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Faranno il Deserto e lo chiameranno Pace

Saremo ancora in grado di volare e rendere libere le nostre anime? L'anima libera è rara, ma quando la vedi la riconosci, soprattutto perché provi un senso di benessere quando le sei vicino.

Mese

luglio 2016

TERRORE FAI DA TE, IL MOSTRO SFUGGE AL SUO STESSO INVENTORE?

#CharlieEbdo #Bataclan #Nizza #Monaco #Bruxelles #Terrore #TerrorismoMondiale #TerrorismoIslamico #FalseFlag #Media #11Settembre #Londra #Madrid #AttentatiFaiDaTe #TerroristaRadicalizzatoRapidamente

 

Il terrorismo mondiale negli ultimi 15 anni sembra essersi articolato in tre fasi diverse. La prima fase è stata quella in cui si è voluto creare il nuovo brand internazionale del cosiddetto “terrorismo islamico”. L’evento madre ovviamente è stato l’11 Settembre, il quale a sua volta era stato ottimamente preparato dalla “false flag” del primo attentato alle Torri Gemelle, otto anni prima. Una volta che i mediamondiali si sono bevuti la messinscena dell’11 Settembre, è stato universalmente stabilito che il terrorismo islamico esisteva, e da quel giorno tutta la geopolitica mondiale ha cominciato a ruotare intorno a questa nuova realtà, con le invasioni dell’Afghanistan e dell’Iraq a farla ovviamente da protagoniste. Poi è arrivato l’attentato di Londra del 2005, e con questa terza “false flag” clamorosa è stato stabilito non soltanto che il terrorismo islamico esisteva, ma che avrebbe potuto continuare a colpirci in ogni momento, in ogni parte del mondo. Grazie a questo, i vari governi occidentali hanno ottenuto di poter dare numerosi giri di vite ai diritticivili dei propri cittadini. Questo ha portato alla chiusura della prima fase.
Terrore-e-a-Monaco
Terrore a Monaco

Nella seconda fase i grandi burattinai del terrorismo mondiale hanno iniziato a godere dei frutti di ciò che avevano seminato. […] Ogni volta che era necessario, negli Stati Uniti arrivava puntuale un comunicato di Bin Laden, inteso a mantenere viva la paura nella popolazione. E quando non c’era un comunicato di Bin Laden, c’era sempre un imbecille pronto a farsi beccare con le mutande piene di esplosivo mentre si imbarcava su un aereo internazionale. Qualunque attentato succedesse nel mondo – ci veniva detto – era sempre fatto da qualcuno che era in qualche modo “collegato ad Al Qaeda”. E così sono passati gli anni, con una popolazione occidentale alla quale veniva regolarmente ricordato che esiste un “pericolo islamico”. Israele ne ha approfittato per far passare sotto silenzio la sua truculenta repressione nella striscia di Gaza. Staterelli minori magari ne approfittavano per regolare dei conti interni, facendo ricadere il tutto sotto la bandiera del terrorismo. Diversi equilibri nelle nazioni africane venivano alterati con la scusa del terrorismo. E poi naturalmente c’è stata l’Isis, che ha raccolto l’eredità di una Al Qaeda ormai logora e senza più credibilità, rilanciando in Occidente la paura dei tagliagole.

E così, da un’operazione all’altra, siamo arrivati all’anno funesto 2015, nel quale sono stati perpetrati i due attentati in Francia(Charlie Hebdo e Bataclàn) che hanno stabilito definitivamente che da oggi anche noi europei dobbiamo avere costantemente paura. E gli attentati di Bruxelles hanno fatto da perfetto corollario ai primi due. Ora però questa seconda fase sembra terminata, o meglio, sembra che sia sfuggita di mano ai suoi creatori, per dare luogo ad un’ondata di attentati fai-da-te che diventa sempre più difficile da catalogare all’interno di categorie ben precise. Talmente poco ortodossi sembrano essere questi terroristi dell’ultima ora, che i mediasi sono affrettati ad inventare un nuovo termine: il terrorista “radicalizzato rapidamente”. Come se il terrorista fosse una specie di bibita liofilizzata contenuta in bustina, nella quale basta versare un po’ d’acqua per “radicalizzarlo” dalla sera alla mattina.
Massimo-Mazzucco
Massimo Mazzucco

In realtà gli ultimi episodi – quello di Nizza, il treno in Germania, e per ultimo la strage di Monaco – mostrano chiaramente che ormai le redini del controllo sono sfuggite a chi questo terrorismo l’aveva inventato, e gli episodi di emulazione – impossibili per loro stessa natura da catalogare – rischiano di diventare la caratteristica predominante di questa terza fase. Una fase in cui chiunque abbia una pistola si disegna in casa una bandiera dell’Isis e poi esce per massacrare la zia che gli ha rotto i coglioni, oppure per fare fuori una scolaresca solo per finire il giorno dopo sui giornali. In altre parole, come era già successo in passato, gli americani hanno creato il mostro, e ora il mostro gli sta scappando di mano. Ne saranno felici i neocons, storici fautori del caos totale.

