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Faranno il Deserto e lo chiameranno Pace

Saremo ancora in grado di volare e rendere libere le nostre anime? L'anima libera è rara, ma quando la vedi la riconosci, soprattutto perché provi un senso di benessere quando le sei vicino.

L’UE NON SA COME SONO STATI SPESI I MILIARDI PRESTATI ALL’UCRAINA. VE LO DICIAMO NOI…

#Ucraina #Kiev #UE #FMI #Guerra #Donbass –

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Alcune delle vittime innocenti alla Casa dei Sindacati – Odessa – 2/5/2014

Su come i soldi prestati dal Fondo Monetario Internazionale siano stati spesi dall’Ucraina, secondo pesanti accuse lanciate da un ex componente dello staff di Petro Poroshenko, ne abbiamo parlato qui l’altro giorno, nell’articolo intitolato “I soldi prestati dal FMI all’Ucraina? Spesi per la guerra in Donbass”. Dichiarazioni, quelle di Olexander Onishchenko, che non hanno prodotto al momento alcuna dichiarazione ufficiale da parte di Washington, anche se i primi effetti si cominciano a vedere. Perché proprio nelle stesse ore, la Banca Nazionale ucraina ha fatto sapere che l’organismo diretto da Christine Lagarde ritarderà sicuramente l’erogazione della prossima tranche di prestiti. La motivazione ufficiale riguarda una presunta lentezza da parte delle istituzioni ucraine nel rispettare l’ultimo memorandum firmato durante l’ultima missione del Fondo a Kiev, lo scorso novembre, ma fonti vicine alla Lagarde fanno sapere che l’ex ministro dell’economia francese non ha gradito le rivelazioni di Onishchenko. Se fossero confermate, infatti, il FMI sarebbe complice di aver di fatto finanziato una guerra che si trascina da quasi tre anni e che ha prodotto qualcosa come 10.000 morti.

Sulla stessa barca del Fondo Monetario Internazionale naviga anche l’Unione Europea. Martedì la Corte dei Conti europea ha diffuso il report sullo stato dei conti dell’ex repubblica sovietica e sull’impatto che gli aiuti arrivati da Bruxelles hanno avuto su Kiev. I risultati non sono ovviamente dei migliori. Secondo i giudici europei il sostegno alle riforme da parte dell’Ue all’Ucraina negli anni 2007-2015 hanno avuto un impatto limitato. L’Ue – si legge nella relazione – ha risposto rapidamente alla crisi del 2014, stanziando un pacchetto di aiuti pari a 11,2 miliardi di euro per sette anni, molto spesso in cambio di riforme, ma non ha controllato l’effettiva attuazione e la sostenibilità di queste.

I problemi principali dell’Ucraina sono legati ancora a una forte influenza sul processo riformista ed economico da parte degli ultimi oligarchi rimasti nel Paese, che controllano gran parte del territorio che si estende da Leopoli a Donetsk. Parlando alla stampa, Szabolcs Fazakas, che ha guidato la revisione contabile, ha ammesso che l’Ue al momento non ha alcuna possibilità di capire come siano stati spesi i soldi finora prestati a Kiev. “Quando i soldi vanno per il sostegno al bilancio di un Paese, noi possiamo solo controllare che ciò sia avvenuto”, ha detto Fazakas. Il rapporto afferma che le esigenze finanziarie dell’Ucraina sono notevolmente aumentate dopo Maidan e l’inizio del conflitto nell’est del Paese con i ribelli filorussi. Nei primi mesi del 2014 il governo di Kiev aveva stimato un fabbisogno di aiuti esteri pari a 35 miliardi di dollari nel biennio 2014-2015. Soldi che non sono arrivati tutti e che hanno costretto l’esecutivo ad accettare i diktat del FMI e operare tagli lacrime e sangue.

“La Commissione – ha detto Fazakas – è stata abbastanza generosa nel rispondere alle esigenze dell’Ucraina”, fornendo sostegno al bilancio nel modo più rapido possibile ed evitando un tracollo finanziario. “C’è stata un’urgenza, assieme al FMI, per salvare l’Ucraina”, ha continuato il componente della Corte dei conti europei, ammettendo che una volta versato il denaro è difficile costringere ad attuare alla lettera tutte le indicazioni contenute negli accordi programmatici. Il rischio, dunque, è che i soldi prestati dall’Ue all’Ucraina, soldi dei contribuenti europei, siano finiti anch’essi, come quelli del FMI, a foraggiare la cruenta e costosissima guerra in Donbass, che costa al Paese tra i 5 e i 7 milioni di dollari al giorno in termini economici e 10 morti al giorno in termini di vite umane.

 

Eugenio Cipolla

 

9/12/2016 – lantidiplomatico.it

3000 BOMBE, 18 CONTAINER CARICHI DI MORTE

#Yemen #SaudiArabia #ArabiaSaudita #Italia #ExportArmi #BombeItaliane #RWM #Domusnovas #Germania #ReteDisarmo #UE #EmbargoArmi #FedericaMogherini –

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Per portarle via dalla Sardegna hanno fatto arrivare una nave apposita. L’Arabia Saudita quando si tratta di devastanti bombe da far schiantare sugli ospedali dello Yemen non ci pensa due volte. Questa volta, però, ha alzato il tiro. Un gigantesca nave araba, la Bahri Tabuk, ha attraversato i mari dall’Arabia Saudita sino a Cagliari per caricare 3000 ordigni prodotti dalla RWM tedesca in agro di Domusnovas. Un carico da 18 container issati a bordo con la supervisione di tecnici, vigilanza e vigili del fuoco.

L’operazione ha avuto inizio ieri mattina e si è conclusa nella nottata quando la nave container ha preso il largo poco prima di mezzanotte. Un carico di morte senza precedenti, nonostante tutti i richiami dell’Onu a fermare questa devastante guerra dei sauditi contro la popolazione Yemenita.

Un approvvigionamento gestito con codice rosso. Massima riservatezza e allerta sicurezza massima.

Gli uomini della Polizia in tenuta antiterrorismo, vigili del fuoco a presidiare sin dal pomeriggio di ieri ogni manovra dentro il porto terminal di Cagliari.

Le fonti più riservate in realtà segnalavano la nave in arrivo a Cagliari già dalla sera di venerdì, ma la Bahri Tabuk è rimasta in rada per ben 12 ore prima di solcare il porto canale. I canali ufficiali ma con codice secretato imponevano la presenza di forze dell’ordine a presidio del porto canale già dalle prime luce dell’alba. Porto circondato da pattugliamenti costanti di Polizia e Guardia di finanza.

Il primo segnale che l’operazione fosse concreta è riscontrabile alle 5.48, quando l’alba è ancora alta sul porto canale di Cagliari. La nave della morte solca quel tratto di mare racchiuso tra due sponde di cemento illuminata dalle luci a giorno del porto canale.

