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Faranno il Deserto e lo chiameranno Pace

Saremo ancora in grado di volare e rendere libere le nostre anime? L'anima libera è rara, ma quando la vedi la riconosci, soprattutto perché provi un senso di benessere quando le sei vicino.

Mese

maggio 2016

PTV News del 31 maggio 2016

– #PaesiBaltici #nazionalismo: La #Lettonia come al tempo di #Mussolini; si #nazionalizzano i #nomi

– #Syria #Falluja #Palmyra #Iraq #Mosul: I #terroristi di #Daesh indietreggiano; si stringe la morsa di iracheni, curdi e iraniani

 

31 maggio 2016

Fonte: PandoraTV

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“SEI UN CITTADINO DI GAZA”, GRIDO’

#Palestina #Gaza #israele #AhmedMasoud #espulsione #PalFest

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“Cosa significa esattamente?” ero sinceramente perplesso. “Tornare a Gaza”, ha continuato. “Ma non posso”. Accidenti, non posso. Maledizione, non posso. Davvero, onestamente, non posso.

Israele ieri mi ha negato l’ingresso in Palestina (21 maggio 2016) fondamentalmente perché sono di Gaza. Questo è tutto, nessun altro motivo che questo. Nessun ulteriore spiegazione, nessun dettaglio, merda! Anche se ero in viaggio col mio passaporto britannico.

Un soldato israeliano armato di una grande pistola mi ha portato in una stanza e mi ha mostrato tutti i miei dati su uno schermo. Ho detto che volevo parlare con la mia ambasciata britannica, ma il soldato ha semplicemente riso e ha detto con un forte accento arabo “Enta Falasteeni khabebi” (Tu sei palestinese, caro).

Il resto della mia delegazione ha superato i controlli, stavo per partecipare al 9° Festival della Letteratura Palestinese (PalFest) con la lettura del mio romanzo Vanished. Solo un altro scrittore è stato rimandato indietro insieme a me perché non hanno avuto il tempo di concludere i controlli di sicurezza. Si è ripresentato il giorno dopo e ha ottenuto il permesso.

Ora, immaginate questo: dopo ore di attesa e discussioni, ti dicono finalmente che non puoi andare a casa tua. Ti portano in una stanza , ti gridano addosso, poi a piedi dall’altro lato per riprendere la valigia, i vostri compagni di viaggio sono tutti in attesa. Essi possono vedere e pensare che ce l’hai fatta, poi vedono il ragazzotto della sicurezza dietro di voi. Vedono che prende in mano la borsa e gira intorno fino a quando sei finalmente buttato fuori.
Dico addio a Ahdaf Soueif, lei mi abbraccia forte e io scoppio in lacrime. Il suo abbraccio caldo era proprio quello che mi serviva. Le mie lacrime continuavano a scorrere, quando ho abbracciato Sarah, la mia nuova amica americana che è rimasta con me fino alla fine, distraendomi con giochi ed enigmi per alleviare il mio stress. Non ci sono parole per descrivere quanto sia stato importante questo momento di gentilezza. “Grazie” è stato tutto quello che ho potuto dire, ho sentito le parole salire dal mio cuore, graffiarmi fisicamente la gola. Era tutto quello che potevo fare, la situazione intorno a me iniziava ad andar meglio. Spero di essere in grado di ripagare questa gentilezza.
Quando la guardia di sicurezza mi ha spinto verso la porta, mi sono sentito improvvisamente male, era vero, sono stato espulso a causa delle mie origini, ma la cosa peggiore è che il mio aguzzino ha visto ancora una volta le mie lacrime. Mi sono sentito male per non partecipare al PalFest, per abbandonare il gruppo con un addio. Sono stati così gentili, così generosi e amorevoli e questo ha reso la situazione incresciosa.

Il mio accompagnatore si è preso bene cura di me, mi ha portato al centro di Amman e abbiamo assaggiato piatti di Foul e Falafel. Poi il resto della notte l’ho passata nella mia camera d’albergo.
Mia madre, questa mattina , a Gaza era arrabbiata con me: “torna a Londra!”, ha gridato al telefono “Dimentica tutta la storia, dimentica Gaza e anche noi”.