Di Massimo Mazzucco, “Terrorismo, è iniziata la terza fase?”, da “Luogo Comune” del 23 luglio 2016).
30 luglio 2016 – http://www.libreidee.org/2016/07/terrore-fai-da-te-il-mostro-sfugge-al-suo-stesso-inventore/

LA CRISI DEI RIFUGIATI, MINIERA D’ORO PER L’INDUSTRIA DELLE ARMI

#Europa #confini #sicurezza #rifugiati #migranti #profughi #crisi #tragedia #armi #IndustriaDelleArmi #profitti #guerra #ReteItalianaDisarmo #Frontex

 

Lo rivela il rapporto “Border Wars: The Arms Dealers profiting from Europe’s Refugee Tragedy” (Frontiera di guerra. Come i produttori di armamenti traggono profitto dalla tragedia dei rifugiati in Europa) promosso dalla Ong olandese Stop Wapenhandel e pubblicato dal Transnational Institute con rilancio italiano da parte della Rete Italiana per il Disarmo. Ciò conferma il sentimento diffuso, e reso palese dal recente voto di protesta nel Regno Unito riguardo alla permanenza nell’Ue (Brexit), che a Bruxelles il potere corporativo delle aziende sta pervertendo le politiche dell’Ue. Per riconquistare la fiducia dei cittadini l’Ue deve mettere in campo una risposta seria alla crisi dei rifugiati invece di continuare a promuovere i profitti delle industrie del settore militare. Il rapporto analizza il fiorente mercato della sicurezza delle frontiere che ha saputo sfruttare gli annunci del programma di “contrasto all’immigrazione clandestina”. Annunci che sono andati crescendo con l’arrivo di migliaia di profughi dalla Siria dilaniata dalla guerra. Stimato in circa 15 miliardi di euro nel 2015, questo mercato si prevede supererà i 29 miliardi di euro nel 2022.

Tra i big player del settore della sicurezza dei confini dell’Europa figurano aziende che producono sistemi militari come Airbus, Finmeccanica (che di recente ha assunto il nome Leonardo), Thales e Safran ed il gigante del settore tecnologico Indra. Tre di

Frontex
Frontex

queste imprese (cioè Airbus, Finmeccanica e Thales) sono anche tra le prime quattro aziende europee esportatrici di sistemi militari: tutte sono attive nel vendere i propri sistemi ai paesi del Medio Oriente e del Nord Africa, alimentando i conflitti che sono all’origine della fuga di intere popolazioni in cerca di rifugio. Tra il 2005 e il 2014, gli Stati membri dell’Ue hanno autorizzato a queste ed altre aziende oltre 82 miliardi di euro di licenze per esportazioni verso Medio Oriente e Nord Africa. La risposta delle politiche dell’Ue per i rifugiati, che si è concentrata sul contrasto ai trafficanti e nel rafforzare le frontiere esterne (anche in paesi al di fuori dell’Unione Europea), ha portato a consistenti aumenti di bilancio a tutto vantaggio dell’industria degli armamenti.

Il finanziamento complessivo dell’Ue per le misure di sicurezza dei confini degli Stati membri attraverso i principali programmi di finanziamento nel periodo tra il 2004 e il 2020 è di 4,5 miliardi di euro. Frontex, la principale agenzia di controllo delle frontiere, ha visto accrescere il proprio bilancio del 3.688% tra il 2005 e il 2016 portandolo da 6,3 milioni a 238,7 milioni di euro. L’industria degli armamenti e della sicurezza ha ottenuto anche gran parte dei finanziamenti di 316 milioni di euro forniti dall’Ue per la ricerca in materia di sicurezza. «E’ perverso e immorale – commenta Mark Akkerman, autore del rapporto e membro di Stop Wapenhandel – che le aziende che hanno contribuito ad alimentare la crisi traggano adesso profitto dal difendere i confini dell’Europa. Questo certamente garantisce la sicurezza degli amministratori delegati e degli azionisti delle imprese di armamenti, ma sta di fatto accrescendo l’insicurezza collettiva e la sofferenza per i rifugiati».

«Purtroppo non è stupefacente vedere anche Finmeccanica-Leonardo tra i principali destinatari di questa enorme massa di fondi – aggiunge Francesco Vignarca, coordinatore della Rete Italiana per il Disarmo – grazie ai quali l’azienda controllata dallo Stato italiano può accrescere il proprio fatturato. Mentre, al contrario, sarebbero necessari investimenti di tutt’altra natura per ottenere soluzioni vere alle dinamiche migratorie attuali. Fin da subito la nostra Rete ha commentato negativamente la crescita dei fondi per una risposta meramente muscolare e di controllo (comunque impossibile) delle frontiere. Una scelta che è ancora più miope ed insensata se si va a considerare l’enorme numero di profughi che stanno scappando dalle guerre alimentate dalle

Il business dei rifugiati
Il business dei rifugiati

armi prodotte e vendute da queste stesse industrie militari». Oltre a rivelare le aziende che traggono profitti dalla crisi dei rifugiati, il rapporto mostra anche come l’industria della sicurezza e degli armamenti abbia contribuito a determinare la politica europea di sicurezza delle frontiere con attività di lobby e per mezzo delle regolari interazioni con le istituzioni dell’Ue per le frontiere e anche delineando le politiche di ricerca.

