parte dei profitti derivanti dalla guerra d’Etiopia – scrive Giacché – fu impiegata (anche per eludere il fisco) per comprare i terreni dove sarebbe stato costruito il nuovo stabilimento di Mirafiori». Quello che il Duce poi definirà «la fabbrica perfetta del regime fascista».

Cospicuo aumento di fatturato e di utili anche in occasione della Seconda guerra mondiale. Nel proclamarsi del tutto a disposizione, sarà Vittorio Valletta, nella sua veste di amministratore delegato, a dare subito «le migliori assicurazioni. Ponendo una sola condizione: che le autorità garantissero la disciplina nelle fabbriche attraverso la militarizzazione dei dipendenti». Fiat brava gente.

L’Italia esce distrutta dalla guerra, tra fame e macerie, ma la casa torinese è già al suo “posto”. Nel ’47 risulta essere praticamente l’unica destinataria dell’appena nato “Fondo per l’industria meccanica”; e l’anno dopo, il fatidico ’48, si mette in tasca ben il 26,4% dei fondi elargiti al settore meccanico e siderurgico dal famoso Piano Marshall.

E poi venne la guerra fredda, e per esempio quel grosso business delle commesse Usa per la fabbricazione dei caccia da impiegare nel conflitto con la Corea. E poi vennero tutte quelle autostrade costruite per i suoi begli occhi dalla fidata Iri. E poi venne il nuovo dazio protezionistico, un ineguagliabile 45% del valore sulle vetture straniere… E poi eccetera eccetera.

Mani in alto, Marchionne! Questa è una rapina.

 

 

Di Claudio Conti

 

27 luglio 2016

Fonte: http://contropiano.org/news/news-economia/2016/07/27/agnelli-fuga-un-secolo-rapine-082058