Ma come avrei potuto? Mi dispiace …. mi dispiace tanto

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Fonte: http://www.ahmedmasoud.co.uk/#!You-are-a-Gaza-Citizen-He-Shouted/c1q8z/574176050cf249a3b8aa15fd

 

traduzione: Invictapalestina.org

 
22 maggio 2016
https://invictapalestina.wordpress.com/2016/05/27/sei-un-cittadino-di-gaza-grido/#more-11874

FORZE EGIZIANE DETENGONO 143 IMMIGRATI AL VALICO TRA EGITTO E LIBIA

#migranti #Libia #Egitto

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Due Palestinesi sono tra i 143 migranti arrestati dalle guardie di frontiera egiziane nella notte tra domenica e lunedì vicino al confine con la Libia.
Fonti della sicurezza egiziana hanno dichiarato a Ma’an che i migranti sono stati intercettati e arrestati vicino al valico commerciale di al-Salloum, tra Libia e Egitto.
Il gruppo, in maggioranza Egiziani, oltre a 22 Sudanesi e due Palestinesi, stava tentando di attraversare illegalmente il valico tra Libia e Egitto.
Durante l’interrogatorio da parte della polizia di frontiera egiziana, i migranti hanno dichiarato di aver pagato a trafficanti umani una notevole somma di denaro perché li aiutassero ad andare in Libia in assenza di una documentazione appropriata.
Le forze egiziane hanno spesso intercettato lungo le frontiere -in particolare quelle israeliane– migranti senza documenti.
Decine di immigrati sono stati uccisi dalle forze egiziane mentre tentavano di raggiungere Israele. Molti erano alla ricerca di un rifugio, fuggendo da aree devastate da guerre come il Sudan e l’Eritrea.

 
(Fonte: Ma’an)

 
30 maggio 2016

Forze egiziane detengono 143 immigrati al valico tra Egitto e Libia

MINORENNE PALESTINESE ARRESTATO PER PRESUNTO ATTACCO CONTRO SOLDATO ISRAELIANO

#Palestina #israele #IDF #coltelli #cacciaviti #aggressioni #minori

Nota: … e andiamo avanti con le “presunte” aggressioni ai danni dei morali e armati fino ai denti soldati dell’IDF …

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Lunedì, un ragazzo palestinese di 17 anni è stato arrestato a Tel Aviv per la presunta aggressione con un cacciavite ai danni di un soldato israeliano di 19 anni.
La portavoce della polizia israeliana, Luba al-Samri, ha dichiarato in un comunicato che il giovane israeliano è rimasto lievemente ferito. Il palestinese ha tentato di fuggire ma è stato bloccato da testimoni che lo hanno ammanettato e consegnato alla polizia.
Al-Samri ha aggiunto che il minorenne palestinese viene da Salfit e ha agito “apparentemente per motivi nazionalistii”.
Secondo i media israeliani lavorava in un supermarket vicino al luogo dell’attacco, a Tel Aviv.

 
(Fonte e foto: Ma’an)
31 maggio 2016

Minorenne palestinese arrestato per presunto attacco contro soldato israeliano

AGENTI DEI SERVIZI SEGRETI SIRIANI HANNO SEQUESTRATO UN CAMION PROVENIENTE DALLA TURCHIA CONTENENTE AIUTI DESTINATI ALL’ISIS

#Syria #Aleppo #Mosul #ISIS #Turchia #camion #sequestro #medicinali

La catena tv russa RT ha pubblicato un video in cui Hussein al-Omar, un colonnello dell’Intelligence Militare siriana, spiega che il camion trasportava dalla Turchia circa 25 tonnellate di medicinali e forniture paramediche, tra cui macchine per dialisi destinate all’ISIS a Mosul

Secondo l’esercito siriano, il camion con targa siriana era entrato nel paese arabo attraverso il confine siriano-turco attraversando Bab Al-Hawa (nord-ovest della Siria) e aveva programmato di arrivare a Mosul (capitale de facto dell’ISIS in Iraq), passando per le città di Afrin, Azaz e Manbij della provincia di Aleppo.