I codici sono secretati anche nel porto terminal. Nessuno deve sapere perchè una nave battente bandiera dell’Arabia Saudita ha lanciato le cime sulla sponda principale del terminal sardo. Operazioni sconosciute ai più, impossibili da incrociare. Ad ognuno il proprio compito, ma nessuno sa dell’altro. Incroci che diventano prove quando le fonti convergono.

Un blitz Italo-Saudita è pianificato in ogni dettaglio. Pianificato e organizzato dallo Stato italiano, con la copertura di due ministri, della Difesa Pinotti e degli esteri Gentiloni.

Sono loro che hanno trattato con gli emiri e i reali dell’Arabia Saudita questo carico di morte, coprendo la Germania che produce in Italia ma condanna il regime saudita.

Soldi in cambio di strumenti di morte. Quelle bombe hanno già provocato migliaia di morti, migliaia di bambini falciati da quel carico di morte.

Si tratta ancora una volta della solita alleanza dei ricchi contro i poveri. La ricca Germania sfrutta la povertà di un territorio, il Sulcis, per produrre armi micidiali e rivenderle ai ricchi dell’Arabia Saudita, che poi le scaricano sui poveri dello Yemen. E in questa giornata nefasta per la Sardegna quel carico di morte, decine di migliaia di morti, è stato caricato come normali container dal porto canale di Cagliari. In realtà dentro quegli involucri d’acciaio e ferro c’erano migliaia di bombe. Le micidiali serie Mk, made in Sardinia. Caricate e ora in viaggio verso l’Arabia Saudita. Altre stragi, altre vittime innocenti. Con il via libera del governo italiano che avalla una strage in violazione a tutte le norme internazionali e alle stesse leggi italiane.

Resta il tema del lavoro: lo affronto qui! Il lavoro va salvaguardato. Occorrono leggi e provvedimenti ad hoc perchè nessuno perda un solo posto di lavoro. Occorre un provvedimento per garantire la ricollocazione dei lavoratori impegnati in queste nefaste produzioni. L’industria bellica forsennata e devastatrice, però, fa perdere la vita a migliaia di bambini e civili. Non bisogna perdere il lavoro, ma non bisogna nemmeno e soprattutto cancellare la vita di persone povere e inermi.

Sarebbe facile fregarsene, in cambio di qualche voto! Ma la coscienza di ognuno deve prevalere sulla violenza di governi che producono armi e le spacciano in giro per il mondo. Poi non lamentiamoci quando l’immigrazione è un fenomeno incontrollabile.

 

Mauro Pili

 

10/12/2016 – unidos.io

LA RUSSIA A SOSTEGNO DEL VENEZUELA NELLA BATTAGLIA PER IL PANE EQUO

#Venezuela #Russia #PaneEquo –

Dall’inizio del 2017 la Russia invierà al Venezuela “tutto il grano di cui ha bisogno” per far fronte alle restrizioni imposte dal boicottaggio operato del fronte interno dei panificatori

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I governi della Repubblica Bolivariana del Venezuela e della Federazione Russa guidata da Vladimir Putin hanno ratificato un’alleanza strategica in campo militare, energetico e agricolo, come riferito dal Presidente venezuelano Nicolas Maduro dopo la 12° riunione della Commissione intergovernativa di alto livello (CIAN) di entrambi i Paesi.

“Con la Russia abbiamo ratificato accordi di cooperazione in campo militare. Il prossimo anno riceveremo attrezzature di difesa missilistica antiaerea tra le più moderne al mondo, riceveremo unità di artiglieria corazzata, attrezzature per la fanteria e altri articoli militari a cui seguirà la cooperazione nell’addestramento dei nostri ufficiali e soldati”, ha riferito Maduro alla radio e alla televisione venezuelani.

La Russia invierà i suoi migliori specialisti e consulenti nei cinque stati agricoli del Venezuela per la fornitura di alta tecnologia, macchinari e conoscenze specializzate per la produzione alimentare.

Il capo dello Stato venezuelano ha convocato inoltre i Comitati Locali di Approvvigionamento e Produzione (CLAP) per evitare che il grano finisca nelle mani dei cartelli del mercato nero. “Andiamo ad esaurire le code che ci sono ancora presso i panifici grazie al grano che riceveremo dalla Russia e così risolveremo il problema del sabotaggio nella distribuzione del grano”, ha affermato Maduro, esortando i Comitati a prendere immediatamente il controllo del grano che arriverà dalla Russia.

Il Presidente ha accusato in particolare la Federazione Nazionale dei Panificatori di essere responsabile delle code che la popolazione subisce nell’approvvigionarsi presso i panifici del Paese. “Sono responsabili davanti alla legge e prenderò misure drastiche per contrastare questo sabotaggio permanente, e dall’inizio del 2017 il grano russo arriverà in Venezuela per porre fine alla presenza dei cartelli nei panifici,” ha detto il Presidente.

 

“Un’alleanza storica”

Il leader venezuelano ha detto che il Presidente Putin gli ha chiesto di mantenere aperta e presente nell’agenda dei due Paesi le questioni del petrolio e della cooperazione energetica. “Continueremo a incontrarci, a parlare e a scriverci regolarmente, ogni mese se possibile”, ha detto Maduro.

Ha aggiunto di aver portato i saluti del popolo venezuelano al Presidente russo augurandogli di trascorrere un Natale felice insieme alla sua famiglia.

 

Fonte: CORREODELORINOCO
Traduzione: Giuseppe Dibello

 

9/12/2016 – lantidiplomatico.it

ISRAELE IMPEDISCE IL TRATTAMENTO DEL CANCRO AL SENO ALLE DONNE DI GAZA

#Gaza #Palestina #israele #Assedio #Occupazione #DirittiUmani #CancroAlSeno #DirittiNegati #CureNegate –

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Khuloud Abu Qamar ha parlato con calma, ma le sue parole continuano a sconvolgere. “Israele mi sta uccidendo lentamente”, ha detto. “E sta uccidendo anche i miei figli.”

Dopo aver subito un intervento chirurgico per il tumore al seno l’anno scorso, Abu Qamar ha necessità di un ulteriore trattamento che non è stata in grado di ricevere a Gaza. Ha chiesto a Israele il permesso di viaggiare. Le sue richieste sono state finora respinte.

Khuloud Abu Qamar ha 40 anni,  sei figli, il più giovane dei quali è ancora un bambino.

La sua situazione è condivisa da molti altri a Gaza. Le stime del Ministero della Sanità locale indicano che quest’anno diverse centinaia di donne con cancro al seno sono state ostacolate da Israele per curarsi fuori dalla Striscia.

Uscire da Gaza per il trattamento è di vitale importanza, gli ospedali della striscia costiera non sono adeguatamente attrezzati per fornire servizi come la radioterapia.

Come parte della propaganda dello Stato, Israele si ritrae come leader globale nel trattamento e nella ricerca sul cancro. Per promuovere la consapevolezza del cancro al seno nel mese di ottobre, l’aviazione israeliana ha dipinto di rosa i suoi aerei da guerra.