L’Organizzazione europea per la Sicurezza (Eos), che comprende Thales, Finmecannica e Airbus, ha fatto pressioni per una maggiore sicurezza delle frontiere. Inoltre, molte delle sue proposte, come ad esempio la spinta ad istituire un’agenzia europea per la sicurezza delle frontiere, sono diventate politiche europee: è il caso, ad esempio, della trasformazione di Frontex in “Guardia costiera e di frontiera europea” (European Border and Coast Guard – Ebcg). «Mentre l’Ue chiude l’ingresso a persone disperate che fuggono dalla guerra, spalanca le porte ai produttori di armamenti che commerciano morte e che ora presidiano i nostri confini», commenta Nick Buxton del Transnational Institute, co-editore del rapporto. «Per affrontare davvero la crisi dei rifugiati, dobbiamo innanzitutto smettere di alimentare i conflitti e investire il denaro speso a favore delle aziende della sicurezza e della difesa per fornire un passaggio sicuro e un equo trattamento dei rifugiati».

 

Fonte: “Le aziende europee di armamenti fanno profitti con la crisi dei rifugiati”, da “Il Cambiamento” del 20 luglio 2016).

 

29 luglio 2016 – http://www.libreidee.org/2016/07/la-crisi-dei-rifugiati-miniera-doro-per-lindustria-delle-armi/

 

“QUESTA NON E’ UNA GUERRA DI RELIGIONE”

#guerra #religione #soldi #denaro #risorse #dominio #terrorismo #PapaFrancesco

Papa Francesco in viaggio in Turchia

“Il mondo è in guerra, ma questa non è una guerra di religione. C’è guerra per interessi, soldi, risorse della natura, per il dominio sui popoli. Qualcuno parla di guerra di religione, ma tutte le religioni vogliono la pace. La guerra la vogliono gli altri, capito?”. Queste le parole con cui papa Francesco ha commentato l’attacco terroristico avvenuto pochi giorni fa a Saint Etienne du Ruvray, in cui ha perso la vita un sacerdote cattolico, sgozzato sullo stesso altare da cui stava dicendo messa. Parole molto dure, che colpiscono per la loro estrema chiarezza, una chiarezza che forse in questo momento ci saremmo aspettati di più da un capo di Stato che da un capo religioso. Nel marasma del terrorismo islamico, della lotta (vera o presunta) all’Isis, il Pontefice, forse unico tra i grandi del mondo, ha preso una posizione molto chiara, che dietro alle semplici parole cela una profonda speculazione filosofica, una precisa visione della realtà.

Le guerre di religione sono solo l’apparenza, una scusa per infuocare le masse e spingerle a combattersi. Ma il vero motivo per cui si uccide non è la fede in questo o in quell’altro dio, bensì i soldi. Le risorse della natura, come ha azzardato Bergoglio. Ed è tutto lì il materialismo storico di Marx: l’intera storia umana come sviluppo di rapporti di produzione, l’economia il motore strutturale delle sorti del mondo. La religione è una sovrastruttura ideologica; non si combatte per essa, ma per l’economia. È evidente che il Papa conosce Marx e le sue teorie, e le sue parole sono quasi una citazione del filosofo ottocentesco. Come ha detto Francesco la religione vuole la pace, la guerra la vogliono gli altri, che si servono delle masse facendo credere che sia in corso una guerra di religioni, uno scontro di civiltà, quando invece la vera partita si gioca per controllare il capitale mondiale.
Ed è sempre stato così. Ora la guerra di religione la starebbero combattendo gli islamici, ma era lo stesso quasi mille anni fa, al tempo in cui la guerra santa la facevamo noi cristiani, con le Crociate. Quando da Clermont nel 1095 Urbano II indisse quella che fu poi detta “Prima Crociata”, l’Europa viveva infatti una fase di grande espansione economica: dall’anno Mille aveva avuto luogo una forte ripresa dell’agricoltura, dei commerci e delle attività economiche, dopo i lunghi secoli di decadenza e assestamento dell’Alto Medioevo. Dunque l’Europa si trovava nella necessità di trovare nuovi mercati, nuovi sbocchi alla sua economia in ripresa. E quei mercati si pensò di trovarli in Terrasanta. Tant’è che c’è anche chi, in riferimento alle Crociate, ha parlato di prima esperienza di colonialismo europeo.

Ma c’è di più. In quell’epoca si andavano infatti profilando embrionali forme statuali che poi secoli dopo (con approssimazione meccanicistica) avrebbero assunto la fisionomia dei noti Stati nazionali tardomedievali e moderni. A capo di queste vaste istituzioni protostatuali si erano poste grandi casate feudali, i cui rami cadetti si ritrovarono pian piano diseredati, poiché tutto il patrimonio andava ora ai primogeniti. Fu così che moltissimi di questi esponenti della nobiltà cadetta europea, mossi da uno spirito d’avventura e da una disponibilità psicologica favoriti dalla ripresa economica in atto, si lanciarono nella Crociata sperando così di trovare un loro posto nella feudalità (extra)europea, dei loro nuovi possedimenti da far fruttare.

Ecco quindi i due grossi motori che alimentarono le Crociate: il mercato, il potere. Relativo fu l’impeto religioso prodotto dalla fede, o l’accorato appello dell’imperatore di Costantinopoli rivolto ai cristiani d’Occidente per riconquistare i luoghi della vita di Cristo, caduti nelle mani degli infedeli turchi selgiuchidi. Lo stesso imperatore tra l’altro contava nella restituzione di tali territori ai domini di Costantinopoli (che ovviamente non avvenne).