Ha anche aggiunto che il veicolo, il cui carico è stato effettuato in Turchia, è stato condotto da due membri del gruppo terroristico di Al-Nusra (ramo locale di al-Qaeda in Siria), che aveva ricevuto la spedizione al posto di frontiera di Bab al-Hawa.
“Tutto ciò dimostra che la Turchia supporta i terroristi, in particolare Daesh, con la droga e tutte le forniture, comprese le armi”, ha aggiunto.

Ci sono non pochi rapporti e documenti che mostrano come la Turchia sostenga i gruppi terroristici, tra cui ISIS attivo in Iraq e la Siria. L’agenzia di stampa russa Sputnik ha riferito, citando una fonte ospedaliera turca, che quattro membri del gruppo terroristico Daesh erano stati curati in segreto in un ospedale nella città meridionale di Gaziantep in Turchia, vicino al confine siriano.

 

(Da Hispantv)

 
26 maggio 2016

Fonte: http://it.awdnews.com/political/video-gli-agenti-dei-servizi-segreti-siriani-hanno-sequestrato-un-camion-proveniente-dalla-turchia-contenente-aiuti-destinati-all-isis

L’ULTIMA FOLLIA: CACCIARE I GRECI DALLA GRECIA

#Grecia #debito #FMI #AnnientamentoSociale #ManipolazioneEtnica

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Paul Craig Roberts è uno degli economisti americani più coraggiosi. In un articolo pubblicato pochi giorni fa e tradotto da L’Antidiplomatico, traccia un nuovo scenario per la Grecia. Sostiene che il dibattito sull’eventuale annullamento del debito greco è strumentale e la posizione in apparenza conciliante del FMI non deve ingannare.

Lo scenario che delinea è molto inquietante: i nuovi “aiuti” sono concessi in cambio di altre misure draconiane – pretese come sempre dalla Germania e con l’attivo consenso dell’Unione europea – e obbligheranno la Grecia a tagliare pensioni e servizi pubblici e a mandare a casa gli impiegati statali.

Questi tagli però non basteranno per onorare i debiti e a questo punto la Grecia sarà costretta a cedere i suoi asset nazionali: porti, aziende pubbliche e isole. Tempo: due anni, in cui il Paese, già in ginocchio, affonderà in una crisi sociale spaventosa, che indurrà i giovani e la popolazione attiva ad emigrare.

I greci verranno rimpiazzati con i profughi che fuggono dalle guerre causate da Washington in Medio Oriente, in un processo di feudalizzazione della Grecia, che, avverte Roberts, verrà esteso ad altri Paesi: Portogallo, Spagna e, attenzione, Italia.

La Grecia, insomma non sarebbe altro che uno spaventoso laboratorio di annientamento sociale e di manipolazione etnica. Da estendere ad altri Paesi. Con metodo.

Spero solo che, per quanto lo stimi, stavolta Paul Craig Roberts abbia torto.

Qui puoi leggere l’articolo originale in inglese: http://www.counterpunch.org/2016/05/26/the-looting-stage-of-capitalism-germanys-assault-on-the-imf/

 
Di Marcello Foa

 
29 maggio 2016

Fonte: http://blog.ilgiornale.it/foa/2016/05/29/lultima-follia-cacciare-i-greci-dalla-grecia/

NEL CAMPO PROFUGHI PIU’ GRANDE AL MONDO

#Dadaab #CampoProfughi #Kenya #rifugiati #Somalia

Il caldo toglie il respiro, il caldo prosciuga la vita di ogni sua volontà e desiderio, il caldo incendia le sabbie, arde le nuvole e non da tregua. È lui il custode del più grande campo profughi al mondo: il Dadaab, in territorio keniota, a 80 chilometri dal confine somalo.