L’espediente non ha dato conforto alle donne di Gaza.

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La realtà supera la fantasia e l’orrore. L’aereonautica israeliana ha tirato fuori dal cilindro degli sfavillanti e mortiferi caccia colorati di rosa in nome della prevenzione del cancro al seno. Perche` ‘bombardare’ le cellule cancerose non basta. Quella contro il cancro al seno e` una guerra a 360 gradi e puo` rivelarsi molto utile se serve a nascondere i crimini di chi massacra civili innocenti che, se non muiono sotto le bombe lanciate da aerei rosa – ah che dolce morte! – muoiono di cancro. A causa del blocco imposto da Israele ed Egitto a Gaza mancano i farmaci, inclusi quelli per le patologie oncologiche. Non solo, ma spesso ai pazienti e` negato il permesso di farsi curare presso ospedali fuori dalla Striscia. E` il caso di Nadia Abu Nahla al Bakri, direttrice del Women’s Affair Technical Committee di Gaza e affetta da cancro al seno, a cui e` stata rifiutata la possibilita` di recarsi in ospedali fuori da Gaza per effettuare i controlli necessari di cui necessita. Inoltre, e` di alcuni giorni fa l’appello delle donne malate di cancro al seno che denuncia la mancanza di farmaci e attrezzature mediche adeguate a Gaza e si rivolge al governo palestinese e alle autorita` internazionali perche` venga garantito il loro diritto a spostarsi per motivi di salute. Il pinkwaRshing israeliano copre tutto questo e molto altro. Sta a noi alzare la voce, piu` forte che possiamo, e smascherarne l’ipocrisia. (http://amazzonefuriosa.blogspot.it/2016/10/da-israele-arriva-il-pinkwarshing.html)

“Io non voglio morire”

Alaa Masoud è una mamma di 25 anni che vive nel campo profughi di Jabaliya, anche a lei è stato diagnosticato un cancro al seno. Recentemente le è stato rimosso il seno destro all’ospedale al-Shifa di Gaza City.

I suoi medici hanno dichiarato che lei ha bisogno di consultare gli specialisti che lavorano in Israele o in Cisgiordania. Finora, ha fatto cinque richieste per il permesso di viaggiare attraverso Erez, il posto di blocco militare israeliano sul confine settentrionale di Gaza. Tutte e cinque le sue richieste sono state respinte.

Il rifiuto ha esacerbato la sua sofferenza. Il  cancro l’aveva costretta a smettere di allattare il suo bambino Amir.

“Io non voglio morire”, ha detto. “Voglio vedere il mio bambino crescere fino a diventare un bel giovane uomo.”

Viaggiare attraverso il valico di Erez è praticamente l’unica possibilità per i residenti di Gaza che necessitano di cure che non possono ricevere negli ospedali e nelle cliniche della Striscia.

Fino a poco tempo fa, molti pazienti si curavano in Egitto. Adesso con la quasi costante chiusura del valico di Rafah tra Gaza e l’Egitto c’è stato un netto calo del numero di palestinesi che possono recarsi in Egitto per le cure.

Gruppi per i Diritti umani hanno a lungo documentato come Israele ha, in effetti, cercato di ricattare i palestinesi che sono gravemente malati. A numerosi pazienti è stato proposto il permesso a viaggiare per potersi curare a condizione di diventare  informatori per lo Shin Bet, l’agenzia di intelligence interna di Israele.

Dalia Abu Skhaila, una donna malata di cancro al seno, di 34 anni, proveniente dal sud della zona di Khan Younis di Gaza, ha riferito che gli agenti israeliani a Erez hanno cercato di reclutarla come una informatrice su una serie di eventi. Lei ha rifiutato di accettare tale ricatto e le è stato bloccato il viaggio.

“Morire a Gaza è molto più facile che tradire il mio popolo e il mio paese”, ha detto.

Educazione

Nonostante gli ostacoli che Israele ha creato per il  trattamento, gli operatori sanitari a Gaza stanno cercando di sensibilizzare per aumentare la consapevolezza del cancro al seno.

Secondo Khaled Thabet, che dirige il dipartimento di oncologia di al-Shifa, una delle principali sfide che si devono affrontare è che quando viene rilevato il cancro al seno è spesso in fase avanzata, rendendo il trattamento difficile. Per aiutare la diagnosi precoce, lei e altri medici stanno incoraggiando le donne a sottoporsi a test periodici.

“C’è una mancanza di una cultura di prevenzione”, ha detto.

Hala al-Talmas, una trentacinquenne che vive nel campo di Jabaliya, è stata riluttante ad avere un check-up quando, soprattutto di notte, ha cominciato ad avvertire lievi dolori al suo seno destro.

Un’amica con la quale si era confidata, l’aveva spronata a vedere un medico. Eppure Hala ha evitato di farlo fino a un paio di mesi più tardi. Quando i dolori sono diventati più forti, ha notato un piccolo nodulo nel suo seno. Hana si confidò con la madre, Hania,  e fu allora visitata all’ospedale  al-Shifa. Il personale scoprì così che aveva un piccolo nodulo  nel suo seno e diagnosticò un cancro.

Quando un medico chiese ad Hala perché avesse aspettato così a lungo, lei rispose che aveva avuto paura.

Con l’aiuto della sua famiglia allargata, riuscì a raccogliere abbastanza denaro per l’operazione e le fu asportato il  seno. Hala dopo l’operazione iniziò la chemioterapia. Dopo poche settimane di trattamento fu colpita da un ictus e morì.

“Avrei voluto che mia figlia fosse stata più consapevole e che fosse stata visitata da un medico nelle prime fasi della sua malattia”, ha detto Hania, la madre di Hala.

Medicina sotto assedio

Il cancro al seno è una delle principali cause di morte tra le donne di Gaza, secondo il ministero della salute. Quasi 750 casi di cancro al seno sono stati rilevati nel 2015.

Le autorità di Gaza promuovono campagne di sensibilizzazione per educare le donne sul cancro al seno.

The Electronic Intifada ha chiesto ad un campione di 200 donne di Gaza se avessero frequentato campagne. Circa il 90 per cento delle donne – di età compresa tra 25-65 anni- ha risposto di no.

“Ho paura di queste campagne e non le frequento”, ha detto Doaa al-Shami, una donna di 31 anni. “Ho partecipato una sola volta da quando mi sono sposata.”

Le autorità sanitarie di Gaza stanno lottando per far fronte agli effetti dell’assedio che Israele ha imposto sul territorio da quasi un decennio.

Le attrezzature sanitarie sono state spesso bloccate alla frontiera di  Gaza, i farmaci vitali  scarseggiano.