La religione anche mille anni fa fu dunque soltanto una sovrastruttura, un’ideologia. Come oggi. Ed è paradossale che ora a sottolinearlo debba essere proprio il Vescovo di Roma, il capo della Chiesa Cattolica, con una lettura degli eventi così marcatamente marxiana. Ma tanto è il torpore cui è giunto l’Occidente, che preserva pulita e inutilizzata la sua coscienza, fingendo ancora di credere alle guerre di religione.

 

Di Alessandro Di Marzio

 

30 luglio 2016

Fonte: http://www.lintellettualedissidente.it/italia-2/questa-non-e-una-guerra-di-religione/

 

 

MA CHI SONO I “RIBELLI MODERATI” SIRIANI?

#Syria #RibelliModerati #ISIL #ISIS #USA

Ce lo spiega molto brevemente Massimo Mazzucco

 

e guardatevi pure questo

CRAIG ROBERTS: NIZZA, UNA STRAGE IN PERFETTO STILE GLADIO

#Nizza #Francia #Bruxelles #Monaco #strage #terrorismo #ServiziSegreti #CIA #Gladio #NATO #USA #StayBehind

La strage di Nizza? Un “lavoretto” in perfetto stile Gladio. Altro che jihadista “impazzito”. Lo sostiene Paul Craig Roberts, eminente analista americano, già viceministro del Tesoro sotto Reagan. I commentatori che hanno imparato a diffidare delle spiegazioni ufficiali, come Peter Koenig e Stephen Lendman, scrive Craig Roberts nel suo blog, hanno sollevato interrogativi circa l’attacco di Nizza. Strano che un “folle” solitario alla guida di un grosso camion possa entrare nelle aree interdette a far strage di francesi assiepati per assistere ai fuochi d’artificio della festa nazionale, l’anniversario della Presa della Bastiglia. «Ancora una volta il presunto autore è morto e convenientemente ci ha lasciato la sua carta d’identità». Come da copione: «Sembra che la conseguenza di tutto ciò in Francia sarà un permanente stato di legge marziale. Questo spegnimento della società potrà inoltre venir applicato alle proteste contro l’abrogazione delle protezioni del lavoro in Francia da parte del burattino capitalistico Hollande. Coloro che protestano per il ritiro dei loro sudati diritti verranno schiacciati sotto il peso della legge marziale».


Incredibile notare «quanto conveniente sia stato quell’attacco per il capitalismo globale, il principale beneficiario della nuova “riforma del lavoro” di Hollande», scrive Craig Roberts in un post tradotto da “Come Don Chisciotte”, ricordando che le

Paul Craig Roberts
Paul Craig Roberts

questioni sollevate da Koenig e Lendman richiamano alla mente l’Operazione Stay Behind, in Italia semplicemente Gladio, cioè la “firma” per eccellenza della strategia della tensione prodotta dai servizi segreti a suon di attentati. Gladio, aggiunge Roberts, è il nome in codice di un’operazione segreta della Nato, istituita da Washington dopo la Seconda Guerra Mondiale per paura che l’Armata Rossa potesse invadere l’Europa occidentale. Originariamente, doveva essere un network di guerriglieri da attivare in caso di invasione sovietica.
 La minaccia che emerse fu invece «la popolarità del partito comunista, in Francia e in particolare in Italia». Washington temeva che i comunisti, alleati di Mosca, avrebbero ottenuto abbastanza voti per andare al governo. «

Di conseguenza, Gladio venne rivolta contro i partiti comunisti europei».

Craig Roberts attribuisce a Gladio alcune stragi che insanguinarono il Belpaese: «Il servizio di intelligence italiano insieme alla Cia iniziò a far esplodere luoghi pubblici in Italia, come la stazione di Bologna, in cui 285 persone furono uccise, mutilate o ferite». Un operativo di Gladio, Vincenzo Vinciguerra, rivelò per primo l’esistenza di Gladio durante il processo del 1984 per la strage alla stazione di Bologna del 1980. Interrogato, disse: «Esiste in Italia una forza segreta parallela alle forze armate, composta da civili e militari, in chiave anti-sovietica, con il compito di organizzare la resistenza contro l’esercito russo sul suolo italiano. Un’organizzazione segreta, una super-organizzazione con una rete di comunicazione, armi ed esplosivi, e uomini addestrati ad usarle. Una super-organizzazione che, in mancanza di una invasione militare sovietica, che potrebbe non accadere, si è assunta il compito, per conto della Nato, di impedire uno spostamento a sinistra dell’equilibrio politico del paese. Hanno fatto questo, con l’aiuto dei servizi segreti ufficiali e delle forze politiche e militari».

Sei anni dopo, nel 1990, l’allora primo ministro Giulio Andreotti ammise ufficialmente l’esistenza di Gladio. Sarebbe stata coordinata dal generale italiano Gerardo Serravalle nella prima metà degli anni ‘70. Secondo “Wikipedia”, testimoni riferiscono che i responsabili della pianificazione e del coordinamento «sono stati i funzionari responsabili delle strutture segrete di Gran Bretagna, Francia, Germania, Belgio, Lussemburgo, Paesi Bassi e Italia. Tali rappresentanti delle strutture segrete si sono incontrati ogni anno in una delle capitali. Agli incontri “Stay Behind” i rappresentanti della Cia erano sempre presenti». Anni di piombo, in Italia: «Dovevi attaccare i civili, donne, bambini, persone innocenti al di fuori della scena politica, per una semplice ragione: costringere la popolazione italiana a rivolgersi allo Stato, ad essere ricondotta al regime e chiedere

Felice Casson
Felice Casson

maggiore sicurezza. Questa è la logica politica dietro tutti gli attentati: rimangono impuniti perché lo Stato non può condannare se stesso».