L’aereo atterra sulla pista sobbalzando e, una volta messo piede nella tendopoli, subito il Dadaab assorbe chi ci si addentra, come una titanica entità che fagocita le vite che lo popolano. È assoluto, inclemente, è tutto ed il contrario di tutto, il Leviatano Dadaab. Perché, laddove ci sono rifugiati, ci dovrebbe essere un rifugio, un luogo sicuro, una terra di transito e di salvezza, ma invece no: è una geenna d’Africa dove peccatori e innocenti attendono il domani e consumano l’oggi, intrappolati in una ciclopica clessidra di arena ardente senza fine apparente. Vagano gli uomini avvolti negli osgunti colorati, arrancano le donne dalla pelle d’ebano e gli hijab porpora alla ricerca di un pozzo, gridano i bambini con le maglie delle squadre di calcio d’Europa e volano i Marabustock, stringendo nel becco le frattaglie di dromedario. Eccolo, l’immenso campo profughi: un delirio lisergico fatto di temperature infuocate, di anime prigioniere del tempo e di un vento che trasporta la dannazione in ogni dove, la infila sotto la pelle, la lancia negli occhi insieme alla polvere e la urla incessante nelle orecchie. Questo è il Dadaab. Così è.

La storia della tendopoli affonda le sue origini negli anni ’90, quando la Somalia precipita nella guerra civile. Nell’ex colonia italiana cade il regime di Siad Barre e i signori della guerra incominciano una lotta senza quartiere che fa sprofondare il Paese del corno d’Africa in un’ anarchia di violenza, dove la sola legge è quella delle soldataglie. Al conflitto si aggiunge la carestia e uomini e donne scappano dalla propria terra e incominciano a rifugiarsi in Kenya. È un esodo umano incessante perchè in Somalia dagli anni ’90 ad oggi la violenza non arretra. Dai war-lords si passa allo jihadismo di Al Shabaab e sempre più persone fuggono, a piedi, a bordo di carretti trainati da asini, di notte e di giorno. Uomini stanchi, personificazione dello stento, percorrono le piste della savana africana e chi ce la fa s’installa poi al Dadaab. Un enorme campo suddiviso in cinque tendopoli minori ( Hagadera, Kambioos, Ifo, Ifo II e Dagahaley) e che oggi accoglie 350mila persone. È la terza ”città” del Kenya per numero di abitanti dopo Nairobi e Mombasa, ma il sovra popolamento, la mancanza di strutture in grado di offrire i necessari servizi di sopravvivenza alla popolazione e l’assenza di prospettive concrete sul futuro hanno fatto si che, soprattutto tra le nuove generazioni, la ragione dell’oggi sia una rabbia assoluta, che nell’islamismo ha trovato il suo canale di sfogo. Vivere e sopravvivere sono parole gemelle al Dadaab: 50 chilometri di tendopoli dove il presente è solo un rosario di orrori; epidemie di colera, jihadismo islamico, consumo di droga e stupri e, ora che il governo di Nairobi ha annunciato di voler chiudere il campo in quanto fucina di terroristi, il domani per gli abitanti è ancor più vacuo: le minacce di chiusura sono arrivate, ma nessuna proposta su quale sorte riservare agli oltre 350mila rifugiati è stata avanzata.

I pick up entrano di primo mattino nel campo di Hagadera. I cassoni sono colmi di sacchi che vengono scaricati e decine di uomini e donne accorrono per aprirli, estrarre i ciuffi di qat e prepararsi alla vendita della sostanza psicotropa. Il qat è una pianta che viene coltivata e consumata in Kenya, nel Corno d’Africa e nella Penisola Arabica. Contiene i principi attivi delle catamine, sostanza analoga all’anfetamina, e gli effetti che produce sono di euforia, eccitazione, inibisce la fame e aumenta le pulsioni sessuali. Nel Dadaab, il consumo degli arbusti, che sono un vera e propria droga e così sono stati classificati anche dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, è divenuto una piaga sociale. La dipendenza è in aumento, i disturbi psichici e le crisi depressive e paranoiche dovute al consumo anche, ma non c’è solo questo: a pagare le conseguenze dell’utilizzo dello stupefacente sono pure le donne, a cui è proibito masticare le foglie ma che sono sempre più vittime di stupri da parte di uomini alterati dalla sostanza.

