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La guerra – ci hanno detto – ha un odore molto semplice. Esso è composto di tre ingredienti, che impari a conoscere fin dal tuo primo giorno di trincea: polvere da sparo, sangue e merda. La faccenda dovrebbe riguardare soltanto i soldati, ma il più delle volte – e in particolar modo nelle guerre civili – solo in pochi riescono a respirare aromi diversi.

Il distretto di Petrovsky, alla periferia occidentale di Donetsk, è letteralmente attraversato dalla linea del fuoco. Il fronte di battaglia taglia in due le ultime propaggini cittadine: da una parte, a est, i separatisti filorussi; dall’altra, a ovest, l’esercito regolare ucraino. Abbiamo trascorso diverse giornate tra le strade di questo quartiere, dove guerra e vita civile sembrano essersi ormai cementate in un unico, indistinguibile magma. Le ultime palazzine abitate sorgono in fondo a Petrovs’koho Street, a meno di cinquecento metri dai primi bunker delle milizie di Kiev.

Quasi tutte le case sono state bombardate: i rombi più forti si fanno sentire al calar del sole, quando il fuoco incrociato dei cecchini inizia a far tremare le tegole dei tetti. Parlando con le vecchie “babushke”, all’ombra delle soglie in legno dipinto, ti rendi conto di come il loro dizionario si sia improvvisamente arricchito di nuove, tremende parole: “strilià”, sparare; “mina”, bomba; “polimiot”, fucile mitragliatore. Quaggiù, negli ultimi giorni, sono stati feriti almeno cinque civili: è un olocausto continuo e silenzioso, i cui resoconti corrono di bocca in bocca tra le piccole bancarelle del mercato rionale. Quasi tutti gli uomini, almeno per un certo periodo, hanno servito nella milizia filorussa.

Evgenij è uno dei tanti ex “apalceni” separatisti che ancora vivono nel distretto di Petrovsky. Ha quarantadue anni e per un lungo periodo ha abitato in Italia, dove lavorava come imbianchino. Da ciò deriva il suo nome di battaglia, di cui peraltro va piuttosto fiero: “l’Italiano”. “Mi sono arruolato allo scoppio della guerra, perché avevamo le trincee oltre la soglia di casa – racconta -. Non mi interessa la politica, non mi è mai interessata. Sapevo soltanto ciò che avevo davanti agli occhi: qui a Petrovsky abitavano i miei genitori, la mia compagna e il suo figlio piccolo, e le nostre abitazioni erano costantemente sotto il tiro dell’artiglieria. Semplicemente mi sono detto: c’è bisogno di fare qualcosa. Da ragazzo, ero stato militare nell’esercito ucraino, avevo una buona esperienza. Così ho deciso di prendere il fucile”.

Passare dalla vanga al kalashnikov non è mai cosa da poco: in sei mesi di fronte, Evgenij ha avuto i capelli bianchi, ha visto cose di cui forse non vorrà mai più parlare e ha accompagnato al cimitero decine di commilitoni. “Facevo lo sniper, il cecchino – sorride -. Volete sapere se ho mai ucciso? Purtroppo, la risposta è sì: ventisei persone per l’esattezza, e almeno la metà erano polacchi. A volte mi mandavano in missione oltre le nostre linee. Dovevo annientare i tiratori nemici, e potete credermi: non era mai una faccenda semplice. Potevo restare fuori anche per qualche giorno, mimetizzandomi nella vegetazione e strisciando lentamente verso l’obiettivo. Il più delle volte agivo col coltello, che è l’arma più terribile: sbuchi fuori dall’ombra, all’improvviso, e ti ritrovi faccia a faccia con la persona che stai per uccidere. Durante una di queste azioni, a poche centinaia di metri da qui, mi è capitato di dover sopprimere una cecchina donna”.

Oggi Evgenij è tornato a coltivare l’orto della sua piccola izba di periferia. Ha smesso i panni grigioverdi, ma ciò non significa che abbia detto addio alla guerra. Suo fratello è ancora nella milizia: combatte a un paio di chilometri da qui, oltre gli ultimi posti di blocco di Petrovs’koho Street. I rombi del mortaio di fanno sentire tutte le sere, seminando il panico tra i conigli rinchiusi nel pollaio. La grande tettoia in lamiera, fuori in giardino, porta ancora i segni dell’ultimo bombardamento, che risale a pochi mesi fa. Il medesimo marchio contrassegna la palizzata della casa di fronte, il negozio di alimentari oltre la curva, il muro del vicino e la pensilina della fermata dell’autobus. Questa – dicono – è una zona particolarmente sfortunata. Diverse abitazioni sono state centrate dai mortai, tanto che l’intera strada è stata ufficiosamente ribattezzata con un nome tutt’altro che allegro: “Via della morte”. In fondo al rettilineo sorge una scuola elementare, il cui seminterrato è stato convertito, per alcuni mesi, in un improvvisato obitorio di guerra. “Volete sapere quante persone sono morte quaggiù? – ammicca Evgenij – Prendete le cifre ufficiali, e aggiungete uno o due zeri”. La guerra puzza di polvere da sparo, sangue e merda: così raccontano, ed è perfettamente vero. Non esiste altro odore, tra le povere case del distretto di Petrovsky.

Di Lorenzo Giroffi e Andrea Sceresini – in missione nel Donbass per gliocchidellaguerra
7 luglio 2016 – http://www.occhidellaguerra.it/io-cecchino-per-il-mio-paese/

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