UCRAINA, PARLANO I “GIORNALISTI TERRORISTI”

#Ucraina #ViktorYanukovich #Kiev #freelance #Donetsk #Donbass #BlackList

apertura_occhi-1
In Ucraina, quattromila giornalisti, appartenenti a testate italiane e straniere, sono stati accusati di essere dei terroristi. Tra loro anche i nostri reporter che, a breve, torneranno nel Donbass. Tutti finiti nella lista di Mirotvoretse del “Centro per la ricerca di crimini contro la sicurezza nazionale dell’Ucraina, la pace e la sicurezza dell’umanità”. Il motivo? È assurdo. Sono stati accusati di essersi accreditati presso la Dnr, la Repubblica popolare di Donetsk, quella, per capirci, in mano ai separatisti. Una prassi necessaria per poter raccontare entrambi i fronti: quello di Kiev e quello dei filorussi. Una decisione necessaria per chiunque voglia raccontare la guerra – se mai fosse possibile – nel modo più obiettivo possibile. “Giornalisti terroristi”, uno slogan degli anni ’70 che torna tragicamente attuale. L’Ucraina vuole entrare nella Ue. Ma poi i suoi politici condividono liste di proscrizione su Facebook. L’Ucraina ha fatto una rivoluzione in nome della libertà, ma poi ha limitato quella dei giornalisti. Nessuno in Europa ha protestato. Nemmeno “lady Pesc”, Federica Mogherini. Nemmeno chi ha sognato, legittimamente, un’Ucraina libera. Abbiamo quindi deciso di far parlare i diretti interessati: i giornalisti “terroristi”.

 

sandro2
(Sandro Maddalena)

Sono partito per Kiev nel febbraio del 2014 per documentare l’agitazione politica che da novembre 2013 stava investendo il Paese. Ho assistito agli scontri che hanno portato alla cacciata dell’allora presidente Yanukovich e dopo circa un mese ho deciso di partire per Donetsk per capire che tipo di ripercussioni avesse portato il cambio di rotta del governo ucraino nell’est del Paese. Quando la guerra è cominciata ero a Slaviansk e per la prima volta mi sono trovato di fronte alla macchina del fango, alla becera propaganda che da entrambi i lati gioca la sua partita nel tentativo di convincere l’opinione pubblica. Ed è così che vengo accusato di essere un mercenario italiano, una spia al soldo del fascismo internazionale e chissà che altro ancora. Il video che m’indica come sobillatore ottiene 40000 visualizzazioni in poche ore. Sono passati circa due anni da quest’episodio e più di un anno dall’ultima volta che sono stato in Ucraina quando, qualche giorno fa, vengo a conoscenza della lista nera di Kiev. Scorrendo i nomi trovo il mio e quello di tanti colleghi conosciuti sul campo, per un totale di circa 4500 giornalisti. Siamo stati tutti indicati come facilitatori del terrorismo solo perché abbiamo ritenuto opportuno relazionarci con entrambe le parti in causa nel tentativo di avere una visione più imparziale possibile del conflitto che sta insanguinando l’Ucraina. Spero che questa situazione venga risolta al più presto per riabilitare il nome di tutti i coinvolti e dare la possibilità ai giornalisti di svolgere la propria professione senza dover temere arresti o ritorsioni di qualunque tipo.

 

MICHELA3
(Michela Iaccarino)

In un Paese dove ‘democrazia’ non è una parola vuota – e la nuova Ucraina post Maidan dichiarava di essere nata proprio dalla sua ricerca – i giornalisti non finiscono in liste nere che minacciano la loro privacy, la loro sicurezza sul campo mentre svolgono il loro lavoro. Non diventano persone non grate esposte al linciaggio digitale. Non vengono definiti fiancheggiatori dei terroristi solo per aver dato voce ad entrambe le anime del conflitto civile. Questa lista non ci permette di compiere in futuro il lavoro svolto fin ora in territorio ucraino e arreca danno alle vittime civili di un lato del conflitto che non saremo più in grado di raccontare.