Ahmed El Shorafa, capo del dipartimento di oncologia presso l’ European Hospital  a Rafah, una città nel sud di Gaza, ha detto che “I problemi che affliggono il Ministero della Salute qui sono evidenti. Essi sono causati da scarsità di denaro e attrezzature. Abbiamo bisogno di più presidi sanitari e più personale per fornire l’educazione alla salute in tutta Gaza.”

 

Sarah Algherbawi (*) The Electronic Intifada, Striscia di Gaza 5 dic 2016

 

Fonte: https://electronicintifada.net/content/israel-blocks-gaza-women-breast-cancer-treatment/18761

Traduzione: Invictapalestina.org

(*) Sarah Algherbawi è una scrittrice freelance e traduttrice da Gaza.

 

Ulteriori approfondimenti sulla campagna israeliana con gli aerei da guerra: http://mondoweiss.net/2016/10/preventing-receiving-treatment/

 

9/12/2016 – invictapalestina.wordpress.com

PARLAMENTARE USA: “QUESTA FOLLIA DEVE FINIRE. DOBBIAMO SMETTERE DI ARMARE I TERRORISTI”

#Syria #RibelliModerati #TagliagoleModerati #USA –

Un membro democratico del Congresso degli Stati Uniti ha introdotto un disegno di legge per porre ‘fine alla follia degli Stati Uniti’ di armare i gruppi terroristici, in particolare in Siria.

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Questo disegno di legge per fermare la fornitura di armi ai terroristi, denominato SATA, è stato presentato, ieri, dalla parlamentare democratica Tulsi Gabbard alla Camera dei Rappresentanti con l’obiettivo di mettere al bando ogni forma di sostegno ai terroristi da parte degli Stati Uniti, sia con la vendita di armi o informazioni.

Nel discutere il disegno di legge, Gabbard ha citato un articolo del quotidiano nordamericano ‘The New York Times’, secondo il quale i cosiddetti “ribelli” “sostenuti dagli USA” si sono alleati con Fath Al-Sham  (ex Al-Nusra braccio di Al Qaeda in Siria). “Questa alleanza ha privato di senso il termine ‘ribelli moderati’. I rapporti confermano che ogni unità armata che agisce contro (il presidente siriano) Bashar al-Assad (nelle province di Idlib e Aleppo) è militarmente controllata da Al-Nusra “, ha spiegato la deputata.

La rappresentante del Partito Democratico degli Stati Uniti ha anche accusato la CIA di fornire armi e denaro ai terroristi di tutto il mondo attraverso la joint venture con Arabia Saudita, Turchia e Qatar, tra gli altri Paesi.

“Questa follia deve finire. Dobbiamo smettere di armare i terroristi. Il governo deve porre fine a questa ipocrisia e rispettare le stesse leggi che si applicano ai cittadini”, ha aggiunto Gabbard.

Proprio ieri, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha ordinato la revoca delle restrizioni sulla fornitura di armi, munizioni ed equipaggiamento militare a “forze straniere, gruppi e individui coinvolti in operazioni di sostegno” e nella facilitazione delle operazioni effettuate dagli Stati Uniti, presumibilmente per combattere il terrorismo in Siria, ma nella realtà servono per combattere le truppe del legittimo governo siriano

Fonte: Hispantv
9/12/2016 – lantidiplomatico.it

L’Economista Nino Galloni: “L’ITALIA E’ UNA POTENZA SCOMODA, DEVE MORIRE!!” – ECCO PERCHE’ E COME HANNO ESEGUITO “L’ORDINE”…

#Italia #Economia #Finanza #complotto #UE #Banche –

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Il primo colpo storico contro l’Italia lo mette a segno Carlo Azeglio Ciampi, futuro presidente della Repubblica, incalzato dall’allora ministro Beniamino Andreatta, maestro di Enrico Letta e “nonno” della Grande Privatizzazione che ha smantellato l’industria statale italiana, temutissima da Germania e Francia. E’ il 1981: Andreatta propone di sganciare la Banca d’Italia dal Tesoro, e Ciampi esegue. Obiettivo: impedire alla banca centrale di continuare a finanziare lo Stato, come fanno le altre banche centrali sovrane del mondo, a cominciare da quella inglese. Il secondo colpo, quello del ko, arriva otto anni dopo, quando crolla il Muro di Berlino. La Germania si gioca la riunificazione, a spese della sopravvivenza dell’Italia come potenza industriale: ricattati dai francesi, per riconquistare l’Est i tedeschi accettano di rinunciare al marco e aderire all’euro, a patto che il nuovo assetto europeo elimini dalla scena il loro concorrente più pericoloso: noi. A Roma non mancano complici: pur di togliere il potere sovrano dalle mani della “casta” corrotta della Prima Repubblica, c’è chi è pronto a sacrificare l’Italia all’Europa “tedesca”, naturalmente all’insaputa degli italiani.

E’ la drammatica ricostruzione che Nino Galloni, già docente universitario, manager pubblico e alto dirigente di Stato, fornisce a Claudio Messora per il Nino Galloniblog “Byoblu”. All’epoca, nel fatidico 1989, Galloni era consulente del governo su invito dell’eterno Giulio Andreotti, il primo statista europeo che ebbe la prontezza di affermare di temere la riunificazione tedesca. Non era “provincialismo storico”: Andreotti era al corrente del piano contro l’Italia e tentò di opporvisi, fin che potè. Poi a Roma arrivò una telefonata del cancelliere Helmut Kohl, che si lamentò col ministro Guido Carli: qualcuno “remava contro” il piano franco-tedesco. Galloni si era appena scontrato con Mario Monti alla Bocconi e il suo gruppo aveva ricevuto pressioni da Bankitalia, dalla Fondazione Agnelli e da Confindustria. La telefonata di Kohl fu decisiva per indurre il governo a metterlo fuori gioco. «Ottenni dal Ministro la verità», racconta l’ex super-consulente, ridottosi a comunicare con l’aiuto di pezzi di carta perché il Ministro «temeva ci fossero dei microfoni». Sul “pizzino”, scrisse la domanda decisiva: “Ci sono state pressioni anche dalla Germania sul Ministro Carli perché io smetta di fare quello che stiamo facendo?”. AndreottiEccome: «Lui mi fece di sì con la testa».