Gli attentati dell’epoca furono attribuiti a gruppi terroristici comunisti, come le Brigate Rosse in Italia e la banda Baader-Meinhof in Germania, «gruppi che potevano essere reali o coperture inventate ad arte per facilitare il discredito nei confronti dei partiti comunisti europei», scrive Craig Roberts, ricordando che nel 1984 il giudice Felice Casson riaprì un caso vecchio di 12 anni riguardante un’autobomba esplosa a Peteano, in Italia, in cui morirono alcuni carabinieri. «Il giudice ha scoperto che il caso era stato falsificato e che la colpa era stata attribuita alle Brigate Rosse, nonostante si fosse effettivamente trattato del lavoro dei servizi segreti militari, del Servizio Informazioni Difesa (Sid) in collaborazione con Ordine Nuovo, un’organizzazione di destra creata o cooptata da Gladio». Casson fa risalire a Gladio la stessa strage di piazza Fontana a Milano, la “madre” di tutte le “stragi impunite”.

«
Sulla base delle rivelazioni italiane, i governi di Belgio e Svizzera hanno intrapreso indagini sulle operazioni di Gladio avvenute nella loro giurisdizione. Il governo degli Stati Uniti ha negato ogni partecipazione alle stragi. Tuttavia, le ricerche effettuate del giudice Casson negli archivi del servizio segreto militare italiano hanno portato alla luce le prove dell’esistenza della rete Gladio, e collegamenti con la Nato e gli Stati Uniti». I popoli occidentali, le cui democrazie secondo Craig Roberts «sono degenerate in plutocrazie», vengono convinti che il loro governo «non possa essere capace di uccidere i propri cittadini». E dunque «hanno chiaramente bisogno di conoscere l’Operazione Gladio». Domanda: la struttura Stay Behind è ancora oggi viva e vegeta? «Gli eventi terroristici di oggi vengono attribuiti ai musulmani invece che ai comunisti. E’ possibile che gli attacchi terroristici in Francia e Belgio siano operazioni Gladio?».

 

28 luglio 2016

Fonte: http://www.libreidee.org/2016/07/craig-roberts-nizza-una-strage-in-perfetto-stile-gladio/

 

KOSOVO, TERRA DI JIHADISTI

#Kosovo #islamisti #jihadisti #radicalizzazione #wahabizzazione #NATO #StatoIslamico #ISIS #CampiAddestramento

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Ferizaj, Gjakovica, Dečani, Prizren e Pejë: nomi sconosciuti ai più e che tali sarebbe meglio fossero rimasti. Tornati, invece, famosi, grazie ad una recente inchiesta de “L’Espresso” basata su dettagliati report dei servizi segreti russi. Questi nomi sono di campi d’addestramento di Daesh situati in Kosovo, vere e proprie fucine di tagliagole e centri di smistamento di combattimenti takfiri per i diversi scenari internazionali ove ve ne sia bisogno. A poche centinaia di chilometri dai nostri confini, nati e proliferati a seguito della guerra del 2008 perpetrata dalla Nato che provocò la secessione della provincia a maggioranza albanese della Serbia. E quando si dice <<tornati famosi>> se ne ha ben d’onde: che la “terra dei monasteri” – così com’è chiamata dai Serbi, per i quali rappresenta la culla storico-religiosa della Nazione – sia diventata un crocevia di terroristi e di ogni traffico più abietto, è infatti cosa nota e arcinota – ma taciuta – da anni.

Come si è arrivati ad avere le bestie islamiste appena fuori dal nostro giardino di casa? Il copione è più o meno quello di sempre: l’individuazione di un nemico sanguinario (la Serbia) e di un agnello sacrificale (la popolazione di etnia albanese del Kosovo guidata dal famigerato UCK) senza possibilità di distinguo; la creazione di un casus belli opportunamente orchestrato; una massiccia campagna mediatica per convincere l’opinione pubblica dell’urgenza di un intervento internazionale; l’aggiramento del veto sino-russo in seno al Consiglio di Sicurezza ONU proprio in virtù dell’”urgenza”, e l’avvio delle operazioni da parte della Nato. Poi, la sconfitta dei Serbi e la proclamazione unilaterale dell’indipendenza del Kosovo; infine, l’inizio della radicalizzazione e della “wahabizzazione” del territorio. Grazie a munifici finanziamenti provenienti dai soliti noti (Arabia Saudita, Qatar, Kuwait, ecc.) sotto forma di associazioni caritatevoli e assistenziali e, evidentemente, ben tollerati quando non addirittura benedetti dalle Potenze occidentali per i propri secondi fini. Il risultato più diretto? Oggi il Kosovo ha la più alta percentuale europea di affiliati al sedicente stato islamico e in spregio alla “laicità” di cui si parla nella sua costituzione, si sta sempre più spostando verso il fondamentalismo religioso – creando non pochi problemi anche ai musulmani moderati di etnia albanese.