 

bruno4
(Bruno Federico)

Il mio nome in una lista. Non è la prima volta, sospetto non sarà l’ultima. Questa volta sono in compagnia di 4000 colleghi e colleghe i cui nomi, telefoni e mail sono stati pubblicati da un sito web Ucraino che si chiama Mirotvorets – in italiano “pacificazione” e da un sedicente “Centro per la ricerca di crimini contro la sicurezza nazionale dell’Ucraina, la pace e la sicurezza dell’umanità”. La brillante indagine di questi centri preoccupati per la pace dell’umanità e collegati all’attuale governatore ucraino dei territori di Lugansk, George Tuka, scopre che questi 4000 giornalisti siamo stati nei territori controllati dai separatisti durante i due anni passati. Una lista probabilmente sottratta ai separatisti durante una grande azione di spionaggio, immagino una trama tipo film con James Bond, ma spero che nessuno abbia sacrificato la sua vita per una informazione ottenibile con una ricerca su google per scoprire quanti di noi avessero pubblicato articoli, foto e video prodotti nel Donbass. Questo sito web definisce i 4000 giornalisti come terroristi in quanto abbiamo richiesto e ottenuto il permesso di fare il nostro lavoro dai ribelli, e lo abbiamo svolto nei territori che si sono alzati in armi contro il governo di Kiev. Lo stesso permesso lo abbiamo richiesto e ottenuto dal governo ucraino, per coprire il conflitto. Nella lista dei 4000 c’è tutto il colorato mondo del giornalismo, indipendenti e inviati, da Russia Today alla CNN, passando per la RAI. Probabilmente per quanti di noi siamo già lontani da quel conflitto essere nella lista di proscrizione non significherá maggiori problemi a parte non poter più mettere piede in Ucraina, ma la preoccupazione è per in nostri colleghi che in Ucraina ci vivono e che sono stati dichiarati obiettivo militare da questi pacificatori. La riflessione, forse scontata ma necessaria, è sulla natura del nostro lavoro. Essere giornalisti implica cercare tutti i punti di vista, interrogarsi, raccontare le storie senza adagiarsi sulla versione ufficiale o semplicemente considerandola come niente piú che un punto di vista e una posizione di parte. La Verità assoluta è come Babbo Natale: non esiste. Non si tratta di una pretesa di neutralità o di oggettività in quanto raccontiamo, siamo essere umani, politici per definizione e critici per lavoro. Una interpretazione personale degli eventi esiste sempre, ma come giornalisti la dobbiamo sottomettere alla professionalità e all’etica del nostro lavoro. Nel lavoro che con due colleghe ho svolto nel Donbass abbiamo deciso di raccontare la storia dei separatisti, i loro timori, le speranze e le contraddizioni della loro relazione con la Russia. Un punto di vista. Un progetto giornalistico che rivendico. Non era propaganda, era la storia di una delle parti, presentata come tale, senza pretese di essere una visione omnicomprensiva della complessità del conflitto. Pubblicando quella lista il nazionalismo ucraino si è dato la zappa sui piedi inimicandosi in un click praticamente tutta la stampa mondiale. La procura di Kiev sembra abbia iniziato una indagine per riparare il danno. Staremo a vedere.

 

cosimo5
(Cosimo Attanasio, fotografo, Accredito presso il ministero della difesa ucraino num.: 000837, Accredito presso il ministero dell’Informazione della DNR num: 2481 e 3837)