Il sole è sorto da poche ore e i fuori strada stanno scaricando quintali di piante in tutti mercati della tendopoli. Gli uomini separano le piante, controllano che non ci siano rametti marci e che il quantitativo sia fresco di giornata perché, dopo 48 ore dalla raccolta, gli effetti diminuiscono. Poi incomincia la vendita e il consumo. Gli occhi sono vitrei la bocca gonfia di foglie, i denti eburnei diventano verdi e i segni dello stupefacente si metamorfizzano sul volto di Yussuf Mohamed che grida: ”Io sto bene, il qat mi dà forza, non ho lavoro, non ho da mangiare è lui che mi fa vivere”. Sono eloquenti le parole dell’uomo per comprendere il perché della diffusione della pianta, adulata come un simulacro della sopravvivenza nel deserto della disperazione. Il lavoro manca al Dadaab, il cibo viene distribuito mensilmente e non abbonda e la fede nel domani è stata abiurata dalle centinaia di migliaia di rifugiati, apostati dell’avvenire e indotti adulatori del fatalismo. Ecco quindi che contro la consapevolezza della miseria chili di qat vengono masticati. ‘‘Il qat è diventato una ragione di vita – spiega Simba Karimba a capo di un gruppo di venditori-. Non solo per chi lo consuma,ma anche per chi lo vende. È vero che crea problemi, ma qui ci sono solo problemi e il qat ce ne risolve anche molti. Le donne guadagnano qualche scellino per comprare il latte per i figli, i figli crescono e poi quando saranno più grandi quegli scellini li spenderanno per comprarsi dei rametti, masticarli e dimenticarsi per un po’ delle proprie sofferenze. Ed ecco che il qat ci permette di andare avanti nel nostro ciclo della non vita”. E così ancora un rametto nella guancia fino a gonfiarla, sino a farla scoppiare, fino a che le palpebre si chiudono, le tempie pulsano, le mascelle impazziscono, il cuore delira e la testa esplode e così si evade: e per un’ora, un giorno, una notte il Dadaab è un cielo di mille stelle e mille sogni; ma termina di esserlo con una nuova alba, col caldo torrido che arriva a imporre il suo regime e le pareti di sabbia della prigione di miseria ricordano che dal Dadaab non si fugge, neppure col qat.

 

Di Daniele Bellocchio
30 maggio 2016

Fonte: http://www.occhidellaguerra.it/nel-campo-profughi-piu-grande-al-mondo/

 

All’interno dell’articolo linkato qui sopra si possono visionare anche le foto di Marco Gualazzini

La notizia di Manlio Dinucci: LA STRATEGIA DEL GOLPE GLOBALE

#USA #NATO #StrategiaGlobale #StrategiaGolpista #Afghanistan #Syria #Libya #Iraq #Kosovo #Ucraina #Brasile #Venezuela #Cile

 

24 maggio 2016

Fonte PandoraTV

MILIZIE CURDE ANCORA STRUMENTO DEGLI USA

#curdi #ForzeDemocraticheSiriane #ISIS #Pkk #Raqqa #Syria #USA #Ypg

peshmerga Dinanzi alla prospettiva di una totale vittoria sul campo di Assad, sostenuto dall’Iran e dalla Russia, gli Usa hanno deciso di giocarsi il tutto per tutto affidandosi alle milizie curde per impadronirsi di Raqqa e segnare un importante punto politico che li mantenga in gioco nella partita mediorientale che s’avvia all’epilogo.

Dopo la serie di fallimenti collezionati nel tentativo di avere una propria pedina spendibile sullo scenario siriano (memorabili le milizie-farsa armate dal Pentagono con fiumi di denaro, che si dileguavano nello spazio d’un mattino), Washington è stata costretta a puntare sulle milizie curde malgrado le furiose proteste della Turchia. I curdi, blanditi da più parti e posti al centro del circo mediatico orchestrato per sovrastimare le loro azioni, stanno pensando di alzare il prezzo della propria collaborazione per approfittare al massimo della situazione.