A destare inquietanti scenari è poi una “coincidenza”, una di quelle che provano come a pensar male spesso ci si azzecchi: a Ferizaj, una delle località più interessate dalla presenza di campi d’addestramento jihadisti, sorge la base di Camp Bondsteel, la più grande base americana della regione. Un caso? Una svista? Può essere. Del resto, anche in Via Gradoli, per un caso fortuito, il covo delle BR scoperto durante il sequestro Moro era circondato da appartamenti riconducibili ai servizi segreti. “Isis is coming” è recentemente apparso scritto su una chiesa ortodossa della capitale Pristina. Magari: Isis is already here. Ringraziamo i soliti noti.

 

Di Federico Capnist

 

30 luglio 2016

Fonte: http://www.lintellettualedissidente.it/esteri-3/kosovo-terra-di-jihadisti/

 

 

IL CACCIATORE DI MIGRANTI

#Assotthalom #confine #Europa #Fidesz #immigrati #immigrazione #Jobbik #LaszloTorocskai #migranti #MovimentoGiovanileDelle64Contee #MuroAntiMigranti

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“Ho deciso di lasciare la politica, proprio quando da Szeged mi sono trasferito a vivere in una fattoria qui ad Assotthalom, e ho intravisto una cinquantina di ragazzi africani oltrepassare il confine,” spiega a Gli Occhi della Guerra Laszlo Toroczkai, sindaco di questo centro di appena 4000 abitanti, situato nel profondo sud ungherese al confine con la Serbia. “Per me è stato un segno.” A soli trentott’anni di cui venti passati in politica, Toroczkai ha cavalcato per anni le debolezze della sua gente, facendosi prima portavoce di gruppi e movimenti ultra-nazionalisti estremi e violenti, al limite della legalità, poi pioniere della rigida politica migratoria del governo Fidesz di Victor Orban, e oggi anche vice-presidente del partito di estrema destra Jobbik all’opposizione.

“Laszlo Toroczai è il perfetto esempio di nazista in completo,” dice Peter Kreko, direttore del Political Capital Institute di Budapest specializzato in estreme destre in Europa, insistendo sulla necessità di guardare oltre i suoi modi gentili e l’aura da cattolico praticante e premuroso padre di famiglia.

Personalità di spicco della politica ungherese, il giovane Laszlo Toth ha cambiato il nome in Toroczkai, sostituendo un termine troppo simile a Tot, letteralmente “lo slovacco”, con un più felice richiamo alla località d’origine dei suoi avi, cioè Torockó/Râmetea in Romania. Per il fondatore del Movimento Giovanile di estrema destra delle 64 Contee (Hatvannégy Vármegye Ifjúsági Mozgalom/ HIVM), che lotta per i diritti e la riunificazione delle minoranze ungheresi separate dall’Ungheria dopo il Trattato di Trianon, era motivo di orgoglio avere radici ungheresi, antecedenti i confini sanciti nel 1920. “Quand’ero giovane non mi spiegavo perché dovessi aspettare ore al confine serbo-ungherese, se vivevano ungheresi da entrambe le parti,” dice Toroczkai. “E’ stato mio nonno, che viveva in Serbia, a spiegarmi come la comunità ungherese fosse spaccata in più parti.”

Prima di fondare l’HIVM nel 2001, a soli vent’anni Toroczkai si candida per il Partito Ungherese di Giustizia e Vita (MIÉP), ultra-nazionalista e di estrema destra, e partecipa ai dibattiti sullo xenofobo e anti-semita Magyar Forum, gestito dal suo fondatore. Nel frattempo, istituisce l’organizzazione paramilitare detta Unità Speciale dei Figli della Corona, che già profumava di Grande Ungheria e delle sue tante contee. “Quando è nato il Movimento delle 64 Contee la sfida più grande era riunire le minoranze ungheresi che vivevano nel bacino dei Carpazi,” spiega Toroczkai, che per la propaganda irredentista e le azioni violente, viste a tratti come atti terroristici, è stato bandito da Serbia e Romania, “ma oggi non più. Ho abbandonato il Movimento nel 2013 perché non ero più uno di quei giovani cui l’organizzazione si rifaceva, ma anche perché avevo smesso di crederci.”

Dall’assedio del palazzo dell’emittente statale MTV a Budapest durante le rivolte anti-socialiste del 2006, alle minacce di morte contro il Primo Ministro Ferenc Gyurcsány, e l’istituzione del Magyar Sziget, ritrovo annuale di estremisti, antisemiti e xenofobi da tutta Europa, Toroczkai aveva accumulato tanti atti (in)popolari, prima di decidere di trasferirsi con la famiglia nella cittadina frontaliera di Assotthalom, e cambiare vita. Al suo arrivo, la perdita di consenso popolare di Ferenc Petró, sindaco dal 1998 a fianco del Partito Fidesz, per misure di austerità adottate in città come risposta al ridimensionamento del budget voluto da Viktor Orban, gli lasciava campo libero. Così, a pochi mesi dal suo arrivo in città, Toroczkai  riuscì a conquistare il 71.5% dei voti e vincere il titolo.