Mi chiamo Cosimo Attanasio, sono un fotografo freelance italiano ed ho seguito le vicende ucraine sin dalle prime occupazioni degli uffici pubblici a Donetsk nell’Aprile del 2014. Insieme con un gruppo di giornalisti e fotografi italiani, francesi, ucraini e bielorussi abbiamo seguito tutte le vicende che hanno portato il Paese in una guerra insensata, è stata la mia prima esperienza internazionale ed ho passato il periodo più pazzo e incredibile della mia vita. Il mio lavoro è quello di testimoniare quanto vedo attraverso le foto, ed ho raccontato vicende come gli assalti all’ufficio della procura di Donetsk, i manifestanti filo Maidan assaltati dai miliziani, i rapimenti a Lugansk da parte di servizi segreti russi che un rappresentante dell’OSCE negava, sono entrato nel palazzo del massacro di Odessa ed ho mostrato i primi civili uccisi vicino la stazione di Donetsk. Ho anche testimoniato presso l’Alto Commissariato ONU per i Diritti Umani e per tutto questo sono stato accusato di simpatie naziste da parte di anonimi supporter filorussi, io me ne sono sempre fregato e sono andato avanti.
Sono tornato altre volte in Ucraina, raccontando le storie dei volontari alla ricerca dei cadaveri nei campi di battaglia o delle ragazzine di Slavyansk che hanno abbandonato la famiglia per andare a combattere e partecipando al primo invio di aiuti umanitari nel Paese. Chiunque vada nei territori della DNR deve essere accreditato presso gli uffici del ministero dell’Informazione, l’accredito è una procedura che esiste ovunque: ci si accredita come al festival del cinema di Cannes, a Montecitorio, e in tante altre situazioni; a Donetsk si riceve un pezzo di carta che è poco più di un souvenir e lo devi mostrare ogni volta che ti ferma un qualunque poliziotto o miliziano. Nei territori in mano al governo riconosciuto di Kiev non ho mai dovuto nascondere il fatto di essere stato accreditato a Donetsk. Ho scoperto l’esistenza della pubblicazione di questa lista tramite un forum di giornalisti ed ho subito cercato il mio nome, pubblicato due volte in corrispondenza dei miei ultimi due viaggi. Una delle libertà basilari della ‪‎democrazia‬ è la ‪‎libertà di stampa‬, la ‪censura‬, la persecuzione e la paranoia sono le cifre stilistiche dei peggiori regimi al mondo: dalla ‎Germania‬ nazista alla ‪Cina‬ odierna. Non sono mai stato a favore di nessuna censura, ed ho sempre espresso solidarietà con le vittime nonostante magari loro per primi fossero dei nemici della libertà, come accadde l’anno scorso con il giornale filorusso Vesti quando il furgone che trasportava le copie da distribuire alle edicole fu assaltato da un gruppo di nazionalisti a bordo di un ambulanza italiana. Sono stato definito “giocattolo del ‪‎Cremlino‬” da un demagogo e nazista da anonimi sul web, io me ne frego e vado avanti, il popolo ucraino TUTTO lotta per la pace e la democrazia, ho ricevuto tantissima solidarietà da parte della gente ma c’è ancora molta strada da fare se anche il ministro degli interni Avakov, nonostante tutte le proteste, continua a difendere la diffusione di questa lista. Spero che questa stupida buffonata da parte di un gruppo di demagoghi finisca con un nulla di fatto anche se non si può mai sapere se, un domani tornassi nel Paese, un qualche portinaio di albergo esaltato chiami qualche suo compagno per dare una lezione a questo giocattolo del Cremlino. Ho scritto una lettera all’ambasciatore ucraino Yevhen Perelygin da cui non ho ancora ricevuto risposta e farò tutto ciò che è nelle mie facoltà per difendere il mio onore. Se il governo separatista o quello di Kiev sono interessati a sapere se sono schierato e da quale parte, sappiano lorsignori che non potrò mai stare dalla parte di nessuno all’infuori dei bambini, dei rifugiati della Crimea e del Donbass e di tutti coloro che lottano per un futuro migliore: democratico, pacifico e sopratutto libero.

 

scandaliato6
(Maria Elena Scandaliato)

Sono Maria Elena Scandaliato, giornalista freelance. Nel marzo 2015 sono andata in Ucraina insieme al collega Bruno Federico per realizzare reportage, video e scritti, sulla guerra in corso. Giunti a Kiev abbiamo ritirato l’accredito stampa presso il ministero degli Interni, che ha rilasciato a me e al mio collega due tessere “ATO”, necessarie a superare la linea del fronte e a lavorare nei territori controllati dai separatisti così come in quelli ucraini. Dopo un viaggio in treno, da Dnipropetrovsk abbiamo preso un autobus di linea per Donetsk, e dopo aver superato tre check point ucraini e altrettanti dei miliziani separatisti, abbiamo raggiunto la capitale dell’autoproclamata “Repubblica popolare di Donetsk”. Una volta lì, come richiesto dalle autorità locali (che altrimenti non ci avrebbero permesso di fare foto, interviste o riprese, né di spostarci), ci siamo accreditati anche presso di loro; e lo stesso abbiamo fatto con le autorità di Luhansk, dove ci siamo recati per documentare l’emergenza umanitaria a Stakanov e Pervomajsk, e dove abbiamo raccontato la vita sul fronte del battaglione Prizrak (come mostra il reportage pubblicato sul Venerdì di Repubblica e il servizio per RSI, la tv svizzera). Apprendere, ora, di essere inserita in una lista di giornalisti “collaboratori di terroristi” (con tanto di indirizzi email e numeri di telefono esposti a chiunque fosse in cerca di un bersaglio) è stato piuttosto sconcertante, anche perché potrebbe legarsi a un bando dal suolo ucraino (che ha già colpito altri colleghi) di cui però non ci è dato sapere, a meno che non ci rechiamo nuovamente a Kiev per verificare con mano. Tutto, ovviamente, trafugando le liste dei giornalisti accreditati presso la DPR: accredito che – come noto a chiunque – è indispensabile anche solo per potersi muovere da una città all’altra dei territori “separatisti”. Visto che l’Unione Europea ha appoggiato i nuovi governi di Kiev come simboli di riacquisita democrazia, dopo l’oscurantismo che li aveva preceduti, mi aspetto dei provvedimenti immediati a tutela dei giornalisti, della loro libertà di movimento e del diritto dei cittadini europei a essere informati.