Questa, riassume Galloni, è l’origine della “inspiegabile” tragedia nazionale nella quale stiamo sprofondando. I super-poteri egemonici, prima atlantici e poi europei, hanno sempre temuto l’Italia. Lo dimostrano due episodi chiave. Il primo è l’omicidio di Enrico Mattei, stratega del boom industriale italiano grazie alla leva energetica propiziata dalla sua politica filo-araba, in competizione con le “Sette Sorelle”. E il secondo è l’eliminazione di Aldo Moro, l’uomo del compromesso storico col Pci di Berlinguer assassinato dalle “seconde Br”: non più l’organizzazione eversiva fondata da Renato Curcio ma le Br di Mario Moretti, «fortemente collegate con i servizi, con deviazioni dei servizi, con i servizi americani e israeliani». Il leader della Dc era nel mirino di killer molto più potenti dei neo-brigatisti: «Kissinger gliel’aveva giurata, aveva minacciato Moro di morte poco tempo prima». Tragico preambolo, la strana uccisione di Pier Paolo Pasolini, che nel romanzo “Petrolio” aveva denunciato i mandanti dell’omicidio Mattei, a lungo presentato come incidente aereo. Recenti inchieste collegano alla morte del fondatore dell’Eni quella del giornalista siciliano Mauro De Mauro. Probabilmente, De Mauro aveva scoperto una pista “francese”: agenti dell’ex Oas inquadrati dalla Cia nell’organizzazione terroristica “Stay Behind” (in Italia, “Gladio”) avrebbero sabotato l’aereo di Mattei con l’aiuto di manovalanza mafiosa. Poi, su tutto, a congelare la democrazia italiana Ciampiavrebbe provveduto la strategia della tensione, quella delle stragi nelle piazze.

 

Alla fine degli anni ‘80, la vera partita dietro le quinte è la liquidazione definitiva dell’Italia come competitor strategico: Ciampi, Andreatta e De Mita, secondo Galloni, lavorano per cedere la sovranità nazionale pur di sottrarre potere alla classe politica più corrotta d’Europa. Col divorzio tra Bankitalia e Tesoro, per la prima volta il Paese è in crisi finanziaria: prima, infatti, era la Banca d’Italia a fare da “prestatrice di ultima istanza” comprando titoli di Stato e, di fatto, emettendo moneta destinata all’investimento pubblico. Chiuso il rubinetto della lira, la situazione precipita: con l’impennarsi degli interessi (da pagare a quel punto ai nuovi “investitori” privati) il debito pubblico esploderà fino a superare il Pil. Non è un “problema”, ma esattamente l’obiettivo voluto: mettere in crisi lo Stato, disabilitando la sua funzione strategica di spesa pubblica a costo zero per i cittadini, a favore dell’industria e dell’occupazione. Degli investimenti pubblici da colpire, «la componente più importante era sicuramente quella riguardante le partecipazioni statali, l’energia e i trasporti, dove l’Italia stava primeggiando a livello mondiale».

Al piano anti-italiano partecipa anche la grande industria privata, a partire dalla Fiat, che di colpo smette di investire nella produzione e preferisce comprare titoli di Stato: da quando la Banca d’Italia non li acquista più, i tassi sono saliti e la finanza pubblica si trasforma in un ghiottissimo business privato. L’industria passa in secondo piano e – da lì in poi – dovrà costare il meno possibile. «In quegli anni la Confindustria era solo presa dall’idea di introdurre forme di flessibilizzazione sempre più forti, che poi avrebbero prodotto la precarizzazione». Aumentare i profitti: «Una visione poco profonda di quello che è lo sviluppo industriale». Risultato: «Perdita di valore delle imprese, perché le imprese acquistano valore se hanno prospettive di profitto». Dati che parlano da soli. E spiegano tutto: «Negli anni ’80 – racconta Galloni – feci una ricerca che dimostrava che i 50 gruppi più importanti pubblici e i 50 gruppi più importanti privati facevano la stessa politica, cioè investivano la metà dei loro profitti non in attività produttive ma nell’acquisto di titoli di Stato, per la semplice ragione che i titoli di Stato italiani rendevano tantissimo e quindi si guadagnava di più Agnellifacendo investimenti finanziari invece che facendo investimenti produttivi. Questo è stato l’inizio della nostra deindustrializzazione».

Alla caduta del Muro, il potenziale italiano è già duramente compromesso dal sabotaggio della finanza pubblica, ma non tutto è perduto: il nostro Paese – “promosso” nel club del G7 – era ancora in una posizione di dominio nel panorama manifatturiero internazionale. Eravamo ancora «qualcosa di grosso dal punto di vista industriale e manifatturiero», ricorda Galloni: «Bastavano alcuni interventi, bisognava riprendere degli investimenti pubblici». E invece, si corre nella direzione opposta: con le grandi privatizzazioni strategiche, negli anni ’90 «quasi scompare la nostra industria a partecipazione statale», il “motore” di sviluppo tanto temuto da tedeschi e francesi. Deindustrializzazione: «Significa che non si fanno più politiche industriali». Galloni cita Pierluigi Bersani: quando era Ministro dell’industria «teorizzò che le strategie industriali non servivano». Si avvicinava la fine dell’Iri, gestita da Prodi in collaborazione col solito Andreatta e Giuliano Amato. Lo smembramento di un colosso mondiale: Finsider-Ilva, Finmeccanica, Fincantieri, Italstat, Stet e Telecom, Alfa Romeo, Alitalia, Sme (alimentare), nonché la Banca AndreattaCommerciale Italiana, il Banco di Roma, il Credito Italiano.

Le banche, altro passaggio decisivo: con la fine del “Glass-Steagall Act” nasce la “banca universale”, cioè si consente alle banche di occuparsi di meno del credito all’economia reale, e le si autorizza a concentrarsi sulle attività finanziarie speculative. Denaro ricavato da denaro, con scommesse a rischio sulla perdita. E’ il preludio al disastro planetario di oggi. In confronto, dice Galloni, i debiti pubblici sono bruscolini: nel caso delle perdite delle banche stiamo parlando di tre-quattromila trilioni. Un trilione sono mille miliardi: «Grandezze stratosferiche», pari a 6 volte il Pil mondiale. «Sono cose spaventose». La frana è cominciata nel 2001, con il crollo della new-economy digitale e la fuga della finanza che l’aveva sostenuta, puntando sul boom dell’e-commerce. Per sostenere gli investitori, le banche allora si tuffano nel mercato-truffa dei derivati: raccolgono denaro per garantire i rendimenti, ma senza copertura per gli ultimi sottoscrittori della “catena di Sant’Antonio”, tenuti buoni con la storiella della “fiducia” nell’imminente “ripresa”, sempre data per certa, ogni tre mesi, da «centri studi, economisti, osservatori, studiosi e ricercatori, tutti sui loro libri paga».

Quindi, aggiunge Galloni, siamo andati avanti per anni con queste operazioni di derivazione e con l’emissione di altri titoli tossici. Finché nel 2007 si è scoperto che il sistema bancario era saltato: nessuna banca prestava liquidità all’altra, sapendo che l’altra faceva le stesse cose, cioè speculazioni in perdita. Per la prima volta, spiega Galloni, la massa dei valori persi dalle banche sui mercati finanziari superava la somma che l’economia reale – famiglie e imprese, più la stessa mafia – riusciva ad immettere nel sistema bancario. «Di qui la crisi di liquidità, che deriva da questo: le perdite superavano i depositi e i conti correnti». Come sappiamo, la falla è stata provvisoriamente tamponata dalla Fed, che dal 2008 al 2011 ha trasferito nelle banche – americane ed europee – qualcosa come 17.000 miliardi di Draghidollari, cioè «più del Pil americano e più di tutto il debito pubblico americano».