Nel 2013, l’anno della sua investitura, quarantamila migranti in viaggio lungo la rotta balcanica sono passati per Assotthalom per raggiungere l’Europa Occidentale. All’epoca la situazione non destava ancora la preoccupazione dell’Unione Europea e del governo ungherese, ma costituiva il fiore all’occhiello del partito di estrema destra Jobbik e la ragion d’essere del novello sindaco Toroczkai. E’ stato allora che, per la prima volta, qualcuno ha parlato di costruire un recinto lungo i 175 chilometri di confine con la Serbia, idea che sarà adottata concretamente dal governo Fidesz solo due anni dopo, e di istituire un corpo di polizia in funzione anti-migranti, che affiancasse la polizia e l’esercito presenti.

Per quest’ultima iniziativa Toroczkai non ha aspettato l’intervento delle autorità ma ha agito da solo. “Nel 2014 ho messo insieme un corpo di polizia locale, per contrastare l’immigrazione illegale, che da quel momento ha catturato almeno la metà dei migranti entrati irregolarmente,” dice il sindaco, rintracciando i motivi di tanta efficienza in una forte motivazione, ma anche nella fiducia dimostratagli della gente del posto, che vive isolata in una vasta area a bassa densità demografica. “I poliziotti e i soldati vengono da lontano e cambiano di continuo, mentre questi ragazzi sono di qui e i residenti li contattano al telefono appena avvistano qualcuno.” L’approccio di Toroczkai ha da subito incontrato l’appoggio degli abitanti di Assotthalom che già agli esordi, quando il sindaco cercava inutilmente fondi statali per una Toyota jeep da affiancare a un vecchio veicolo russo e ai cavalli come mezzo di locomozione, contribuirono al successo della raccolta fondi lanciata su Facebook.

A farne uno status symbol nella lotta ai migranti è stato il video-propaganda del settembre 2015, simile a unaction movie. Seduto alla scrivania il sindaco avvertiva, che entrare illegalmente nel Paese recidendo il recinto, era equivalente a commettere un crimine punibile con l’arresto e l’espulsione e, dopo aver fatto esibire i suoi uomini virulenti con occhiali per la visione notturna, fucili e pistole a gas, guardava dritto in camera e concludeva, dicendo: “L’Ungheria è una cattiva scelta, ma Assotthalom di più”.

I “cacciatori di migranti” – come sono spesso soprannominati gli uomini di Toroczkai – “Non sono vigilantes volontari”, spiega , “ma un corpo addestrato e con gli stessi diritti e doveri della normale polizia, di cui ogni sindaco potrebbe dotarsi, se il governo locale avesse i fondi per finanziarlo.”

“Nel nostro caso,” aggiunge, “poiché i problemi legati alla migrazione di massa partono proprio da qui, è il Ministero degli Interni a pagare.”

Lo studioso Peter Kreko la pensa diversamente. “Il partito politico d’opposizione Jobbik si è dato una ripulita da qualche anno ma, se da un lato agisce in maniera semi-legale e si è liberato – tra gli altri – di elementi apertamente antisemiti, dall’altro gestisce gruppi di guardie civili e polizia, che straboccano di estremisti,” afferma. “Il governo Fidesz supporta o fa finta di non vedere questi gruppi, perché ha paura che contrastare certe politiche si rifletta in un calo di voti per il suo governo a favore dell’estrema destra.”

Laszlo Toroczkai è l’emblema del sottile equilibrio tra le parti e la sua ultima candidatura a vice-presidente di Jobbik il maggio scorso, ne è la prova lampante. “Non è stata una sorpresa perché i membri del partito sono amici miei da sempre e il Movimento delle 64 Contee è nato in contemporanea con Jobbik,” dice il sindaco. Ma il legame tra Toroczkai e Jobbik va oltre i legami affettivi. “Dagli esordi il Movimento delle 64 Contee è finanziato da fondazioni che distribuiscono i soldi statali ricevuti da Jobbik,” dice Kreko, “e, comunque, Toroczkai era candidato del partito molto prima che venisse eletto.” La scelta di lasciarsi alle spalle un passato controverso e rinascere in un altro luogo come “crociato del 21° secolo che si batte per la civilizzazione europea” – come Toroczkai ha motivato il suo impegno contro l’immigrazione –, non è detto che sia parte del processo di de-radicalizzazione intrapreso da Jobbik. La natura trasformista del sindaco ha fatto sì, però, che lui stesso diventasse un anello fondamentale tra il governo conservatore di centro-destra, che sfrutta il programma dell’ala oltranzista per attirare consensi, e l’estrema destra che “mira a governare ricorrendo alla cosmesi,” come dice ironicamente Kreko. La politica in Ungheria si muove su binari diversi da quelli degli altri paesi europei e, mentre è difficile fare previsioni, non resta che aspettare che Laszlo Toroczkai si sfili via “il completo” che ha addosso, e sveli cosa c’è sotto.

 

Eleonora Vio con la collaborazione di Costanza Spocci

 

27 luglio 2016

Fonte: http://www.occhidellaguerra.it/il-cacciatore-di-migranti/

 

FRANCESCO, FANTASTICO GUERRIERO!

