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L’Fbi “aiuta” gli aspiranti terroristi dell’Isis ad acquisire armi e compiere attentati negli Stati Uniti. No, non è la sceneggiatura di un film di Hollywood, né la trama di un romanzo di Ian Fleming, ma la nuova strategia americana per combattere l’Isis a casa propria.

A rendere noto il nuovo modus operandi degli agenti federali è una lunga inchiesta pubblicata oggi dal New York Times che, corredata di documenti d’archivio e registrazioni giudiziarie, mostra come le operazioni sotto copertura siano sempre più frequenti e come gli agenti dell’Fbi abbiano un ruolo sempre più attivo in queste operazioni, spingendosi fino all’estremo, ovvero, aiutando gli aspiranti terroristi a procurarsi armi, denaro e informazioni per compiere attentati, per poi arrestarli subito prima che i sospettati li mettano a segno.

È successo a Rochester, quando un agente dell’Fbi sotto copertura ha accompagnato Emanuel Lutchman, un aspirante jihadista malato di mente, in un Walmart per acquistare machete, passamontagna e altro materiale per compiere un attentato la notte di Capodanno, pagando pure il conto di 40 dollari. O in North Carolina, dove un altro agente sotto copertura ha chiesto ad un aspirante terrorista se si sentisse pronto ad uccidere mentre gli passava un silenziatore per fucili d’assalto AR-15. Oppure a Washington, dove un infiltrato dell’Fbi ha pagato più di mille dollari per permettere a Daniel Franey, un ex militare con simpatie jihadiste, di comprare tutta l’attrezzatura per compiere un attentato.

I tre aspiranti jihadisti, ovviamente, sono stati tutti arrestati prima che mettessero in atto le proprie intenzioni: alcuni si sono dichiarati subito colpevoli, altri sono in attesa di essere processati. Ma il metodo che ha portato agli arresti ha fatto discutere non poco oltre oceano. Operazioni di questo tipo, infatti, vengono considerate di solito come opzioni di ultima istanza, a causa del grado elevato di rischio. L’inchiesta del quotidiano statunitense mostra invece come, al contrario, gli agenti dell’Fbi le mettano in pratica con sempre più disinvoltura. E anzi, come questo tipo di operazioni sotto copertura siano diventate una vera e propria prassi negli ultimi due anni. Due indagini su tre, volte a smascherare aspiranti jihadisti e sostenitori dello Stato Islamico in America, infatti, negli ultimi due anni sono state svolte in questo modo, sotto copertura e con un ruolo molto attivo degli agenti infiltrati dell’Fbi. E sono 90 le persone sospettate di avere legami con l’Isis, ad essere state incriminate attraverso questo tipo di operazioni.

Una prassi che fa discutere perché le indagini, in cui gli agenti federali forniscono armi, informazioni sui possibili obiettivi o sui percorsi più efficaci per raggiungere i jihadisti dello Stato Islamico in Siria, vengono effettuate in maniera autonoma e senza nessun controllo da parte del Congresso. I funzionari dell’Fbi si sono giustificati affermando che questa strategia è l’unica che permette di contrastare un tipo di terrorismo che si mostra sempre più anonimo e spontaneo e dei processi di radicalizzazione che sono sempre più individuali e repentini, e quindi difficilmente controllabili.

Ma l’opinione pubblica statunitense, gli attivisti per i diritti umani e i rappresentanti legali già puntano il dito contro la polizia federale. In questo modo, infatti, secondo molti, i sospettati verrebbero incastrati dagli agenti, che forniscono loro tutto il necessario per compiere iniziative che, probabilmente, non intraprenderebbero mai da soli. E, cosa più grave, metterebbero a rischio la sicurezza del Paese, organizzando, di fatto, nel dettaglio veri e propri attentati assieme ai sospetti terroristi.

 
Di Alessandra Benignetti

 
8 giugno 2016

Fonte: http://www.occhidellaguerra.it/per-combattere-isis-lfbi-aiuta-i-jihadisti/