Va nella stessa direzione – liquidità per le sole banche, non per gli Stati – il “quantitative easing” della Bce di Draghi, che ovviamente non risolve la crisi economica perché «chi è ai vertici delle banche, e lo abbiamo visto anche al Monte dei Paschi, guadagna sulle perdite». Il profitto non deriva dalle performance economiche, come sarebbe logico, ma dal numero delle operazioni finanziarie speculative: «Questa gente si porta a casa i 50, i 60 milioni di dollari e di euro, scompare nei paradisi fiscali e poi le banche possono andare a ramengo». Non falliscono solo perché poi le banche centrali, controllate dalle stesse banche-canaglia, le riforniscono di nuova liquidità. A monte: a soffrire è l’intero sistema-Italia, da quando – nel lontano 1981 – la finanzia pubblica è stata “disabilitata” col divorzio tra Tesoro e Bankitalia. Un percorso suicida, completato in modo disastroso dalla tragedia finale dell’ingresso nell’Eurozona, che toglie allo Stato la moneta ma anche il potere sovrano della spesa pubblica, attraverso dispositivi come il Fiscal Compact e il pareggio di bilancio.

Per l’Europa “lacrime e sangue”, il risanamento dei conti pubblici viene prima dello sviluppo. «Questa strada si sa che è impossibile, perché tu non puoi fare il pareggio di bilancio o perseguire obiettivi ancora più ambiziosi se non c’è la ripresa». E in piena recessione, ridurre la spesa pubblica significa solo arrivare alla depressione irreversibile. Vie d’uscita? Archiviare subito gli specialisti del disastro – da Angela Merkel a Mario Monti – ribaltando la politica europea: bisogna tornare alla sovranità monetaria, dice Galloni, e cancellare il debito pubblico come problema. Basta puntare sulla ricchezza nazionale, che vale 10 volte il Pil. Non è vero che non riusciremmo a ripagarlo, il debito. Il problema è che il debito, semplicemente, non va ripagato: «L’importante è ridurre i tassi di interesse», che devono essere «più bassi dei tassi di crescita». A quel punto, il debito non è più un problema: «Questo è il modo sano di affrontare il tema del debito pubblico». A meno che, ovviamente, non si proceda come in Merkel e MontiGrecia, dove «per 300 miseri miliardi di euro» se ne sono persi 3.000 nelle Borse europee, gettando sul lastrico il popolo greco.

Domanda: «Questa gente si rende conto che agisce non solo contro la Grecia ma anche contro gli altri popoli e Paesi europei? Chi comanda effettivamente in questa Europa se ne rende conto?». Oppure, conclude Galloni, vogliono davvero «raggiungere una sorta di asservimento dei popoli, di perdita ulteriore di sovranità degli Stati» per obiettivi inconfessabili, come avvenuto in Italia: privatizzazioni a prezzi stracciati, depredazione del patrimonio nazionale, conquista di guadagni senza lavoro. Un piano criminale: il grande complotto dell’élite mondiale. «Bilderberg, Britannia, il Gruppo dei 30, dei 10, gli “Illuminati di Baviera”: sono tutte cose vere», ammette l’ex consulente di Andreotti. «Gente che si riunisce, come certi club massonici, e decide delle cose». Ma il problema vero è che «non trovano resistenza da parte degli Stati». L’obiettivo è sempre lo stesso: «Togliere di mezzo gli Stati nazionali allo scopo di poter aumentare il potere di tutto ciò che è sovranazionale, multinazionale e internazionale». Gli Stati sono stati indeboliti e poi addirittura infiltrati, con la penetrazione nei governi da parte dei super-lobbysti, dal Bilderberg agli “Illuminati”. «Negli Usa c’era la “Confraternita dei Teschi”, di cui facevano parte i Bush, padre e figlio, che sono diventati presidenti degli Stati Uniti: è chiaro che, dopo, questa gente risponde a questi gruppi che li hanno agevolati nella loro ascesa».

Non abbiamo amici. L’America avrebbe inutilmente cercato nell’Italia una sponda forte dopo la caduta del Muro, prima di dare via libera (con Clinton) allo strapotere di Wall Street. Dall’omicidio di Kennedy, secondo Galloni, gli Usa «sono sempre più risultati preda dei britannici», che hanno interesse «ad aumentare i conflitti, il disordine», mentre la componente “ambientalista”, più vicina alla Corona, punta «a una riduzione drastica della popolazione del pianeta» e quindi ostacola lo sviluppo, di cui l’Italia è stata una straordinaria protagonista. L’odiata Germania? Non diventerà mai leader, aggiunge Galloni, se non accetterà di importare più di quanto esporta. Unico futuro possibile: la Cina, ora che Pechino ha ribaltato il suo orizzonte, preferendo il mercato interno a quello dell’export. L’Italia potrebbe cedere ai cinesi interi settori della propria manifattura, puntando ad affermare il made in Italy d’eccellenza in quel mercato, 60 volte più grande. Armi strategiche potenziali: il settore della green economy e quello Xi Jinping, nuovo leader cinesedella trasformazione dei rifiuti, grazie a brevetti di peso mondiale come quelli detenuti da Ansaldo e Italgas.

Prima, però, bisogna mandare a casa i sicari dell’Italia – da Monti alla Merkel – e rivoluzionare l’Europa, tornando alla necessaria sovranità monetaria. Senza dimenticare che le controriforme suicide di stampo neoliberista che hanno azzoppato il Paese sono state subite in silenzio anche dalle organizzazioni sindacali. Meno moneta circolante e salari più bassi per contenere l’inflazione? Falso: gli Usa hanno appena creato trilioni di dollari dal nulla, senza generare spinte inflattive. Eppure, anche i sindacati sono stati attratti «in un’area di consenso per quelle riforme sbagliate che si sono fatte a partire dal 1981». Passo fondamentale, da attuare subito: una riforma della finanza, pubblica e privata, che torni a sostenere l’economia. Stop al dominio antidemocratico di Bruxelles, funzionale solo alle multinazionali globalizzate. Attenzione: la scelta della Cina di puntare sul mercato interno può essere l’inizio della fine della globalizzazione, che è «il sistema che premia il produttore peggiore, quello che paga di meno il lavoro, quello che fa lavorare i bambini, quello che non rispetta l’ambiente né la salute». E naturalmente, prima di tutto serve il ritorno in campo, immediato, della vittima numero uno: lo Stato democratico sovrano. Imperativo categorico: sovranità finanziaria per sostenere la spesa pubblica, senza la quale il Paese muore. «A me interessa che ci siano spese in disavanzo – insiste Galloni – perché se c’è crisi, se c’è disoccupazione, puntare al pareggio di bilancio è un crimine».