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GMG2016, Discorso di Papa Francesco alla Veglia di Preghiera con i giovani nel Campus Misericordiae, 30 luglio 2016

ITALIANI SCHIAVI NEI CAMPI PER 3 EURO L’ORA

#braccianti #caporalato #Puglia #sfruttamento

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“Il caporalato è andare dalle persone che stanno morendo e farle finire di morire”. La frase, lapidaria, è di un proprietario terriero della provincia barese, che intercettiamo alle cinque del mattino mentre assiste all’inizio dell’acinellatura: la difficile operazione di pulitura dei grappoli di uva da tavola, da preparare verso fine luglio in vista della raccolta di settembre. Gli acini più piccoli impediscono agli acini più grandi di crescere al meglio e vanno rimossi uno per uno.

Questo lavoro viene tradizionalmente svolto da braccianti chiamati a giornata, non di rado giovani sui vent’anni che cercano di guadagnare qualche soldo “facendo l’acinino”. Pulire i grappoli sembra un compito semplice, ma può rivelarsi massacrante. Trascorrere fino a dieci ore sotto il tendone di plastica che serve a proteggere l’uva contro la pioggia con temperature che superano i quaranta gradi, le braccia sempre sollevate e il caporale che incalza chi lavora meno velocemente, non è un lavoro da signorine.

Eppure, negli ultimi anni, sono sempre di più le donne che vanno a giornata a lavorare in campagna. Non più giovani che vogliono pagarsi gli studi o magari la vacanza, ma madri di famiglia che accettano di lavorare anche per venti euro al giorno pur di sfamare la propria prole. Alle quattro del mattino si mettono in viaggio dalle province meno ricche della Puglia, Brindisi e Taranto. Sui pullman viaggiano per ore fino alla zona compresa fra Bari, Andria e Foggia, dove c’è più richiesta di manodopera.

Il sindacato stima che ogni notte si mettano in movimento fra trentamila e quarantamila donne, per la stragrande maggioranza italiane. A volte si portano dietro anche il marito, il fratello, i figli. La miseria costringe ad accettare ogni tipo di ricatto.

Anche la truffa dei fogli di ingaggio, che consente a molti datori di lavoro di conferire una patina di legalità – anche se solamente formale – al lavoro dei braccianti alle loro dipendenze.
Il meccanismo è semplice: i braccianti vengono assunti per quindici giorni con il sistema del part-time orizzontale e (sotto)pagati per un mese. Così facendo l’azienda risulta sempre in regola con le uscite, i contributi previdenziali e tutte le norme sul lavoro: se mai dovesse arrivare un’ispezione, si fa sempre in tempo a dire che il bracciante ha iniziato a lavorare da due ore, quando invece sta raccogliendo uva dalle cinque del mattino.

Come se questo non bastasse, molto spesso i fogli di ingaggio vengono intestati ad amici o parenti dei proprietari terrieri, che così, se non si superano le 51 giornate di lavoro in un anno, possono godere dell’assegno di disoccupazione.

Ma le truffe a danni dello Stato si sommano a quelle, se possibile ancora più gravi, commesse alle spalle dei braccianti diseredati. Dalle tabelle salariali emerge che la paga giornaliera di un operaio di “secondo livello” (fra cui quelli, ad esempio, addetti all’acinellatura) non dovrebbe essere inferiore, al lordo, a 47 euro. Una paga quasi doppia al salario medio di un operaio irregolare.

Nemmeno gli orari vengono rispettati: da contratto la giornata dovrebbe durare sei ore e mezza più due di straordinario, ma nella realtà questo tempo può quasi raddoppiare. Non è raro che le donne lavorino dalle sei del mattino alle sei di sera.

Alla paga lorda, come succede per gli africani, dev’essere sottratto il costo del trasporto sul posto di lavoro (che, se superiore a un’ora e mezza, competerebbe contrattualmente all’azienda).

Per quanto questo fenomeno sia sulla bocca di tutti, trovare qualcuno disposto a parlarne è ancora più difficile che nel ghetto di Rignano Garganico. La manodopera non manca e chi “parla” rischia di trovarsi senza lavoro da un giorno all’altro.

Ogni tanto la questione torna alla ribalta delle cronache, soprattutto quando, tre o quattro volte all’anno, qualche bracciante muore sul posto di lavoro.

È il caso della bracciante quarantanovenne Paola Clemente, morta nel luglio 2015 mentre lavorava nelle vigne della campagna di Andria. Un malore provocato dai quarantadue gradi all’ombra e, quasi certamente, dal lavoro estenuante. Il suo stipendio era di appena 27 euro al giorno.

Nel processo ancora in corso, per cui, nonostante i tanti mesi trascorsi, non ci sono ancora stati rinvii a giudizio, è indagato fra gli altri Ciro Grassi, l’autista del bus che aveva condotto la Clemente fino nei campi, dal paese del Tarantino di cui era originaria.

Ciro Grassi è anche il nome che leggiamo sulla fiancata di un bus parcheggiato, fin dalle cinque del mattino, sul bordo di una vigna delle campagne baresi. Una coincidenza?

Certo Grassi è solamente indagato e quindi innocente fino a prova contraria, ma resta comunque paradossale che la normativa non ne abbia sospeso l’attività per cui pure si è dichiarato innocente.

 

Di Giovanni Masini con la collaborazione di Roberto Di Matteo

Video di Roberto Di Matteo

 

29 luglio 2016

Fonte: http://www.occhidellaguerra.it/italiani-schiavi-nei-campi-per-tre-euro-lora/

 

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