È di pochi giorni fa la dichiarazione di Gharib Hasso, rappresentante del Pyd, resa all’agenzia russa Novosti, che Raqqa sarà di chi la libererà, parole che oltre a suscitare la gelida reazione di Damasco, buttano al vento le precedenti rassicurazioni date alle sedicenti “opposizioni” arabe manovrate dalla Turchia, e mandano in bestia Ankara, ferocemente ostile alla costituzione di un’entità curda ai suoi confini.

Tra l’altro, Raqqa e il suo territorio sono un’area a schiacciante maggioranza araba, in cui i curdi delle cosiddette Forze Democratiche Siriane (Fds) godono di ben poco seguito nella popolazione, se non di ostilità, e la pretesa di annetterla al Rojava curdo è un tentativo di puro espansionismo a scopo politico.

Gli Usa, però, che sono dietro l’operazione e di cui i curdi si fanno forti, hanno fretta di fare qualcosa di eclatante per rientrare nel teatro siriano, in cui sono divenuti irrilevanti.

La preparazione dell’operazione va avanti ormai da tempo: nei mesi scorsi è stata riattivata una vecchia pista d’atterraggio secondaria a Rmeilan, nell’estremo Nord-Est del Paese, nel territorio controllato dall’Ypg (le milizie curde); oltre ad essere al centro di un flusso continuo di aiuti, laggiù è stata costituita la base d’un contingente di Special Forces in continua crescita. Compito di quegli uomini è stato d’addestrare le milizie curde (il cui livello, malgrado il clamore dei media, è decisamente basso) e dirigerle contro l’Isis in crisi per le offensive dell’Esercito siriano e dei suoi alleati.

Adesso, consolidato l’avanposto di Ayn al-Issa, Washington ha stabilito d’avviare l’operazione per la conquista di Raqqa, superando gli ultimi 55 chilometri. A partecipare all’attacco sarebbero circa 20mila uomini delle cosiddette Fds, nella sostanza le milizie del Pyd inquadrate sotto un altro nome; con loro ci sono almeno 250 elementi delle Special Forces Usa, impegnati in prima linea nei combattimenti come consiglieri militari dei miliziani curdi, nella direzione dei raid dell’Air Force e come supporto diretto nei punti più critici.

L’offensiva è ancora all’inizio ma, malgrado il grande spiegamento di forze, il continuo appoggio aereo e il fatto che l’Isis sia ormai fiaccato dalle offensive di Damasco sostenute da Teheran e da Mosca, al momento non si registrano successi sostanziali. È da vedere, tuttavia, quale sarà la reazione non solo dei “ribelli” foraggiati da Ankara, ma della stessa Turchia che non accetterà mai il consolidarsi dei curdi ai suoi confini, meno che mai a spese delle milizie turcomanne che controlla.

D’altronde, a minare lo sforzo che le autorità del Rojava stanno conducendo per cogliere il successo sperato (e soprattutto i vantaggi promessi dagli Usa) è la crescente resistenza incontrata presso la stessa popolazione curda, sempre più contraria ad impegnarsi in battaglie lontane dai propri territori: i casi di arresti per renitenza alla leva si stanno moltiplicando a decine in un crescendo imprevisto per i vertici curdi.

In ogni caso, comunque vada la battaglia per Raqqa su cui tanto stanno puntando gli Usa, è assolutamente improbabile che Damasco (e Teheran, che sta fornendo sul campo un aiuto sempre più determinante), dopo anni di guerra durissima si fermi dinanzi ai curdi lasciando a loro un’area che è sempre stata araba, accettando insieme una secessione ed un’occupazione del proprio territorio.

Quello dei capi politici del Rojava è un gioco sporco quanto pericoloso, che pensa di sfruttare al massimo la situazione facendosi strumenti della politica Usa. Un gioco cinico che potrebbe avere pesanti conseguenze per il destino del Popolo curdo, che infatti è sempre più riluttante ad assecondare.

 

Di Salvo Ardizzone
30 maggio 2016

Fonte: http://www.ilfarosulmondo.it/milizie-curde-ancora-strumento-degli-usa/

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