(Fonte: http://www.libreidee.org/2013/05/italia-potenza-scomoda-dovevamo-morire-ecco-come/ del 2/5/2013)

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Nino Galloni: “Come ci hanno deindustrializzato”, un viaggio che passa da Enrico Mattei e Aldo Moro

Claudio Messora intervista Nino Galloni, economista ed ex direttore del Ministero del Lavoro. Un’altra imperdibile intervista in crowdfunding. Un viaggio nella storia d’Italia che passa per Enrico Mattei e Aldo Moro, lungo un progetto di deindustrializzazione che ha portato il nostro Paese da settima potenza mondiale a membro dei Pigs.

 

9/12/2016 – lapillolarossa15.altervista.org

HRW: GLI USA POTREBBERO ESSERE CONSIDERATI COMPLICI DEI CRIMINI DELL’ARABIA SAUDITA CONTRO LO YEMEN

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Human Rights Watch chiede un embargo sulle armi all’Arabia Saudita e ribadisce che gli Stati Uniti potrebbero essere considerati complici dei crimini di Riyadh nello Yemen.

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L’ONG, Human Rights Watch ha riferito, ieri, che più di 160 persone sono state uccise tra settembre e ottobre a causa delle bombe statunitensi utilizzate dall’Arabia Saudita e dai suoi alleati regionali nello Yemen.

Il continuo trasferimento di armi degli Stati Uniti all’Arabia Saudita, nonostante le prove del loro uso sistematico di attacchi illegali contro il paese arabo, può fare di Washington complice di Riyadh nelle violazioni commesse nello Yemen, secondo HRW.

Le armi degli Stati Uniti, come si legge nel documento, sono state fornite agli invasori a prescindere dal fatto che le relazioni precedenti avevano indicato tali violazioni.

“L’amministrazione Obama ha esaurito il tempo per sospendere completamente la vendita di armi all’Arabia Saudita altrimenti sarà per sempre legato alle atrocità commesse nello Yemen”, ha dichiarato Priyanka Motaparthy, ricercatrice di HRW.

L’Ong ha precisato che i suoi risultati sono stati ottenuti da un’indagine su una serie di attacchi aerei registrati il ??10 settembre scorso contro il distretto di Arhab, a nord della città di Sana’a, capitale dello Yemen, che hanno provocato la morte di circa 31 civili e più di 40 feriti.

Nel documento si legge che frammenti delle bombe usate negli attacchi sono state fabbricate negli Stati Uniti nel mese di ottobre 2015, mesi dopo che le organizzazioni internazionali per i diritti umani avevano avvertito delle violazioni da Riyadh in Yemen.

HRW ha ripetutamente affermato che il regime saudita ha usato bombe a grappolo statunitensi durante la sua campagna militare contro lo Yemen, mentre le fabbriche di armi degli Stati Uniti si rifiutano di porre fine alla produzione di bombe a grappolo e fanno di tutto per garantire la vendita di tali armi nel mondo.

Nonostante le richieste della comunità internazionale, finora sia l’Arabia Saudita che gli Stati Uniti hanno rifiutato di ratificare la Convenzione internazionale sulle bombe a grappolo, adottata nel maggio 2008 da 116 paesi.

“Gli Stati Uniti, il Regno Unito e gli altri che vendono armi all’Arabia Saudita devono sospendere le vendite fino a quando questi attacchi illegali non saranno limitati (…)”, ha sottolineato Motaparthy.

Fonte: HRW
9/12/2016 – lantidiplomatico.it

DOPO RENZI: CHI, COSA COME

#ReferendumCostituzionale #IoVotoNO #ioHOvotatoNO #Renzi #UE #CommissriamentoItalia #MES –

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“Tutto lascia prevedere che avremo un Renzi-bis” dicevo ieri nel mio editoriale di pandoratv.it. E, come accade spesso ai profeti, sbagliavo, ingannato da un Mattarella in edizione Napolitano-2.

Invece Matteo Renzi ha rifiutato, sdegnato. Non si addice a uno come lui il ruolo di gestore di una qualsiasi transizione. Non è nemmeno andato alla consultazione. Ci ha mandato le mezze figure: doppio vantaggio, e non piccola vendetta contro il mondo intero, che lo ha schernito. Nel tritacarne ci entrerà prima qualcun altro.

E non mi azzardo più a tentare previsioni. Ma, dietro le quinte, non c’è Renzi. C’è l’Europa della trojka, che non vuole altre sorprese. E che non potrebbe essere più lontano dal saggio invito alle élites di Steven Hawking, dalle colonne del Guardian, che suonava in sostanza così: “non siate superbi, ciò che sta accadendo è il risultato della vostra insipienza e miopia”. Un Renzi-bis non è dunque possibile: la sconfitta del 4 dicembre è stata troppo grande per permetterlo. Ed è anche una sconfitta per questa Europa.

Dovranno accontentarsi, per ora, di una soluzione intermedia che, oltre ad approvare la legge di bilancio, vari una legge elettorale. E qui cominciano i guai. La casta italo-europea rischia grosso anche con un porcellum revisionato. Dunque faranno tutto il possibile per tenere insieme un PD che, a sua volta, è a un passo dal tracollo dopo aver perso il leader, e subìto una botta così dura, tutto da solo. Ma il fatto è che siamo entrati tutti in una prateria dove già vagano piccole mandrie di bisonti impazziti; ciascuno senza grandi mete, ciascuno per conto proprio; ciascuno alla ricerca della sopravvivenza; gruppi e singoli, di destra e di sinistra, non importa, pronti a cambiare non una ma due o tre casacche. Se occorre. E occorrerà.

Gli unici due “partiti” oggi esistenti come tali, con una propria identità, sebbene transitoria, M5S e Lega, chiedono entrambi elezioni subito e affidano in sostanza alla Consulta il compito di definire la nuova legge elettorale. Il problema è – se si guarda con occhio sgombro alla sostanza – che non c’è nemmeno un minimo comune denominatore che possa essere costruito, nel Parlamento, tra la miriade di bisonti minori, e tra questo PD e il resto dello zoo.

Non parlo di “principi”, di “ideali”. Se ce ne fossero rimasti non saremmo qui a parlare. E dunque la tentazione di qualche trucco, qualche colpo di mano (inventato a Bruxelles, a Roma o a Washington) può diventare forte. I media mainstream, appena usciti dallo choc in cui si trovano, lo appoggeranno immediatamente. Ma questa Italia risvegliata dalla Costituzione, potrebbe rivelarsi meno maneggevole che in passato.

L’Italia non è la Grecia. È però vulnerabile come Atene. Ma la Merkel – cui Atene è servita come esperimento – ha bisogno di una Italia che giochi la parte di terzo pilastro a sostegno della “sua” Europa, barcollante dopo il Brexit. E qui siamo proprio di fronte a un impressionante vuoto di potere. Se lo sdegnoso Renzi non potrà più essere riesumato, bisognerà tirare fuori dal cappello a cilindro, in fretta, un altro nome adatto a fare la cariatide. Ma dovrà essere un nome palatabile per un Paese che mostra evidenti segni d’insofferenza.