 

garzillo7
(Salvatore Garzillo)

La prima reazione è stata di incredulità. Sono stato in Ucraina tra settembre e ottobre 2014, assieme a bravissimi colleghi ho realizzato reportage video per Corriere.it, articoli per Libero, per Rolling Stone. Ogni servizio riporta fedelmente quello che ho visto, le conversazioni con le persone che ho incontrato e le mani che ho stretto. Da una parte e dall’altra. Ho attraversato il Paese da Kiev fino alla Repubblica Popolare di Donetsk, in Donbass, per raccontare di un “cessate il fuoco” che esisteva solo a parole. Lo hanno fatto prima e dopo di me, certamente meglio e più approfonditamente, centinaia di altri giornalisti da tutto il mondo, professionisti di grande qualità umana che è ridicolo ritenere “collaboratori dei terroristi”, come qualcuno scrive. A Donetsk vivevamo tutti nello stesso posto, freelance di ogni tipo, gente che quest’anno ha vinto il Pulitzer. E tutti siamo finiti nella lista senza distinzione.

 

danilo8
(Danilo Elia)

La diffusione della lista è una questione prettamente politica, e come tale è stata strumentalizzata da alcuni membri della Rada. Anton Gerashenko e Dmytro Tymchuk hanno detto che accreditandoci noi abbiamo collaborato con i separatisti. Ma bisognerebbe ricordargli che tutti noi abbiamo anche dovuto accreditarci presso le autorità di Kiev per andare in zona di guerra. Vuol dire che abbiamo collaborato anche con l’esercito ucraino? L’accredito con le autorità separatiste era un passo necessario per lavorare in Donbass. Senza, non si poteva nemmeno andare in giro. Chi dice che accreditarsi equivale a schierarsi mostra di non avere alcuna idea di come lavora un giornalista. E pubblicare i dati personali di chi ha lavorato in zone di guerra è un atto irresponsabile che mette a rischio la sicurezza di tutti noi.

 

bianchi9
(Giorgio Bianchi)

Nel febbraio 2015 mi sono recato in Ucraina per un reportage sulla guerra nel Donbass.
Regolarmente accreditato presso il Ministero degli Interni del governo di Kiev, per mezzo della cosiddetta tessera ATO, mi sono diretto verso la zona del fronte. Dopo alcuni giorni trascorsi nel versante governativo ho deciso di trasferirmi nella parte separatista; per fare ciò sono salito su un normale autobus di linea e dopo aver oltrepassato senza problemi 3 check point gestiti da militari ucraini e 4 gestiti da milizie separatiste sono finalmente giunto a Donetsk. Dopo due giorni trascorsi a Donetsk sono stato arrestato dalle forze di sicurezza della DNR in quanto trovato ad operare senza i documenti di accredito rilasciati dalle loro autorità e condotto nella base del battaglione Vostok.
Dopo essersi accertati che non fossi una spia sono stato rilasciato con l’invito a munirmi della documentazione necessaria per continuare ad operare sul territorio da loro amministrato, cosa da me prontamente eseguita il giorno successivo. Nei giorni seguenti ho attraversato altre due volte il confine tra le due amministrazioni in entrambi i casi senza alcuna conseguenza. La pubblicazione della lista con i nomi dei giornalisti accreditati presso la DNR è un atto scriteriato oltre che illegale in quanto lesivo della privacy degli operatori dell’informazione. Definire inoltre i giornalisti “collaboratori dei terroristi” denota un totale disprezzo della libertà di stampa e meriterebbe una denuncia per diffamazione da parte di tutti gli organi di stampa coinvolti. Al di là di questo riprovevole episodio c’è da dire infine che numerosi di quei giornalisti inclusi nella lista, me compreso, risultano banditi dal suolo ucraino per periodi che vanno dai 3 ai 5 anni con conseguenti danni arrecati alla loro professione. Spero che al più presto l’unione europea prenda provvedimenti nei confronti del Governo di Kiev almeno con una richiesta di chiarimenti.

 

 

Di Matteo Carnieletto

 
17 maggio 2016
Fonte: http://www.occhidellaguerra.it/ucraina-parlano-i-giornalisti-terroristi/

Annunci