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È in atto un tentativo dei servizi sauditi di riaccendere il terrorismo nelle repubbliche caucasiche della Federazione russa; a comunicarlo è la stampa georgiana. Ad essere stati contattati sarebbero Aslan Byutukayev e Muharram Saidov, fra i pochi capi superstiti non ancora eliminati dai servizi russi. L’operazione tende a rivitalizzare il cosiddetto Emirato del Caucaso, autoproclamato nel 2007 nelle fasi finali della seconda guerra cecena, con il programma di una secessione dei territori russi del Caucaso e l’instaurazione di uno Stato retto dalla più chiusa ideologia wahabita.

In realtà, ormai da anni l’azione dei servizi russi ha distrutto le cellule del terrorismo; la lista dei capi eliminati, dal presidente indipendentista ceceno Maskhadov ai leader della guerriglia come Basayev ed Umarov, è impressionante e sono ben pochi gli elementi di spicco, dotati di capacità politico-militari, rimasti in vita; anche i numerosi leader stranieri accorsi fra le montagne a dar man forte ai terroristi sono stati falcidiati, decapitando di fatto il movimento.

Il pugno di ferro usato in 16 anni di gestione Putin ha certamente stabilizzato quei territori ma questo non significa che siano stati pacificati, ciò a causa di irrisolvibili questioni sociali, economiche e culturali, a cui s’aggiungono le ferite profonde di una lunghissima guerra che quelle terre e quelle popolazioni hanno devastato.

Mosca ha raggiunto comunque gli obiettivi più importanti: eliminare i leader del terrorismo; insediare a Grozny, la capitale cecena, un fedelissimo come Kadyrov; scompaginare i movimenti separatisti di tutte le repubbliche caucasiche. Ciò è bastato a ridurre i casi di violenza ad un livello fisiologico per territori da sempre ribelli; tuttavia, malgrado sconfitto, il separatismo, ed il terrorismo attraverso cui si esprime, non si può dire estirpato perché è latente in una situazione sociale, culturale ed economica estrema.

Su questa base continua a riversarsi un sostegno finanziario enorme proveniente da Riyadh come più volte appurato: quel fiume di denaro e quegli appoggi, ammantati dalla motivazione della comune ideologia wahabita, nella realtà tendono unicamente alla destabilizzazione di un’area cruciale ed a colpire Mosca, considerata un pericoloso avversario. Per i sauditi, disporre di proprie pedine in territorio russo sarebbe un’arma di pressione preziosa.

Il Cremlino, pur mantenendo il pieno controllo delle sue repubbliche, è pienamente cosciente del pericolo di un riaccendersi del terrorismo di cui ha provato più volte il morso; di qui il deciso intervento in Siria, di qui il programma di eliminazioni dei foreign fighters giunti dal Caucaso svolto in Medio Oriente dai suoi servizi.

Al momento, vista la situazione, è improbabile il riaccendersi in Russia del fenomeno terroristico su vasta scala, ma è tuttavia una possibilità sempre incombente a causa dei continui interventi dall’estero (leggi dal Golfo). Qualora dovesse riaprirsi il “fronte del Caucaso”, vista la rilevanza delle implicazioni e l’estrema importanza che Mosca annette a quei territori strategici, potrebbero esserci conseguenze di enorme portata non solo nei rapporti con il Golfo, ma anche con l’Occidente.

 

 

Di Salvo Ardizzone
31 maggio 2016

Fonte: http://www.ilfarosulmondo.it/i-petrodollari-sauditi-riaccendono-il-terrorismo-nel-caucaso-3/

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