Si va dunque in alto mare, “nave sanza nocchiero in gran tempesta”. Anche perché il M5S (che pure, va detto forte, è stato decisivo per la vittoria del NO!) non ha ancora sciolto l’interrogativo né sul governo che Grillo ha in mente (essendo evidente che da solo non potrà governare in ogni caso), né sul suo programma. E non è cosa di poco conto visto che il M5S è l’unica forza in qualche modo alternativa al guazzabuglio di lanzichenecchi nominati che hanno approvato lo sgorbio che è stato respinto dalla larghissima maggioranza degli elettori.

Da qui l’allarme, giustificato, su possibili manovre per “commissionare” l’Italia, tagliando il nodo con un colpo di spada. Qui l’esperimento greco potrebbe servire, complice la debolezza (artificialmente alimentata) delle banche italiane. E una tale manovra potrebbe essere tentata, nel vuoto di potere, a colpi di decreti dettati da una emergenza creata ad hoc per spaventare l’elettorato. Per esempio gettando l’Italia nel Meccanismo Europeo di Stabilità, il famigerato MES. In verità ci siamo già dentro perché le due Camere ratificarono quel trattato giugulatorio e del tutto fuori dalla Costituzione, in tutta fretta e con maggioranze “bulgare” nel 2012.

 

Come ha ben spiegato Claudio Messora sul suo Byoblu, l’attivazione del MES spalancherebbe la strada al commissariamento europeo dell’Italia. Non entro nel dettaglio: il MES è l’equivalente di una rinuncia totale alla sovranità nazionale in tema di politica economica, finanziaria, sociale. Altro che “pareggio di bilancio”! In ogni ministero s’installerebbe un “commissario politico” esterno con pieni poteri: sarebbe l’ennesimo colpo di Stato sotto forma di legge o di trattato. Accettato e firmato, per altro, da un Parlamento illegale di nominati.

Da qui l’urgenza estrema di costituire in termini brevi uno schieramento popolare che si presenti come alternativa credibile. Occorre un’«alleanza democratica e popolare per salvare l’Italia». La si chiami come si vuole, basta che non venga riproposta in termini di una alleanza di sinistre: non potrebbe, come tale, né formarsi, né raggiungere la forza necessaria. La ragione è semplice: taglierebbe fuori, in partenza, la forza decisiva che ha permesso di vincere il referendum. Dunque una tale proposta va fatta, prima di tutto, al Movimento 5 Stelle.

Prevengo l’obiezione: Grillo non vuole compagnia. Rispondo: non importa se sembra non aver ancora capito che non può farcela da solo. Bisogna comunque aprire un dialogo, con lui e non solo con lui. Abbiamo appena finito di vincere un referendum difendendo una Costituzione che fu espressione di tutte le componenti politiche antifasciste dell’Italia uscita dalla Resistenza. Occorre rifarsi a quel modello e a quella ispirazione.

Bene ha fatto il Comitato Nazionale per il No! a non sciogliere i 750 comitati locali e a convocare d’urgenza un’assemblea nazionale nella prima metà di gennaio, prima del pronunciamento della Consulta. Ma si dovrà evitare ogni auto-ghettizzazione a sinistra. Bisogna consolidare politicamente la straordinaria vittoria del 4 dicembre e proporre agl’incerti un piano politico credibile e una maggioranza possibile. I poteri dei padroni universali sono grandi. Non sottovalutiamoli.

 

Giulietto Chiesa

 

9/12/2016 – megachip.globalist.it

CARICO DI MORTE, IL LUNGO GIORNO DEL PORTO CANALE DI CAGLIARI

#Yemen #SaudiArabia #ArabiaSaudita #ExportArmi #BombeItaliane #RobertaPinotti #PaoloGentiloni #Sardegna #Domusnovas #RWM #Germania #ReteDisarmo #CaricoDiMorte –

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Ore 5.48, l’alba è ancora alta sul porto canale di Cagliari, quando la nave della morte solca quel tratto di mare racchiuso tra due sponde di cemento. Gigante dei mari, la Bahari Tabuk, ha solcato mezzo mondo per arrivare sin qui, nel porto container del sud Sardegna. Non è vuota, ma andrà via ancor più carica.

I codici sono secretati nel porto terminal. Nessuno deve sapere perchè una nave battente bandiera dell’Arabia Saudita ha lanciato le cime sulla sponda principale del terminal sardo. Perchè lo ha fatto alle 5.48 nonostante da almeno 14 ore fosse in rada, a non meno di 40 km dall’approdo prestabilito.

Operazioni sconosciute ai più, impossibili da incrociare. Ad ognuno il proprio compito, ma nessuno sa dell’altro. Incroci che diventano prove quando le fonti convergono. Le raccolgo una dietro l’altra, su più fronti.

Un blitz Italo-Saudita è pianificato in ogni dettaglio.

C’è di mezzo lo Stato italiano. Come era prevedibile. Ci sono di mezzo due ministri, Pinotti e Gentiloni, colui che vorrebbe fare il premier al posto del fiorentino!

Sono loro che hanno trattato con gli emiri e i reali dell’Arabia Saudita.

Soldi in cambio di strumenti di morte. Morte come genocidio. Migliaia di morti, migliaia di bambini falciati da quel carico di morte.

Oggi è stata una giornata infinita, conclusasi poco fa. Con schieramenti di ogni genere di forze dell’ordine.

Tutto documentato. Ogni movimento. Ogni transito. Ogni documento. Volevano fare un’operazione nascosta, domani pubblico tutto. Ogni fotogramma di quel carico, le forze dell’ordine che dall’alba hanno presidiato la zona.

Tutto per nascondere il carico di morte che puntuale è arrivato. Quantitativi spaventosi. Prodotti in Sardegna, dalla fabbrica tedesca.

La solita alleanza dei ricchi contro i poveri.

La ricca Germania sfrutta la povertà di un territorio, il Sulcis, per produrre armi micidiali e rivenderle ai ricchi dell’Arabia Saudita, che poi le scaricano sui poveri dello Yemen.

E in questa giornata nefasta per la Sardegna quel carico di morte, decine di migliaia di morti, è stato caricato come normali container.

In realtà dentro quegli involucri d’acciaio e ferro c’erano migliaia di bombe. Le micidiali serie Mk, made in Sardinia. Caricate e ora in viaggio verso l’Arabia Saudita. Altre stragi, altre vittime innocenti.

Domani pubblicherò tutto ciò che doveva restare segreto, tutto ciò che i due ministri hanno cercato in ogni modo di tenere nascosto.

Le immagini, i documenti, le complicità di Stato. Le inchieste ferme al palo.

Traffico di morte, con la Sardegna maledettamente produttrice di bombe per conto di Germania e lobby di guerra.

 

Mauro Pili

 

9/12/2016 – unidos.io

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